Servizi di architettura srl

by • 19 Marzo 2010 • Forum685

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Le «professioni intellettuali» consistono nell’espletamento di attività il cui esercizio richiede una peculiare formazione culturale, scientifica e tecnica; esse si caratterizzano per l’autonomia decisionale nella scelta delle modalità d’intervento, e per la responsabilità diretta e personale sul proprio operato. Su questo principio generale si fonda (si fondava) la stessa definizione dell’essere architetto; qui c’è (c’era) la ragione degli studi, della laurea, dell’esame di stato, dell’iscrizione all’Ordine, la condizione del lavoro di progettista e insegnante, e infine la stessa ragione dell’esistenza delle facoltà di architettura.
Ma da qualche anno avviene qualcosa di molto diverso: accade, per fare un minimo e personale (ma ben generalizzabile) esempio, che due vecchi architetti come me e Sandro Anselmi non si possano iscrivere a un concorso per una pavimentazione stradale e due chioschi, data l’assoluta inadeguatezza dei loro «requisiti» professionali (parcelle riscosse, dipendenti, curriculum), a meno di non farsene prestare la gran parte da terzi (in genere, da una società d’ingegneria). Questo prestito, in apparenza così facile e strumentale, implica però due questioni cruciali: lo stabilirsi di un mercato dei requisiti, un’attività commerciale del tutto inedita e impropria (e floridissima), e un sostanziale travisamento del tradizionale statuto professionale, in quanto l’autonomia decisionale e la responsabilità diretta e personale degli architetti si trasferiscono da loro al prestatore (che nei fatti è il socio di maggioranza).
Uscendo dall’episodio, va detto che tutta la normativa professionale recente, e non solo quella italiana, sta violentemente determinando una vera trasformazione epocale della professione: la produzione di architettura si sta spersonalizzando e concentrando su strutture societarie o comunque complesse; le attribuzioni squisitamente individuali descritte dalle parole responsabilità e autonomia vengono ovunque sostituite da forme di garanzia esclusivamente economica o strumentale; il concetto di «servizio tecnico» eclissa completamente quello di progetto di architettura, laddove esso venga inteso come prodotto intellettuale e artistico.
Di una modificazione strutturale di tale entità, che pure tutti ben avvertono, stranamente si parla assai poco. Peggio ancora, nessuno fa nulla: nelle facoltà seguitiamo a indirizzare i giovani verso finalità illusorie; facciamo finta di non sapere che le loro prospettive professionali (viste le minime di noi vecchi) sono praticamente inesistenti; ci balocchiamo in futili ripicche con strutture obsolete come gli Ordini ecc.
Collabora, è vero, a questa sorta di obnubilamento la fortuna mediatica delle archistar; ma dovremmo ben accorgerci che esse, quando non sono altro che brand di strutture societarie (salvo qualche caso speciale), rappresentano proprio la sostanziale marginalizzazione dell’architetto, non più progettista integrale ma solo stilista.
Dovremmo infine capir meglio perché e come si sia verificato tutto ciò. Sappiamo che qualcosa di simile è avvenuto negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, con l’endogena irruenza dei fenomeni di concentrazione capitalistica. Ma perché da noi, in Europa, tutto è avvenuto così in ritardo e così ope legis? E perché, specialmente nel nostro Paese, ha assunto il carattere di un’inusitata cogenza burocratica? Che si tratti di un inevitabile adeguamento delle strutture progettuali alla crescente complessità dei cantieri contemporanei non mi pare plausibile, se non altro perché l’edilizia resta, nonostante qualche marginale modernizzazione, una forma produttiva arcaica e stabile; né mi pare possibile trovare una vera differenza di complessità (di strutture, dettagli, impianti ecc.) fra ciò che facciamo ora e un qualsiasi progetto degli anni sessanta (per esempio, la Rinascente, firmata da Franco Albini e non da una società d’ingegneria). Più facile è che si tratti di una scelta politica ed economica indirizzata alla concentrazione, o meglio all’ibridazione del sistema decisionale con quello progettuale e quello produttivo; quella cosa che, per le sue facili deviazioni malaffaristiche, da noi è stata felicemente definita sistema «gelatinoso».
Noi, che siamo un Paese speciale, abbiamo poi completato il quadro con una serie di peculiari squisitezze. Abbiamo accresciuto la complessità, non del progetto, ma di superflui e faticosi elaborati accessori, tutti dichiaratamente e inutilmente di garanzia; taluni risibili perché consistenti nel progetto stesso, quali la «valutazione dell’impatto paesaggistico»; tali altri offensivi per la loro ineffettualità rispetto ai loro pur serissimi e gravi obiettivi. Fra questi spicca il sistema degli elaborati relativi alla sicurezza: totalmente compilativi, pedissequi, e però molto ben remunerati, tanto da apparire soprattutto concepiti come un’elargizione di carattere populistico alla massa di disoccupati iscritti agli Ordini.
Abbiamo aderito con entusiasmo alla pratica, ormai generalizzata, dell’appalto integrato: una strategia che azzera la possibilità di un progettista di definire i caratteri complessivi della sua opera, demandandone il completamento a terzi, salvo rientrarvi nascostamente, come consigliere ombra dell’impresa appaltatrice. Abbiamo alimentato la formazione di una quantità di sedicenti «società d’ingegneria» che, pur essendo prive di ogni, seppure minima, capacità tecnica, si costituiscono come centrali per la fornitura di requisiti; per cui invece che un sistema (capitalistico) di concentrazioni di vere strutture tecniche, si sta affermando un sistema (miserabile) di entità progettuali minime o individuali, sottoremunerate e sfruttate da un rete di protettori esigenti ecc.
L’elenco è troppo lungo e triste per non interromperlo qui.

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