Spagna, tutti pazzi per i parchi a tema (con molto azzardo)

by • 14 Gennaio 2016 • Città e Territorio, Mosaico2159

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Il business del divertimento smuove colossali interessi: rapido giro d’orizzonte iberico sui principali progetti realizzati, in programma o (per fortuna) naufragati

 

La Spagna, che a fine anni 80 lottò strenuamente per ospitare nelle sue coste quell’Eurodisney che finì per preferirle Parigi, sta sperimentando nell’ultimo ventennio una fioritura di parchi tematici. Con le loro forme elementari e i colori schematici, i parchi del divertimento si moltiplicano sul territorio, complice una certa benevolenza che mette a nudo la tendenza tutta umana a lasciarsi colonizzare dalla pacchianeria dell’infanzia tematica. Sul fronte della gestione della cosa pubblica, poi, i politici cercano di cogliere qualsiasi occasione redditizia per rimpolpare le casse dei municipi. Ecco un rapido giro d’orizzonte sui principali progetti realizzati, in programma o (per fortuna) naufragati.

 

Ferrari Land

L’ultimo in arrivo sarà il fratello europeo di Ferrari World Abu Dhabi, un successo in termini economici ma che rispetto a quest’ultimo sarà di dimensioni più ridotte (75.000 mq contro 85.000). Il resort dedicato alla Formula 1 e all’Italia, che dovrebbe essere completato a fine 2016, sorgerà su un terreno limitrofo a Port Aventura, “storico” parco divertimenti nei pressi di Tarragona. L’investimento da 100 milioni (a carico di Port Aventura), che avrebbe fatto gola anche alla scartata Valencia, dovrebbe contribuire ad accrescere la già consolidata offerta del parco ospitante. In progetto anche un hotel a cinque stelle con 250 camere, il primo firmato Ferrari.

 

Un continuo fiorire di rose (con le spine)

Port Aventura è stato il primo parco tematico ad aprire le porte dei suoi 115 ettari a Salou, Tarragona, ed è di gran lunga il più famoso e redditizio della penisola con i suoi 4 milioni di visitatori l’anno. Inaugurato nel 1995 con un investimento di 288 milioni di euro, ha conosciuto diversi ampliamenti ed è passato per azionisti e gestori vari fino ad oggi. Dopo Port Aventura è stato il turno di Isla Magica, ricavato su 38 ettari dei terreni dell’Expo di Siviglia. All’epoca, fu il primo parco costruito su suolo urbano in tutto il mondo. E da allora un fiorire senza fine: Terra Mitica, 105 ettari a Benidorm, Movie World e Parque Warner entrambi vicino a Madrid, Dinopolis a Teruel, Sendaviva, 42 ettari in Navarra, solo per citare i più importanti.

Progetti colossali, resi possibili grazie all’entusiastica collaborazione delle pubbliche amministrazioni che aprono la strada agli investitori, forniscono i terreni e collaborano nei finanziamenti, non senza polemiche: spesso, infatti, gli ingenti investimenti non danno i frutti promessi. Mentre Isla Magica è stato più volte sul punto di chiudere per mancati benefici, il Parque Warner di Madrid è in attivo, anche se i numeri pubblicizzati in fase di progetto non sono mai stati raggiunti, sia per quanto riguarda i visitatori che i posti di lavoro. Inaugurato nel 2002 in pompa magna, è costato 368 milioni, di cui 70 di tasca della Comunità di Madrid, a cui ne vanno aggiunti 84 per la linea ferroviaria costruita ad hoc per arrivarci, oggi chiusa.

