New Tate Modern: a Londra una piramide per il terzo millennio

by • 13 Giugno 2016 • Mosaico, Progetti1880

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S’inaugura la Switch House, ampliamento della Tate Modern firmato ancora da Herzog & de Meuron (con Jasper Morrison e Günther Vogt per il paesaggio)

 

LONDRA. La Switch House, ampliamento della Tate Modern e oggetto iconico pensato per lo skyline della capitale del terzo millennio, mostra inaspettatamente il suo lato migliore sul prospetto posteriore, lungo la direzione di visita naturale che incanala l’osservatore proveniente dalla stazione della metro di Southwark. Qui, la quinta urbana si materializza tra la vivace tecnologia del recente blocco di appartamenti di Rogers Stirk Harbour + Partners da una parte, e la severa facciata posteriore della vecchia centrale elettrica di Bankside, già convertita dagli stessi Herzog & de Meuron nel 2000, alla quale hanno accostato quest’opera dalla geometria assimilabile a un tronco di piramide ruotato sul proprio asse. È proprio su questo lato, e non dal canonico approccio dal Millennium Bridge, che lo sforzo dei progettisti si fa più evidente. La relazione tra l’elegante tessitura dei mattoni della vecchia fabbrica e quella pensata dagli architetti svizzeri conserva al piano terra la compattezza dell’edificio originario di Giles Gilbert Scott, risalente al secondo dopoguerra.

L’edificio prende il posto di una prima piramide in blocchi di vetro sovrapposti, immaginata da Herzog & de Meuron nel 2006 ma poco gradita al direttivo della galleria inglese e quindi rimpiazzata nel 2008 da un nuovo progetto che, probabilmente a causa della lunga gestazione, sembra un déjà vu, ancor prima dell’inaugurazione. La facciata in mattoni del Saw Hock Students Centre della London School of Economics (O’Donnell + Tuomey, 2013), infatti, rappresenta un ingombrante precedente al rivestimento della Switch House.

I programmi educativi e culturali che animeranno gli spazi del nuovo edificio (6.200 mq) e i suoi straordinari sotterranei“the Tanks”, cisterne cilindriche di 30 metri di diametro per 7 di altezza, già adibite a live performances dal 2012 – sembrano avvincenti e all’avanguardia. A partire dall’iniziativa Tate Exchange che apre ad ampie e diversificate collaborazioni, più allineate alle reali problematiche poste dal nostro tempo rispetto a un edificio che, pur attraendo consistenti donazioni filantropiche, resta un progetto faraonico. La piramide è infatti costata 260 milioni di sterline, di cui 50 di provenienza governativa, 7 dalla London Greater Authority e 1 milione dal Council di Southwark.

L’orizzontalità del paesaggio urbano londinese, caratterizzata da terrace house e warehouse, già sfidata dai grattacieli, aggiunge un nuovo elemento di dieci piani (con terrazza in sommità) allo skyline di Southwark, non lontano dallo Shard (RPBW), e si piega alla legge dell’icona al tempo della globalizzazione, incidendo sull’eleganza compositiva del primo intervento del 2000.

In attesa dell’apertura al pubblico, il 17 giugno, gli interni non sono ancora visitabili. I render mostrano spazi alquanto neutri con calcestruzzo a vista che svela la tecnica costruttiva e il rivestimento di facciata. Per valutare la ricezione del progetto tra addetti ai lavori e grande pubblico bisognerà attendere qualche anno; il successo di marketing è, invece, il primo importante obiettivo già raggiunto.

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