Le sue opere erano pretesti di vita collettiva

by • 8 Ottobre 2009 • Professione e Formazione462

Share

«Bisogna che il pubblico si abitui a dei ragionamenti analogici tra l’estetica e la morale, affinché, comprendendo il profondo legame che gli atti morali hanno con le manifestazioni estetiche, possa oggi liberare lo spirito dalla schiavitù di certe forme, per tendere liberamente a quelle nuove forme, che, con maggior sincerità, rappresentano le attuali aspirazioni degli uomini». Mi piace iniziare così: con un antico testo scritto nel 1936 dai Bbpr (Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti e Ernesto Nathan Rogers) e dunque muovendo da Rogers.
Poiché ho conosciuto Guido Canella soprattutto come intellettuale e professore, mi sembra oggi di scorgere in modo evidente il legame che lo univa a quelli che riteneva suoi maestri, e in particolare a Rogers, che, come Canella, ha dedicato alla scuola una parte importante della sua passione. Eppure Rogers vedeva altrove il centro al quale ricondursi e sul quale intensamente lavorare: e lo vedeva in quel nodo meraviglioso e denso che è costituito dall’architettura; in quella sua vocazione criptica, eppure reale, a rappresentare per via di forma le aspirazioni degli uomini, sino a farsene testimone. Anche in questo Guido credeva.
Edifici che si ergono a monumenti. Canella sovverte una concezione maggioritaria di quel che aveva da essere l’impegno. È la sua una visione singolare del ruolo dell’architettura, perché le affida un mandato civile che non può che volgersi in contrasto. Non si tratta di dotare ordinatamente il territorio d’infrastrutture e servizi, ma di riscattarlo dalla disseminazione edilizia, dall’omologazione piccolo borghese, dal degrado e dalla corruzione delle forme. Non dunque scuole, municipi, chiese, commerci ma «centri civici», che, come rocche immaginarie, ridonino evidenza alla dimensione pubblica, e che insieme si facciano pretesti e strumenti di vita collettiva. Così i suoi interventi si costituiscono nel circondario di Milano come sentinelle e come figure dense: nei municipi di Segrate e Pieve Emanuele, nel quartiere Iacp di Bollate e nei complessi scolastici a Noverasco e Cesano Boscone, nel centro civico di Pioltello e ancora in altri centri e altre città.
È un’idea teatrale e drammaturgica del territorio, ove gli edifici assumono ruolo di protagonisti e attori; ed è una concezione transitiva del costruire, ove le forme portano valori e suscitano sentimenti civili, al modo in cui lo ritenevano possibile i romantici. «… sappiamo che, alla fine, la serie delle esperimentazioni risulterà una strada d’amore», scriveva Pasolini in Passione e ideologia, «amore fisico e sentimentale per i fenomeni del mondo, e amore intellettuale per il loro spirito, la storia: che ci farà sempre essere “col sentimento, al punto in cui il mondo si rinnova”».
Sono di grande spessore e intelligenza i suoi scritti: andranno raccolti e riproposti, ma soprattutto riletti nel loro abbraccio tra costruzione critica e immaginazione di architetto.
Si chiude forse, con la scomparsa prematura di Canella, una stagione dell’architettura italiana. Una stagione ricca di cultura, di elaborazione intellettuale, d’invenzione figurativa; polifonica al modo in cui sono polifoniche le città in cui essa è cresciuta e alle quali si è alimentata. Una stagione cui guardiamo con rimpianto; e che siamo chiamati sulla breccia a continuare.

(Visited 18 times, 1 visits today)

Tag


Pin It

Comments are closed.