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Laura MilanWritten by: Interviste

Enrico Frigerio: verso la manifattura 4.0

Un dialogo con il fondatore di FDG-Frigerio Design Group sui temi della progettazione dei nuovi luoghi di lavoro, su cui lo studio basato a Genova è da tempo impegnato. L’ultimo suo progetto è il Ferrero Technical Center di Alba, al centro della quinta monografia della collana “Radiografia del contemporaneo”

 

scarica la monografia

 

Il nuovo Ferrero Technical Center di Alba (Cuneo) amplia lo storico stabilimento alla periferia cittadina per dotare l’azienda di una nuova struttura tecnica deputata alla ricerca, alla progettazione e alla realizzazione degli avanzati macchinari destinati alla produzione per gli stabilimenti Ferrero nel mondo.

 

1. Valore del contesto, progettazione integrata, qualità dell’architettura, prefabbricazione e sostenibilità in senso allargato fanno parte dell’approccio progettuale di FDG da molti anni, in largo anticipo rispetto all’attenzione che vi si dedica oggi. Cos’è la “slow architecture”?

La Slow Architecture è la filosofia manifesto con la quale sviluppiamo i nostri progetti. In sintesi, per me è un’architettura progressiva dalla ridotta impronta ecologica, che vive nel tempo e trae dal contesto le risorse per la sua definizione.

Entrano in gioco il metodo e il processo, in orizzonte di analisi e di sviluppo e si introduce il fattore temporale. Il progetto non si ferma al collaudo effettuato alla costruzione, ma guarda oltre e riporta al centro l’uomo con la sua storia e il suo futuro, l’ambiente con le sue risorse.

Mi piace richiamare alcuni filosofi contemporanei che sin dagli anni Settanta iniziarono a teorizzare un approccio differente rivolto al contesto e alle sue risorse, come il viennese André Gorz pioniere dell’ecologia politica, che scriveva: “per vivere meglio si tratta di produrre e di consumare diversamente, di fare meglio con meno, eliminando le fonti di spreco e aumentando la durata dei prodotti”. O il francese Serge Latouche, promotore del concetto di decrescita per la crescita, attraverso il circolo virtuoso delle otto “R”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.

Infine Carlin Petrini, fondatore del movimento Slow food, amico delle realtà locali e nemico delle globalizzazioni, che nella premessa al mio saggio “Slow Architecture istruzioni per l’uso” scrive: “Contesto è valore chiave: Enrico Frigerio e il suo gruppo l’hanno scelto come fulcro della slow architecture opponendo l’energica ricchezza ispiratrice dei singoli luoghi al falso universalismo che corre sotto l’etichetta di globalizzazione.”

Dovrà perciò essere un’architettura che riflette e utilizza le risorse del luogo: storia, profilo sociale, caratteristiche ambientali e microclimatiche. Questa a mio avviso è una condizione capace di favorire l’armonico radicamento nel territorio di quanto progettiamo. Il che non significa che il risultato finale debba imitare, replicare, travestirsi o nascondersi. Potrà incarnare risultati di simbiosi o di contrasto, di adesione o di opposizione: ma saranno sempre risultati che solo uno studio approfondito del luogo orienta.

 

2. In che modo questo approccio ha aiutato e aiuterà nel prefigurare i caratteri e le sedi dei luoghi di lavoro del futuro? Tra smart working e lavoro in presenza, IoT e sensori lavoreremo in modo sempre più digitale e virtuale?

A progettare architetture che interpretino meglio le esigenze future di chi le vivrà, ma al tempo stesso costruzioni che riducano la loro impronta ecologica. Si lavora con una progettazione integrata, secondo la filosofia dell’User Centered Design (UCD), tenendo conto del punto di vista e delle esigenze dell’utente; un processo che si basa sull’interazione tra diversi strumenti di analisi e osservazione, di progettazione e verifica, introducendo l’innovazione. In una realtà sempre più complessa, i vari aspetti e i vari componenti devono essere affrontati con il contributo di professionalità ed esperti integrati tra loro, al fine di ottimizzare le condizioni esistenti per ottenere le migliori performance, secondo un sistema uomo-ambiente ed edificio-impianto.

Penso inoltre che uno degli aspetti più importanti in futuro, sia rappresentato dalla capacità di adeguare le situazioni con un grado massimo di flessibilità, per rispondere alle esigenze che cambiano e si evolvono repentinamente. L’ambiente di lavoro, oggi più di ieri, rappresenta il luogo della comunità e dell’identità.

La rivoluzione digitale che stiamo vivendo, ci ha fornito degli strumenti molto potenti, che hanno modificato i vari processi da quelli relazionali a quelli produttivi, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti, nessuno escluso. Lavoreremo in un modo differente e potremmo fare cose che fino a ieri erano impossibili, aiutati da processi e da strumenti tecnologici sempre più performanti.

La condizione pandemica che abbiamo vissuto recentemente, ha messo a nudo una serie di limiti della nostra società, inducendo profonde riflessioni, ma contemporaneamente ha accelerato il processo di digitalizzazione della nostra società, obbligando tutti ad adeguarsi e ad evolversi.

Tutto questo nel mondo del lavoro penso porterà a situazioni ibride, in quanto si manterranno quelle pratiche che hanno tratto evidenti vantaggi dalla virtualità, mentre si ritornerà ad abitudini pregresse magari riviste e attualizzate.

Ma la cosa più importante è una differente gestione del tempo, perché si eliminano certi spostamenti, si riducono dei costi passivi, si inquina di meno (perché ci si muove meno) e il tempo risparmiato può essere dedicato ad attività a più alto valore aggiunto.

 

3. Il verde ha un valore sempre più importante nella creazione del comfort di spazi di lavoro che una nuova, ma forse non così tanto, progettazione biofilica rende anche gli interni veri e propri paesaggi che quando possibile dialoga con l’esterno. Quali evoluzioni prevede?

Una stretta correlazione tra strutture artificiali e naturali, dove il verde ha un’influenza psicologica positiva sulle persone, oltre che microclimatica per gli ambienti, per favorire il benessere fisico e mentale di chi lavorerà negli spazi, per migliorare la relazione, la creatività e il senso di appartenenza ad una collettività. Il verde contribuisce a realizzare ambienti dove stare bene e sentirsi bene.

Penso però che l’evoluzione del verde interesserà più gli spazi esterni, alla ricerca di ridurre naturalmente l’inquinamento, abbassare l’isola di calore e migliorare il microclima locale.

Immagine di copertina: foto di Enrico Basili

 

Leggi l’intervista in lingua inglese

 

 

Autore

  • Laura Milan

    Architetto e dottore di ricerca in Storia dell’architettura e dell’urbanistica, si laurea e si abilita all’esercizio della professione a Torino nel 2001. Iscritta all’Ordine degli architetti di Torino dal 2006, lavora per diversi studi professionali e per il Politecnico di Torino, come borsista e assegnista di ricerca. Ha seguito mostre internazionali e progetti su Carlo Mollino (mostre a Torino nel 2006 e Monaco di Baviera nel 2011 e ricerche per la Camera di Commercio di Torino nel 2008) e dal 2002 collabora con “Il Giornale dell’Architettura”, dove segue il settore dedicato alla formazione e all’esercizio della professione. Dal 2010 partecipa attivamente alle iniziative dell’Ordine degli architetti di Torino, come membro di due focus group (Professione creativa e qualità e promozione del progetto) e giurata nella nona e decima edizione del Premio architetture rivelate. Nel 2014 costituisce lo studio associato Comunicarch con Cristiana Chiorino

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Last modified: 28 Gennaio 2023