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Written by: Forum

Partecipazione vs diversità, facciamo il punto

Nonostante il tema dell’eterogeneità sociale e dell’attenzione alle minoranze sia al centro del dibattito internazionale, le sue implicazioni urbane tardano ad essere recepite in Italia

 

Il 2021 si avvia ad essere l’anno in cui si delineano con chiarezza programmi d’intervento nazionali e sovranazionali che hanno nei temi dell’inclusione e del rispetto e valorizzazione delle diversità uno dei loro fondamenti. Delle 29 Executive actions firmate dal presidente americano Joe Biden all’indomani del suo insediamento il 20 gennaio, 7 riguardano pari opportunità, immigrazione e scuola, riprendendo le priorità del suo mandato.

Con il NextGenerationEU l’Europa si appresta a vincolare una parte consistente dei fondi al tema della parità di genere, che ha nell’iniziativa del Nuovo Bauhaus uno strumento attuativo ispirato ai principi di “bello, sostenibile, insieme”, dove “bello significa spazi inclusivi e accessibili”. Il 25 gennaio sono state presentate le candidature al programma “Young Women Leaders dell’Onu, che intende promuovere il ruolo delle giovani donne del Sud globale nei ranghi delle Nazioni Unite. Ma nonostante il tema della diversity, dell’eterogeneità delle popolazioni e dell’attenzione alle minoranze sia al centro di un intenso dibattito internazionale, le sue implicazioni per le nostre città e architetture tardano ad essere recepite in Italia.

 

Partecipazione e disomogeneità

Una delle strategie per affrontare la diversità in ambito progettuale è la partecipazione. Quando si parla di progettazione partecipata ci si riferisce al coinvolgimento di una popolazione di individui in un processo decisionale su uno spazio che li riguarda. Ma questa “popolazione” è in realtà solo un’astrazione: utile, ma insidiosamente fallace. La popolazione che si coinvolge in un processo partecipativo, infatti, è sempre disomogenea per almeno due ragioni. Da un lato, perché è composta da soggetti con premesse culturali diverse, anche molto distanti tra loro. Dall’altro, perché questi soggetti hanno un accesso diseguale alle risorse: sono, in altre parole, più o meno ricchi di capitale sociale e economico. Di questa doppia disomogeneità si dovrebbe tener conto, sia per evitare soluzioni generalizzanti che non considerano la sfaccettata complessità dei bisogni di una comunità, sia perché proprio dalla disomogeneità e varietà di prospettive e modi di vita si possono trarre spunti insostituibili per il miglioramento dell’abitare.

Su questa complessità dei gruppi destinatari dei processi partecipativi si riflette con scarsa attenzione nel nostro Paese: le rare volte in cui è messa a tema, la si risolve internamente al processo partecipativo, presentando il processo come “aperto a tutti” e poi offrendo, ancora più raramente, dei percorsi in qualche modo diversificati al suo interno. Ma poi, a conti fatti e a processo finito, è spesso impossibile risalire alle voci dei gruppi minori e più deboli, e riscontrare nelle proposte attuative intenzioni progettuali che rispondano ai loro effettivi e specifici bisogni.

In quest’ottica è perciò importante guardare con attenzione a quelle strategie partecipative che invece adottano una prospettiva altamente profilata, e scelgono di attivare la partecipazione di un segmento sociale specifico. A questo proposito, sono interessanti due percorsi di progettazione partecipata al momento attivi: l’esperienza di Barcellona sull’urbanistica di genere e quella promossa dall’Unicef dal titolo “Città amiche dei bambini”, recepita con entusiasmo dalla città di Fano.

 

Casi virtuosi: da Barcellona a Fano

Dal 2019 la sindaca Ada Colau ha avviato a Barcellona una riflessione sui rapporti tra città, cultura, economia e amministrazione che ha nella prospettiva di genere il suo fulcro. La prima azione del percorso partecipativo della capitale catalana è stata l’organizzazione di “marce esplorative della vita quotidiana” per analizzare Barcellona dal punto di vista delle donne. Lo scopo è stato di eseguire dei “controlli in situ” sull’organizzazione dello spazio pubblico per «incorporare la prospettiva di genere nella progettazione dello spazio urbano e le diverse voci rilevanti nella sua costruzione». Le marce consistono in percorsi urbani pensati e condotti da donne, dove la valutazione dello spazio pubblico quanto a illuminazione, arredo, verde e servizi è il risultato dello sguardo femminile e delle sue specificità. Uno sguardo che, per esempio, si sofferma sulla sicurezza della persona, sulla varietà delle opportunità d’uso, sull’accessibilità per le persone con ridotta mobilità, sulle opportunità per il gioco nel verde.

Analogamente opera il programma “Città amiche dei bambini”, il percorso partecipativo che l’Unicef promuove nel mondo per integrare la visione dei più piccoli nei processi di riqualificazione urbana, aiutando a costruire una nuova consapevolezza progettuale dove i bambini non siano più «vittime, nascoste e silenziose, di piani urbanistici che non li hanno presi in considerazione e non ne hanno rispettato i punti di vista», bensì soggetti attivi da ascoltare, perché messi in grado, finalmente, di dire la loro sugli spazi della città. A Fano (Pesaro e Urbino), che ha fatto in Italia da apripista con i primi progetti pilota già a inizio anni novanta, strategie partecipative come “Il quartiere a misura di bambini” e “A scuola ci andiamo da soli”, hanno visto i bambini far parte a pieno titolo dell’equipe progettuale. Il lavoro svolto insieme a loro ha permesso di ripensare la mobilità casa/scuola con percorsi che incentivano l’autonomia dei bambini; di rivitalizzare lo spazio pubblico con interventi di street art e la realizzazione di aree gioco sicure e innovative; di sperimentare chiusure temporanee al traffico, micro-biblioteche per lo scambio di libri e giornate di lettura condivisa con genitori e nonni.

Dare voce alle diversità, e a prospettive non generalizzanti, ha dunque il salutare effetto di costringerci a prendere atto che le nostre città non sono per tutti “a misura”, ma al contrario possano essere non accessibili ed estranianti per significative parti della collettività. E che quindi da percorsi partecipativi sensibili alle diversità non si dovrebbe prescindere, se vogliamo che le nostre città siano davvero accoglienti e inclusive per tutti.

 

Immagine di copertina: fonte elcritic.cat

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Last modified: 8 Marzo 2021