Tornando ad Alba

by • 12 Aprile 2010 • Forum710

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È la tarda mattinata di un giorno feriale. La strada che porta ad Alba è poco trafficata. Dopo aver lasciato Poirino e le sue storiche telerie non s’incontra quasi nessuno ed i pensieri corrono ancor più liberi. È la recherche di una parola perduta quella che mi guida: territorio. Ad Alba, neanche dieci mesi or sono, Maurizio Marello, sorprendendo un po’ tutti, viene eletto sindaco, a capo di una lista di centrosinistra. Pochi giorni fa, alle elezioni regionali, Roberto Cota consegue il 47,67% dei voti, quasi il 2% in più di Mercedes Bresso. La sola spiegazione che si dà, qui come altrove, ripetuta come un kharma quasi per convincersi, è una sola: territorio.
Ma qui suona ancor più insoddisfacente.
Mentre l’auto procede tra una fioritura anch’essa spaesata – insieme forsizie e magnolie – un diverso percorso si fa largo: quello della storia recente di questa parola. Territorio fu, negli anni cinquanta, il grimaldello per reinserire la società contadina, non solo urbana, in un’analisi sociale e politica, istituzionale e popolata di fantasmi. All’inizio degli anni settanta, riportò l’attenzione di tutti alle periferie e al problema della casa. Con l’inizio degli anni ottanta il sofisticarsi degli studi – reso quasi icasticamente dal sovrapporsi dei retini sui piani regolatori – rese il territorio uno strano sovrapporsi di misure, reti, indici. Sino a scomparire dal linguaggio, sostituito, non senza strane connivenze, da «paesaggio», nuova frontiera di una cultura insieme più materialista ed estetica, laboratorio di esercizi insieme roussoiani e calligrafici. Oggi, con la stessa sorpresa e violenza di un terremoto, territorio si è riappropriato della scena, non solo politica.
Alba è una città ricca di tracce, non semplici da leggere. Per entrarci, venendo da Torino, s’incontrano il vecchio mulino del Mussotto, la nuova tangenziale, la fondazione Piera, Pietro e Giovanni Ferrero, il Palazzo di Giustizia ipogeo di Gabetti & Isola. Di quale territorio si può legittimamente parlare?
Provo a fermarmi al primo giornalaio di via Cavour. Chiedo la «Gazzetta d’Alba», lo storico settimanale che dal 1882 racconta le cronache di questo territorio. Lo sfoglio, ne esce un compromesso tra piccola Vandea e profondo cattolicesimo, come quando lo carpivo vicino al nonno che dormiva. Chiedo all’edicolante quali sono i giornali e le riviste più acquistati. Non emerge nulla di chiaro. Proseguo ed entro nella chiesa della Maddalena, progettata da Bernardo Vittone. Il parroco mi parla di una società secolarizzata, attenta alla religione come rito sociale, certo più che alla meditazione della scrittura evangelica. Poco distante, i discorsi carpiti nell’antica pasticceria Pettiti raccontano files del tutto urbani, per rubare il titolo a una fortunata trasmissione di Rai3.
Alba non è una cittadina sonnolenta di provincia; è ricca, con un’economia differenziata, al centro di mercati internazionali: è una piccola città mondo. Il mio disagio cresce mentre ritorno verso la piazza del Duomo ed entro, per rivedere i bassorilievi di Antonio Carloni. Che strumenti interpretativi offre la parola territorio per leggere anche solo le ragioni del piccolo ribaltone che qui è avvenuto? Uscendo sulla piazza, mi ritornano in mente le conclusioni di un bel libro di Arnaldo Bagnasco, Tracce di comunità. Alba, come altri luoghi topici di questa stagione confusa che sta vivendo il Nord Italia, sono continuamente sul filo del rasoio di due opposte visioni della comunità: quella conservatrice, identitaria, tenuta insieme da tradizioni quasi sempre inventate; e quella solidale, capace d’integrare e innovare allo stesso tempo, aliena da ogni forma di tirannia dei valori. Il piccolo ribaltone di Alba ci spiega, forse meglio di tante disquisizioni, come il confine tra queste due visioni sia sottile. Tornando a casa, quando ormai la salita de La Montà nasconde il sole al tramonto, mi rendo conto di un fragoroso silenzio nel dispiegarsi odierno delle litanie sul territorio: quello di architetti e urbanisti. Forse la globalizzazione, sottraendo, almeno all’apparenza, a queste due professioni il jeux d’échelle che ne costituiva il fondamento, ne ha accentuato il disincanto?
Nel gomitolo ancora molto aggrovigliato dei miei pensieri, due fili rossi cominciano allora a emergere formando minute matasse: la comunità e il suo non costituire in sé né un recinto né un’occasione di serendipity, mentre il ceto medio che le popola sta mutando radicalmente mentalità e struttura sociale; il richiamo, quasi un ultimo appello per le culture sociali e urbane a uscire dai racconti e dai formalismi e tornar a fare i conti con la durezza e l’ambiguità dei fatti e, forse, riscoprire la fatica delle inchieste per capire le società. Forse allora si può procedere oltre le litanie sul territorio.
Nel passare il confine, ormai al buio, tra le province di Cuneo e Torino, mi accorgo però di quanto facilmente quel muro invisibile e convenzionale potrebbe trasformarsi in nuove mura medievali, se solo quel limite tra due visioni della comunità non rimanesse poroso, se vincesse una tirannia di valori costruita su di un primato che si vuole affermare… contro l’altro. E il paradosso – di dover ricorrere insieme a Ronald Donald Laing e Karl Schmitt per iniziar a cercare una risposta meno scontata di un kharma – rende il mio viaggio un po’ meno solitario. Il paradosso rende la realtà non riducibile a un’unica visione.
 

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