Formazione fa rima con internazionalizzazione

by • 30 Novembre 2015 • Professione e Formazione4833

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Report dal V Forum ProArch «Per la qualità della formazione in architettura»: l’Olanda come esempio virtuoso

 

PALERMO. Il V Forum ProArch, intitolato «Per la qualità della formazione in architettura» e tenutosi il 13 e 14 novembre, ha riunito docenti e ricercatori delle classi di insegnamento ICAR 14, 15 e 16 per discutere i contenuti e le modalità della formazione degli architetti in Italia in relazione al mutato scenario della professione.

Introducendo i lavori, Vincenzo Melluso ha sottolineato quanto, oggi più che mai, occorra ridiscutere i criteri di formazione a partire da una più chiara definizione delle responsabilità e del ruolo dell’architetto. Tre le sessioni, rispettivamente dedicate ai «Criteri unitari per la formazione del progettista», a «Il progetto come prodotto scientifico e di ricerca» e alla «Qualità della figura professionale / qualità dell’architettura». Purtroppo, i contributi non sempre sono stati all’altezza dei temi.

Di grande interesse il dibattito delle due sessioni plenarie, dove, di là delle differenti chiavi di lettura, la maggior parte degli interventi ruotava intorno al tema dell’internazionalizzazione che, nelle sue molteplici declinazioni, pare essere la questione cruciale per risolvere le problematiche che affliggono la formazione in architettura nel nostro Paese. In particolar modo, l’incontro «Osservatorio sull’identità delle Scuole di Architettura» ha messo a confronto le modalità d’insegnamento italiane con quelle degli altri paesi europei, offrendo un’attenta disamina riguardante le modalità di accesso nelle facoltà universitarie, l’organizzazione degli studi e il valore del titolo finale nel resto d’Europa. Peraltro è stato evidenziato come, in molti casi, l’iscrizione all’Ordine non sia prescrittiva per l’esercizio della professione.

L’analisi dei principali indicatori, riguardanti quantità di pubblicazioni e risultati nei concorsi in relazione all’età di accesso alla professione fotografa, ancora una volta, la situazione di crisi del nostro Paese. Di contro, a conferma di quanto già noto, il modello migliore pare essere quello applicato nei Paesi Bassi con la duplice proposta rappresentata dai Politecnici (tra cui figura in prima linea quello di Delft) e dalle accademie di Bouwkunst (Belle arti). Nel mix d’ingredienti che contribuiscono a rendere virtuoso il modello neerlandese figurano principalmente le modalità di accesso agli studi, la preparazione della classe docente e una capacità di internazionalizzazione che, come sottolineato da Saverio Mecca – presidente della Conferenza Scuole di Architettura italiane – e contrariamente all’Italia, è intesa soprattutto come capacità di attrarre docenti e studenti dall’estero.

Per quanto riguarda le modalità d’accesso alle università neerlandesi, esse si basano su una selezione che ha inizio già dagli anni degli studi superiori allorquando, dopo un periodo iniziale di uno o due anni durante il quale gli insegnamenti sono già personalizzati, gli studenti sono chiamati a scegliere tra quattro diversi profili o indirizzi (due orientati su scienza e tecnica e altri due rispettivamente sull’organizzazione e gli studi culturali) e, all’interno di ciascun indirizzo, a scegliere le materie da approfondire sulla base delle proprie attitudini. Nei Paesi Bassi orientamento e selezione avvengono già dentro le scuole superiori, in parte sulla scia del modello inglese; non ci sono test d’ingresso e, anche per le facoltà a numero chiuso, si tende a costruire una graduatoria sulla base delle attitudini, del voto di maturità e del percorso scolastico pregresso. Non è casuale che tutto questo sia possibile anche perché la stessa classe docente è sottoposta a un continuo processo di selezione, aggiornamento e svecchiamento.

Tra le molte tematiche emerse, centrale è la questione del rapporto tra il pensare e il fare architettura: un nodo cruciale che potrebbe essere sciolto favorendo una reale permeabilità tra università e professione e chiamando a insegnare professionisti che hanno dimostrato di saper rispondere alle sfide che la contemporaneità impone agli architetti. Anche in questo caso, i Paesi Bassi fanno scuola e, tra i tanti esempi offerti dal loro virtuoso modello, vale la pena di citare quello di Francine Houben che, con un processo antitetico a quanto accade oggi in Italia, è approdata all’insegnamento universitario solo dopo un’intensa attività professionale con acclamati risultati internazionali alla guida dello studio Mecanoo. Al riguardo c’è da segnalare che poco si è detto della selezione della classe dei docenti e ricercatori nel nostro paese e che si spera quindi che nel corso del prossimo Forum ProArch si affronti anche questo nodo spinoso.

Per rispondere alle sfide che la contemporaneità impone alla professione di architetto, la riforma dell’insegnamento non può essere discussa solo all’interno delle aule accademiche e, in questo senso, tra i vari interventi del Forum, c’è da segnalare quello di Franco Miceli, presidente dell’Ordine degli Architetti di Palermo, che ha auspicato una maggiore sinergia tra Università e Ordini professionali.

Dopo i precedenti appuntamenti di Ischia, Ferrara, Roma e Torino, il Forum ProArch di Palermo ha finalmente aperto la strada al confronto interdisciplinare e ha affrontato questioni aperte e urgenti, soprattutto perché è ormai vicina la riforma europea dell’insegnamento dell’architettura nelle università la cui riformulazione è prevista nel 2016. Non a caso il forum si è concluso con la formulazione di un documento che dovrebbe contribuire a indirizzare l’imminente riforma e in cui, stanti le problematiche comuni, si sollecita la promozione di un maggiore confronto tra le differenti discipline che afferiscono al mondo della formazione in architettura.

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