Josef Frank, il modernista eterodosso

by • 25 Febbraio 2016 • Mosaico, Reviews2393

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Al MAK di Vienna la mostra “Josef Frank. Against Design” ne indaga sia l’approccio anti-formalista, tollerante e inclusivo, sia l’opera ponendola in relazione con l’oggi

 

VIENNA. L’Österreichisches Museum für angewandte Kunst (MAK) ha prolungato fino al 12 giugno la mostra “Josef Frank. Against Design”, curata da Hermann Czech e Sebastian Hackenschmidt. Josef Frank (1885-1967), tra gli architetti austriaci più influenti del periodo tra le due guerre (unico austriaco alla Weissenhofsiedlung di Stoccarda del 1927, membro fondatore dei CIAM nel 1928), muove nei suoi scritti una critica sensibile e complessa al Moderno ortodosso, dall’interno delle sue stesse istituzioni.

La mostra vuole esplorare in primo luogo l’approccio anti-formalista, tollerante e inclusivo di Frank, vivida alternativa ai diktat estetici del Movimento moderno. Un primo percorso, che documenta progetti di architettura e design, dà conto della molteplicità delle variazioni nell’adattare i modelli alle mutevoli esigenze di comfort e di vita dei committenti. L’apparente contraddizione tra la prolificità di Frank in quanto designer e il suo attacco teorico al formalismo del Movimento moderno non viene nascosta e diventa un argomento di riflessione.

In secondo luogo, è la produzione teorica di Frank che la mostra vuole indagare, mettendo in evidenza la varietà degli influssi e delle ricezioni, non limitati al solo ambiente viennese. Solo per citarne alcuni, i riferimenti vanno da Leon Battista Alberti, tema della tesi di dottorato discussa da Frank nel 1910, ad Adolf Loos e Carl König, educatore della generazione del moderno viennese, da Josef Hoffmann, Richard Neutra e Linneo, fino a Hugo Häring, Frank Lloyd Wright, Bernard Rudofsky e, ancora in seguito, fino al contemporaneo: la mostra apre infatti, in un percorso adiacente al primo, una serie di questioni interpretative dell’opera di Frank in relazione diretta con la situazione attuale, con studiati rimandi visivi tra testo (di cui la mostra è ricca) e opera. Ci si domanda quanto l’attenzione per la storia, in Frank, possa essere paragonabile a quella del postmoderno; quanto l’«accidentismo» – neologismo coniato da Frank per indicare l’interesse verso gli aspetti casuali nella crescita di casa e città – possa dipendere dalle teorie del pittoresco inglese e possa aver influenzato in seguito le ricerche di Christopher Alexander; quali siano i legami con Robert Venturi, con gli Smithson o Rem Koolhaas – la cui discussione sul kitsch presenta alcuni aspetti comuni con la visione antropocentrica e la nozione di comfort elaborata da Frank, intorno al valore sentimentale e non trascurabile nel progetto degli oggetti di cui ci si circonda.

La presenza dei curatori, nella mediazione dell’opera di Frank, è certamente forte. Czech e Hackenschmidt riescono a modellare i contributi teorici in un percorso che ammette digressioni, e Czech interviene direttamente nell’allestimento con la realizzazione di tre scale progettate da Frank. Lo scopo è di mettere in evidenza concretamente un aspetto centrale dell’antropocentrismo di Frank, ovvero la non codificabilità delle forme funzionali; un punto che sembra non essere più prioritario nell’architettura contemporanea. Un pannello – di cui Czech sembra particolarmente fiero – informa infatti che le scale “non sono conformi alle vigenti norme” e l’accesso avviene a proprio rischio.

Non solo retrospettiva, la mostra costituisce un tassello determinante per la storia (ancora tutta da scrivere) della ricezione di Frank in Austria. Un interesse che inizia negli anni sessanta: un momento in cui Frank, che lascia l’Austria intorno al 1935, non ha più alcuna influenza nel dibattito architettonico internazionale. Tuttavia, soprattutto oggi, Frank è da considerare una figura imprescindibile a Vienna per ogni riflessione sull’architettura.

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