 

Terra (bruciata) Mitica

Il caso Terra Mitica ha portato in tribunale 37 persone tra impresari e politici locali con accuse di delitto contro il patrimonio, frode fiscale e falso in bilancio. Costato 425 milioni di euro nel 2000, in piena bolla immobiliare, l’operazione è andata a carico del governo valenziano, appoggiato da due entità bancarie. La polemica si scatenò subito: i terreni su cui sarebbe sorto il parco, 450 ettari non edificabili di un’area di particolare interesse naturalistico, andarono letteralmente (e sospettosamente) in fumo, anche se ad oggi non è stata dimostrata la dolosità del fatto. In seguito all’incendio fu istituita la Società parco tematico, pubblica, beneficiaria dell’esproprio di circa 10 milioni di mq dati in concessione a diverse imprese private. Realizzato a ritmi vertiginosi, il parco non è mai decollato da un punto di vista economico fino al 2012, quando è passato in mani private (venduto per 65 milioni, di cui 45 destinati a saldare i debiti decennali), che per farlo rimontare hanno dovuto investire parecchio in restyling: tra le altre cose, per andare incontro ai desideri del pubblico che lo voleva più verde e più fresco, è stato dotato di un sistema d’irrigazione talmente efficiente che è in grado di abbassare la temperatura dell’aria di 7 gradi in estate.

 

Azzardo per Il Regno di Don Quijote

Soprattutto nell’entroterra della penisola sono stati diversi i tentativi di emulare Las Vegas, grazie alla combinazione di un clima spesso mite tutto l’anno e un territorio scarsamente popolato. Nel 2005 Ciudad Real, in Castiglia La Mancha, fu sul punto di diventare lo scenario di un complesso dedicato al gioco d’azzardo di dimensioni colossali: 1.200 ettari per un casinò di 10.000 mq, un hotel di lusso, un teatro, una mega spa, diversi campi da golf e quasi 10.000 alloggi turistici, garantendo qualche migliaio di posti di lavoro. Uno sproposito secondo Ecologistas en acción e la sinistra all’opposizione che denunciarono l’irresponsabilità di un’operazione di natura essenzialmente immobiliare che oltretutto contava su risorse idriche insufficienti. Dopo soli sei mesi la crisi mise in ginocchio gli investitori spagnoli (secondo quanto pubblicato dalla stampa locale, uno dei due soci, la Cassa di risparmio di Castiglia La Mancha perse più di 100 milioni nel progetto) e di conseguenza i soci americani si ritirarono dopo aver investito 27 milioni.

 

Las Vegas de los Monegros (sulla carta)

Quasi contemporaneamente, nel 2007 il deserto aragonese de Los Monegros fu scelto per ospitare Gran Scala, un maxi progetto pensato per attirare un pubblico di giocatori d’azzardo, con l’ulteriore promessa di offrire un “viaggio nel cuore della storia delle civilizzazioni”. Unanime e immediato fu il consenso da parte della classe politica, pronta a varare velocemente una legge che modificava la restrittiva normativa vigente in materia di gioco d’azzardo, disposta a soprassedere sul fatto che più di 2.000 ettari di terreni facessero parte di un’area protetta dalle leggi ambientali europee, e che si costruisse un complesso dall’impatto simile a quello di una cittadina di 100.000 abitanti in una zona quasi desertica, con le importanti ripercussioni sul consumo di acqua ed energia sul territorio. La promessa di creare 26.000 posti di lavoro era troppo allettante per una zona rurale depressa come quella situata tra le province di Saragozza e Huesca, in piena contraddizione, però, con il tema dell’Expo Internazionale 2008 in preparazione a Saragozza all’insegna di “Acqua e sviluppo sostenibile”. Cosa che non sfuggì a diverse associazioni ecologiste che denunciarono i rischi ambientali del progetto. Il complesso faraonico, che prevedeva un investimento privato di più di 17 milioni (più del doppio rispetto al costo dei Giochi Olimpici di Barcellona nel 1992) per realizzare 32 casinò, 70 hotel, 6 grandi parchi tematici (e 12 più piccoli), musei, centri commerciali, un ippodromo, diversi campi da golf e persino una plaza de toros, puntava chiaramente a posizionarsi come il terzo polo mondiale del gioco d’azzardo, dopo Macao e Las Vegas. Il progetto naufragò nel 2012, quando i presunti investitori non si presentarono all’appuntamento per l’acquisto dei terreni.

