Ritratti di città. San Paolo e le contraddizioni del Brasile

by • 2 Gennaio 2019 • Città e Territorio, Mosaico3028

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Nel 465° di fondazione, il punto su pianificazione, edilizia e infrastrutture della più importante conurbazione del continente sudamericano nonché una delle maggiori del pianeta

 

Il 25 gennaio è la data ad oggi riconosciuta (in Occidente) per la “fondazione” di San Paolo su di un luogo in parte corrispondente all’attuale centro storico, ad una sessantina di chilometri dal mare; tecnicamente, quel giorno del 1554 si consumò un atto di colonialismo religioso da parte della Compagnia di Gesù verso la tribù Tupi-Guarani, all’interno del territorio controllato dalla corona portoghese. Successivamente i cosiddetti bandeirantes esplorarono l’entroterra “a caccia di indios”, dato che la cittadina – diversamente da Salvador e da Rio – non aveva risorse sufficienti per “importare mano d’opera schiava” dall’Africa; in questo modo fu scoperta anche la ricchezza mineraria del vicino Minas Gerais.

Demografia ed economia

La popolazione della regione centrale di San Paolo passa dagli oltre 30.000 abitanti del 1872, agli oltre 230.000 d’inizio Novecento, ai quasi 2,2 milioni del 1950, fino ai 10,4 milioni di abitanti registrati nel 2000. Oggi nella più importante conurbazione del continente sudamericano ed una delle maggiori del pianeta, vivono circa 12 milioni di abitanti su 1.520 kmq della regione centrale, ovvero 21 milioni considerando l’intorno metropolitano di 7.900 kmq – che superano i 30 milioni se si considera l’intera area macro-metropolitana di 59.000 kmq (per comparare: Roma conta 2,8 milioni di abitanti su 1.287 kmq, che salgono a 4,6 milioni considerando i 5.352 kmq della Città metropolitana di Roma Capitale).

Caratterizzata da un tessuto sociale fortemente multiculturale, San Paolo è ritenuta la città in cui portoghesi, italiani, giapponesi, spagnoli, arabi e libanesi sono più presenti al di fuori dei rispettivi Paesi di origine. La prima ondata migratoria italiana – effetto collaterale della Lei Aurea del 1888 che abolì la schiavitù in Brasile, ultimo Paese indipendente dell’intero continente americano ad abbandonarla – come oggi documentato nel Museo dell’Emigrazione era spesso fatta di persone che sbarcavano con i soli abiti addosso, per andare a “sostituire” la manodopera schiava nelle piantagioni di caffé, appunto dopo l’abolizione della schiavitù. Con molto lavoro e dedizione la nostra emigrazione ha poi partecipato attivamente alla trasformazione dei territori da coltivati a residenziali ed industriali; trasformazione che caratterizza visibilmente questa grande conurbazione metropolitana ove viene prodotto – con disparità sociale rilevantissima – oltre il 30% del PIL dell’intero Brasile. Oggi si stima che circa il 60% degli abitanti della regione centrale di San Paolo abbiano una qualche discendenza italiana, con un’attiva presenza nel tessuto produttivo e dei servizi.

 

Pianificazione

Lo strumento di programmazione e pianificazione per affrontare la complessità dello sviluppo metropolitano di San Paolo è il Plano diretor estrategico (2014), promosso dall’amministrazione allora guidata da Fernando Haddad (non rieletto alla Prefettura, poi candidato sconfitto da Jair Bolsonaro alla Presidenza nelle elezioni dello scorso ottobre), articolato anche attraverso interazioni quali ad esempio quella con l’agenzia pubblica SP-Urbanismo. Il piano, caratterizzato da un approccio qualitativo e da obiettivi non banali, si trova di fatto in fase di stallo, dovuta al doppio cambio di amministrazione.

 

Topografia ed edilizia

Tra i temi che intuitivamente caratterizzano questa metropoli e ne connotano lo sviluppo, la topografia è quello attraverso il quale una certa linea di pensiero – riconducibile a Paulo Mendes da Rocha quale più noto esponente – ha costruito un’importante riflessione concettuale. In questo senso possiamo guardare all’Avenida Paulista, di fatto un percorso di crinale che descrive mirabilmente il principio insediativo della città, con le valli contermini e le connessioni fisiche o visive che la caratterizzano; il lavoro di sezione che qui è nel progetto del MASP (1957-68) di Lina Bo Bardi può essere ritenuto riferimento di estrema sintesi per questo modo di pensare la costruzione della città. In un senso più generale – quali testimonianze di architettura contemporanea – nella medesima Avenida Paulista vale ricordare almeno la presenza della Casa do Japão (2017) di Kengo Kuma, dello IMS-SP (2017) di Andrade-Morettin e dell’intervento insterstiziale (o parasite, del 1998) di Mendes da Rocha sul corpo dell’edificio FIESP (1969-79) di Rino Levi e studio.

