Haiti, la ricostruzione dimenticata

by • 19 Dicembre 2018 • Città e Territorio, Mosaico, Patrimonio2021

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Report dal Paese più povero delle Americhe, esposto alle catastrofi naturali. Dopo il sisma del 2010 la situazione generale rimane difficile e i progetti stentano a decollare

 

Ayiti, dalle native lingue Taino e Arawak, significa “terra montagnosa”. Durante il periodo coloniale francese era soprannominata la perla delle Antille, un angolo di mondo naturalmente meraviglioso. Oggi Haiti, con i suoi 11 milioni di abitanti circa e una popolazione in costante crescita, “primeggia” nel mondo per la più alta percentuale di analfabetismo e mortalità infantile ed è classificato come il paese più povero del continente americano. Questo il frutto della sua sfortunata storia, sebbene qui ebbe inizio la “rivoluzione nera” e il cammino verso la libertà dalla schiavitù negriera. Esposto alle catastrofi naturali, nel Paese la situazione generale rimane difficile.

 

Dopo il sisma, riflettori spenti

Attualmente la gran parte del prodotto interno lordo procapite è data dalle rimesse della diaspora e dagli aiuti internazionali che faticano a mettere in moto cambiamenti sostanziali perché talvolta incapaci di diventare un vero motore di sviluppo e di trasmettere capacità imprenditoriali alla popolazione locale. A seguito del terribile terremoto del 2010, i riflettori sono stati puntati sull’isola convogliando molti fondi stanziati per lo sviluppo del territorio e dell’economia, ma i processi di miglioramento non hanno raggiunto i risultati sperati. Oggi i riflettori si sono spenti e la maggior parte dei paesi ricchi che si sono fregiati di una pronta solidarietà, dormono sonno tranquilli con la coscienza pulita. Per la cooperazione italiana Haiti non rappresenta più un paese prioritario.

 

Edilizia, ricostruzione, turismo

La ricostruzione con sistemi antisismici rimane una pratica poco diffusa e l’edilizia comune, priva di una vera e propria programmazione territoriale, è composta dalla tecnica costruttiva “a blocchetti di cemento” di scarsa qualità. Le tipologie tradizionali di case gingerbread “a traliccio” con struttura in legno e riempimenti in pietra o mattoni o legno, che hanno dato prove di solidità con localizzati crolli dopo il sisma, senza perdita di vite umane, rimangono solo il segno della borghesia d’inizio Novecento a ridosso del centro coloniale della capitale Port au Prince. Queste architetture fresche e resistenti, adatte ad affrontare il clima tropicale e molto resistenti agli agenti atmosferici dovrebbero essere il modello costruttivo anche per l’edilizia comune.

Il legname locale, un tempo usato per le costruzioni, è diventato una risorsa difficile da reperire a causa della deforestazione. Costruire ad Haiti è complicato perché i materiali sono prevalentemente importati e quindi costosi, mentre l’acceso al credito è sostanzialmente inesistente. La garanzia del diritto alla casa è una realtà ancora lontana.

Nonostante la situazione, si trovano nel Paese tentativi di ricomporre un sistema turistico che cinquant’anni fa si poteva considerare discreto. Investire sul turismo, sulla diffusione della cultura locale e sulla valorizzazione del patrimonio storico ancora esistente, può essere un tassello fondamentale su cui erigere le nuove fondamenta dello sviluppo.

 

L’impegno di ASF-Piemonte

È in questo contesto che Architettura senza Frontiere Piemonte ha iniziato, dal 2011, a lavorare su Haiti portando avanti una metodologia basata sull’osservazione e ricerca sul campo, sulla progettazione partecipata, sulla formazione teorica e su quella pratica attraverso i cantieri scuola, sullo sviluppo delle comunità locali che vengono coinvolte da subito e in maniera fattiva nel processo progettuale. Fin dai primi progetti si è iniziato un percorso per l’individuazione e la valorizzazione di materiali locali, la diffusione di tecnologie costruttive sostenibili anticicloniche e antisismiche, nonché l’affiancamento alle istituzioni e associazioni locali per la promozione della cultura e la tutela del patrimonio architettonico esistente. Una metodologia di lavoro che possa essere motore di sviluppo locale, che entri nelle maglie della popolazione andando a fondo dei problemi per trovare una soluzione che funzioni sul lungo periodo.

Attualmente è in cantiere un importante progetto nella città di Cap Haitienne, nel nord dell’isola, fortemente voluto dal Ministero della Cultura, dall’Ispan (corrispondente della nostra Soprintendenza ai Beni Culturali) e dalla Caritas, prezioso partner di progetto di ASF con cui condivide le stesse metodologie di lavoro (dettaglio assolutamente non banale!). Il progetto è finalizzato al recupero, alla messa in sicurezza e alla valorizzazione del complesso delle ex carceri coloniali e ospedale militare, per restituire a cittadinanza e turisti uno spazio pubblico di 8.350 mq. Si tratta di un intervento fondamentale nel Paese dove, per le continue emergenze e per la mancanza d’interventi di attuazione di politiche specifiche, il patrimonio culturale storico ed artistico rischia di andare perduto. Il complesso della Maison de la Culture Haitienne dovrebbe ospitare diverse funzioni complementari e sinergiche, per assicurare una migliore fruizione degli spazi e per aprirsi ad un pubblico più vasto e variegato (giovani e anziani, uomini e donne, disabili) nelle diverse fasce orarie della giornata.

Obiettivo del progetto – in fase di elaborazione per la richiesta di finanziamenti – è infatti aprire il patrimonio storico e l’offerta culturale alla città ed ai suoi visitatori recuperando manufatti edilizi esistenti, in un’area già urbanizzata ed attualmente solo in parte utilizzata (alcuni piccoli uffici del Ministero e dell’Ispan che versano in un discreto stato di conservazione), attraverso l’impiego e la valorizzazione dei materiali locali, per un utilizzo razionale delle risorse e per la riduzione dell’impronta ecologica di tutto l’intervento. I materiali di risulta presenti nello stesso complesso (pietre e mattoni) verranno recuperati per le pavimentazioni; nelle opere di restauro e conservazione verranno utilizzati materiali tradizionali, come la calce e il legno. Nelle nuove costruzioni, verranno utilizzati materiali naturali autoctoni (legno, bambù, calce) ma anche i rifiuti, come la plastica. Si prevede, inoltre, l’integrazione dei sistemi di produzione di energia elettrica e di risparmio energetico. Il complesso comprenderà: zone più private e di lavoro, occupate dagli uffici del Ministero della Cultura e dall’Ispan; zone dedicate alla cultura come il museo, la sala d’esposizioni, la biblioteca, il teatro; zone di servizio agli spazi culturali quali l’accoglienza, la caffetteria, la boutique, il centro turistico, la foresteria e i locali tecnici. Infine zone di svago nel verde: il giardino botanico e le aree giochi per bambini.

 

La mission di ASF-Piemonte

Architettura senza Frontiere Piemonte crede in un mondo pratico, in cui le cose si possano fare per davvero, dove l’architettura diventa strumento per garantire l’accesso ai diritti fondamentali dell’uomo: casa, cittadinanza, salute, istruzione. Dal 2006 l’associazione opera come «coach di comunità» sviluppando progetti di architettura sociale in collaborazione con le comunità locali, in Italia e nel mondo.

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