 

Il miraggio di Eurovegas

L’inizio della vicenda travagliatissima (durata sei anni) di Eurovegas coincide con la debacle di Gran Scala: altro macrocomplesso dedicato all’ozio e al gioco d’azzardo promosso dal multimilionario americano Sheldon Adelson, a lungo conteso dalla Comunità di Madrid e dalla Catalogna, stuzzicate entrambe dalla promessa di generare migliaia di posti di lavoro in un momento di profonda crisi. Il programma prevedeva 12 hotel alti più di 140 m, 6 casinò, uno stadio, centri commerciali, 3 campi da golf, teatri, centri congressi e servizi vari distribuiti su 750 ettari. Quando alla fine venne preferita Alcorcón (Madrid), la Generalitat catalana si affrettò ad annunciare che il parco divertimenti sarebbe stato prontamente rimpiazzato da Barcelona World, una “versione ridotta” con il gioco d’azzardo che tante proteste aveva sollevato tra la cittadinanza, un po’ meno protagonista. Alla fine non se ne fece nulla nemmeno a Madrid (nonostante il beneplacito di alcuni governanti di allora), a causa delle esose richieste economiche del gruppo americano che, tra l’altro, pretendeva una serie d’incredibili deroghe alle leggi europee in materia di diritti dei lavoratori, immigrazione, la modifica della legge anti tabacco, il libero accesso ai casinò anche ai minori, oltre all’espropriazione dei terreni privati, la deroga alle leggi urbanistiche vigenti, una serie di mega infrastrutture, enormi vantaggi fiscali e tributari, oneri e compensazioni economiche. Anche questa, un’isola “senza legge”, difficilmente giustificabile su suolo europeo. E così Adelson preferì ritirarsi e rivolgere altrove i suoi sogni espansionistici.

 

Stand by per Barcelona World

L’ambizioso progetto per il gioco d’azzardo è tuttora in progress e va avanti da tre anni tra contrattazioni, defezioni e polemiche. Di fatto, la dinamica di asta al ribasso che vede il potere politico sottomettersi in cambio della promessa di creare posti di lavoro si ripropone sulla costa Dorada. Il Piano direttore urbanistico, studiato ad hoc, definisce l’uso dei terreni situati a Salou, ancora una volta a due passi da Port Aventura: 830.000 mq edificabili, di cui 600.000 destinati a hotel, 60.000 a casinò (solo 3 invece dei 6 iniziali), 50.000 a commercio, 120.000 a spazi per l’ozio e 170.000 a parcheggi. Edifici con altezze comprese tra i 20 e i 45 m, con una decina di torri di 90 m, 4.000 residenze turistiche e strutture per ospitare dieci milioni di visitatori l’anno. Per il momento si conoscono i principali investitori dell’operazione, Hard Rock e il gruppo cinese Melco, entrambi veterani del business di casinò e hotel negli Usa e a Macao. Lo scorso settembre la Generalitat ha pubblicato le basi del concorso per la realizzazione delle strutture all’interno dei 387.000 mq previsti, ma l’instabilità politica catalana degli ultimi mesi sta mettendo seriamente in discussione la fattibilità dell’operazione, per la gioia delle agguerrite piattaforme ecologiste. La composizione del nuovo governo, infatti, si trova a fare i conti con due partiti di sinistra su tre (di cui uno fortemente anticapitalista) contrari al parco, che vedono nel progetto la rottura con un modello turistico che dovrebbe promuovere formule per integrare le risorse del territorio con un utilizzo ludico di bassa intensità, invece di cedere a proposte che comportano un uso intensivo delle risorse, con conseguenze sull’ambiente tutt’altro che trascurabili. Prima fra tutte l’impatto sul ciclo dell’acqua: da un lato il rischio d’inquinamento del mare per l’elevato aumento del volume di acque nere, dall’altro l’incremento dei consumi che metterebbe a rischio la capacità delle falde freatiche. Per non parlare delle promesse di riduzioni fiscali sul gioco (dall’attuale 55% a un 10%) quando in nome dell’austerity negli ultimi anni sono stati imposti importanti tagli alla sanità e all’educazione.

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