Per non essere stata mai capitale del Brasile – a differenza di Salvador de Bahia, di Rio de Janeiro e quindi di Brasilia -, San Paolo ha ricevuto rarissimi interventi di disegno urbano (tantomeno con intento celebrativo-monumentale), per cui si è sviluppata quasi spontaneamente in modo policentrico, a cominciare dal Centro Historico – tra l’edificio COPAN (1954-66, un’icona talmente cult che quasi ogni architetto di San Paolo vi abita o almeno vi ha abitato nel corso della vita) di Oscar Niemeyer e Carlos Lemos ed il recente spazio ad accesso pubblico del SESC 24 de maio (2017) di Paulo Mendes da Rocha, con la formidabile piscina in copertura. A San Paolo difettano quindi sostanzialmente “spazi urbani” propriamente detti rispetto al lessico della città europea, quali le piazze; è invece ben presente e strutturante un repertorio d’insediamenti successivi fatti di griglie ortogonali articolate dalla natura del terreno, fino ad accogliere significative variazioni da città giardino. Così, in forma localizzata ma diffusa, è talvolta una lottizzazione di area ex-rurale a creare un’iniziale urbanizzazione di palazzetti e ville attorno agli anni ‘20 del secolo scorso, a loro volta, dopo una trentina d’anni, abbattuti con sostituzione dei tipi edilizi per dar luogo a condomini, con nuova verticalizzazione nella fase più recente.

Insieme all’orografia è l’idrografia l’altra grande questione: l’artificializzazione del fiume Tieté – i cui meandri sono stati rettificati a più riprese, con la creazione di bacini, nel velleitario tentativo di governare le acque. Questo oggi mostra con durezza estrema il fallimento di quell’approccio vetero-ingegneristico: i molti fossi resi canali che esondano durante le piogge tropicali, caratteristiche di queste latitudini, ne sono pesante eredità. Gli insediamenti precari quanto isolati – detti comunità ovvero favelas o cidades – crescono attraverso l’esercizio del diritto di occupazione. Le aree, però, sono spesso a rischio idrogeologico perché conseguenza pratica di quanto sopra, tuttavia unica opportunità per le varie migliaia di persone che continuano ad abbandonare le campagne per trasferirsi nella macroregione metropolitana. Cattive condizioni igienico-sanitarie (spesso contrastate eroicamente dalle UBS, Unità di Base della Salute), basso reddito e tempi di trasporto quotidiano impensabili in Europa accomunano gli abitanti di queste zone, nei casi migliori originando reazioni virtuose di attivismo urbano, con creazione di microservizi e piccole start-up, orti comunitari, sistemi di raccolta differenziata e riciclo a fronteggiare violenza, spaccio etc. Le occupazioni si legano direttamente al tema dell’abitazione sociale – uno degli argomenti ove l’architettura brasiliana contemporanea più stenta a dare risposte di qualche interesse, per causa ovvero nonostante il grande impegno economico dei passati governi attraverso il programma “Minha casa, minha vida”.

 

Infrastrutture

Per ciò che concerne le infrastrutture di mobilità, queste sono spesso caratterizzate da un’evidente pesantezza d’interventi in stile anni ‘50 e ‘60, talora riconducibili all’attività del primo nemico di Jane Jacobs, quel Robert Moses che in effetti lavorò a San Paolo su invito di Nelson Rockefeller, in una stagione di notevole influenza da parte statunitense. Il repertorio degli hub è però spesso molto interessante in quanto evocativo – in particolare per la cultura europea – di dimensioni propriamente metropolitane, con grandi luci e una ragionevole leggerezza, derivata da un’efficace tradizione ingegneristica integrata con l’architettura ed agevolata anche dall’assenza di sismicità come di carico di neve.

Per quanto riguarda le ecologie urbane, tra le infrastrutture verdi che potrebbero anche contribuire a migliorare la qualità dell’aria (che è purtroppo stabilmente sopra i limiti) vale menzionare il Parque ecologico Tieté (Ruy Ohtake ed altri, 2010 – previa polemica per non aver dato seguito ad un progetto di Roberto Burle Marx del 1976), realizzato in zona est in area di esondazione: in verità di ecologico ha poco oltre al nome, per un problema d’inquinamento di acqua e di suolo derivato dagli insediamenti adiacenti. L’altro polmone verde – invero il più importante, frequentatissimo e piacevolissimo – è il Parque Ibirapuera (1951-54), con le infrastrutture culturali costruite da Niemeyer e l’architettura del paesaggio di Burle Marx.

* articolo scritto con il contributo del programma CAPES (advisor Maria Augusta Justi Pisani e Valter Caldana Jr.).

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