L’Italia all’Expo di Dubai: finché la barca va…

by • 3 Aprile 2019 • Mosaico, Progetti2147

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Il concorso del Padiglione Italia all’Expo 2020, vinto da Carlo Ratti Associati e Italo Rota con Matteo Gatto e F&M Ingegneria: quando l’uso dei simboli non è sorretto dalle grandi metafore di un racconto

 

Siamo un popolo di santi, poeti e navigatori. In attesa di capire chi sono (e se ci sono davvero) i santi, il progetto del Padiglione Italia all’Expo 2020 di Dubai dimostra eloquentemente che in quanto a poeti e navigatori non ci batte nessuno. Perché il sorprendente e contestato esito del concorso (sui 19 progetti che hanno risposto entro metà dicembre al bando di Invitalia) si gioca su uno storytelling al limite del paradosso: l’immagine è quella di tre navi (ovviamente tricolori) che – come novelle NinaPinta&SantaMaria – salperanno da qualche porto italico, solcheranno le acque del Mediterraneo, attraverseranno il Canale di Suez, circumnavigheranno la Penisola Araba e approderanno sulle coste di Dubai, nel Jebel Ali Port. Qui verranno trasportate nell’area di quasi 500 ettari che ospiterà l’Expo (20 ottobre 2020 – 10 aprile 2021), ribaltate, issate a 25 m di altezza, a formare la strana copertura tripartita e dinamica del Padiglione.

Una storia più che un progetto, quello presentato da Carlo Ratti Associati e Italo Rota con Matteo Gatto e F&M Ingegneria – un vero e proprio dream team in quanto ad esperienze in siti espositivi, tutti forgiati dall’intenso lavoro al nostrano Expo 2015 – che privilegiano appunto il racconto attraverso una sequenza complessa di percorsi, scale, passerelle ed esperienze percettive (che si concludono in tre simbolici giardini ad alta quota, proprio sotto gli scafi) emblematicamente rappresentate con rendering coloratissimi. Che poco dicono degli elementi architettonici che dovranno rendere possibile un gesto non banale, come il sollevare degli scafi abituati a stare sull’acqua ad un’altezza tanto importante: e quindi colonne, pilastri, sostegni, oltre alle diafane membrane proiettabili che dovrebbero avvolgere il padiglione coprendo anche le parti che – inevitabilmente – i tre scafi rovesciati, quasi fossero tre navate non parallele, lasciano vuoti. Membrane che non dovranno contenere plastica, perché uno dei punti forti è l’idea di avere il primo Padiglione “plastic-free” nella storia delle Esposizioni internazionali.

L’investimento che l’Italia farà a Dubai è importante: circa 16 milioni il costo delle opere (chissà se sono computati anche i costi della navigazione? La risposta a breve, essendo stata avviata in questi giorni, sempre da Invitalia, la procedura di gara per l’affidamento della costruzione) per una presenza strategica: il lotto prenotato è ampio (3.500 mq, circa 45 x 75 m) ed è collocato – nel masterplan a forma di fiore in corso di realizzazione – vicino al North Park. Nel tema generale (Connecting minds, creating the future) la presenza italiana vuole suggestionare rispetto alla «bellezza come elemento di connessione tra le persone, ma anche come espressione di genio creativo e ricchezza culturale». Il tutto sintetizzato nello slogan Beauty connects people.

Sarà questo sfondo che ha convinto una giuria ibrida (solo un architetto, il critico Luca Molinari, oltre a Fabio Dragone, ingegnere, e Sergio Tramonti, scenografo) a scegliere la proposta dei vascelli ribaltati. Che ha suscitato parecchie reazioni critiche, soprattutto per gli aspetti simbolici: in questa fase storica l’immagine di navi rovesciate non può non rimandare alle tragedie dei naufragi, così frequentemente drammatici proprio lungo quelle rotte che i gioiosi vascelli targati Expo dovrebbero solcare verso Dubai. Analogie e rimandi che i progettisti in realtà ribaltano («Il rovesciamento e il riutilizzo degli scafi ci affascina profondamente: non soltanto perché carico di valori storici, ma anche perché rappresenta la realizzazione di un’architettura circolare fin dall’inizio», spiega Ratti), spingendosi ad alludere ai gesti arcaici dei pescatori che si riparavano sotto gli scafi delle loro imbarcazioni sulle spiagge e alle utopie di Richard Buckminster Fuller. E sta forse proprio qua il rischio più grosso: architetture come queste, che affascinano con simboli e che alludono con azioni simboliche, hanno bisogno di grandi metafore per essere comprese e sostenute. E un’esposizione effimera potrebbe non essere l’occasione adatta: il rischio che si percepisca soltanto una grottesca installazione con navi a testa in giù (e tutto il repertorio di critiche legate ad un Paese che va al contrario) è alto.

Un rischio forse già insito in una procedura non linearissima, con l’affidamento del cosiddetto project design (a Davide Rampello & Partners insieme al Politecnico di Milano) in maniera autonoma e prioritaria rispetto al disegno architettonico. Con il risultato di avere – insieme alle tre navi – due concetti che dovranno forzatamente e necessariamente dialogare.

 

 

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