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Giampiero BosoniWritten by: Design Professione e Formazione

Pierluigi Cerri (1939-2022)

Ritratto intimo di un protagonista che ha segnato la storia dell’immagine, della comunicazione e del design italiano un po’ in tutto il mondo

 

Architetto, designer, grafico editoriale, progettista di mostre e allestimenti fieristici, intellettuale e redattore di riviste, art director di grandi eventi e rinomate firme del design italiano, inventore di inediti ambienti per celebri talk televisivi, docente universitario e per più di 20 anni socio fondatore dello studio Gregotti associati: tutto questo e anche più, accompagnato sempre dalla brillante vivacità e dalla sardonica arguzia che sono rimaste un’impronta indelebile della sua inossidabile figura d’enfant prodige, è stata per quasi sessant’anni la distinta figura di Pierluigi Cerri.

Innanzitutto, mi ricordo Pierluigi elegante, scanzonato, ironico, sempre pronto alla battuta, in particolare quando alla sera insieme ad alcuni suoi collaboratori e amici si concedeva un buon aperitivo presso la bottiglieria Bulloni di piazza Aquileia a Milano, vicino allo studio Gregotti: un luogo che sicuramente Cerri aveva fatto un suo punto di riferimento anche per il bellissimo pannello pittorico/grafico con relative lampade in stile “secondo futurismo” ideato da Enrico Prampolini nel 1933. Con la sua sensibilità, Cerri probabilmente sentiva che lì aleggiavano ancora i pensieri e le idee, oltre che le scanzonate risate, di altri colleghi che come lui l’avevano frequentato per comune vicinanza degli studi: Albini, Palanti, Ponti, Gardella, Zanuso, Asti. Già giovanissimo frequentatore del mitico bar Giamaica, incontra e diventa amico fra gli altri di Umberto Eco e di molti artisti della nouvelle vague milanese degli anni 50/60 quali Piero Manzoni, Lucio Fontana, Arnaldo Pomodoro.

Poi ricordo bene Cerri al lavoro, super dinamico, ma anche riflessivo, preciso e attento al dettaglio. Ho avuto la fortuna di vederlo lavorare come art director e redattore della rivista «Rassegna», diretta da Vittorio Gregotti, dove in qualità di redattore ho condiviso questa esperienza 14 anni al suo fianco. Capitava spesso di vederlo in una posizione meditativa che era diventata nel tempo un fermo immagine ben chiaro per tutti coloro che hanno lavorato con lui: seduto al tavolo con la testa ripiegata da un lato e la tempia appoggiata al pollice della mano aperta, nella quale teneva sempre ben stretta tra l’indice e il medio la sempiterna e maledetta sigaretta. Una posa plastica immortalata anche da Tullio Pericoli in un perfetto ritratto.

Per ricordare l’importanza e la vastità del suo lavoro a questo punto dovrebbe partire un elenco interminabile di nomi, luoghi, eventi che hanno fatto per almeno quarant’anni la storia dell’immagine, della comunicazione, del design italiano un po’ in tutto il mondo: visual identity Biennale di Venezia ’76, Italia ’90, EXPO di Lisbona, Salone del Mobile, Palazzo Grassi, il Lingotto, Pitti immagine; la corporate identity Prada, Ferrari Auto, Unifor, iGuzzini e Fratelli Guzzini, B&B Italia, De Padova, Pirelli e Saras; il progetto grafico delle riviste «Casabella» e «Rassegna», per arrivare anche ai progetti per il disegno degli interni e del profilo dei giganteschi transatlantici da crociera “Costa Classica”, “Costa Romantica” e “Costa Victoria”. Insignito di 3 Compassi d’oro, dell’Award for good industrial design – Gold Product Design dell’Industrie Forum Design, membro Alliance Graphique Internationale e premio Art Director Club alla carriera 1994.

Ricordiamo anche che, dopo aver contribuito in maniera importante allo sviluppo della Gregotti associati, nel 1998 decide di separarsi e aprire il proprio studio Cerri & associati, che ha continuato a portare avanti progetti di grande importanza e valore. Nel 1994 ho avuto l’occasione di fargli una lunga intervista per un servizio a lui dedicato sulla rivista «Progex», che allora dirigevo con il sostegno come art director del comune amico Italo Lupi. Mi piace a questo punto far parlare Cerri, con il suo raffinato stile, anche di linguaggio, proponendo di quel piacevole incontro il suo modo ironico di prendere le distanze dalla definizione che in quel momento gli si dava di progettista “minimalista”: «Sicuramente la rifiuto. Dire minimalista non vuol dire niente. E’ una parola di moda e poi il minimalismo in sé e per sé può essere molto noioso. Se per minimalista s’intende Mies van der Rohe allora mi va benissimo esserlo, ma sinceramente Mies lo definirei più un architetto concettuale…». Ecco, credo che a questo mirasse la ricerca di Cerri: assurgere a quell’assoluta chiarezza progettuale di Mies, ma a suo modo anche a far rivivere quella che gli amati maestri del razionalismo italiano, Albini in testa, avevano idealizzato, proprio nei loro progetti più provvisori degli allestimenti, come “sostanza di cose sperate”.

 

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Last modified: 9 Dicembre 2022