Is this tomorrow? Il remake non è radicale né ottimistico

by • 24 Aprile 2019 • Reviews907

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Alla Whitechapel Gallery di Londra la mostra curata da Lydia Yee raccoglie i futuri alternativi di 30 artisti e architetti della scena contemporanea

 

LONDRA. “Is this tomorrow? “ è la nuova esposizione in corso alla Whitechapel Gallery fino al 12 maggio. La mostra si rifà alla storica mostra allestita nelle stesse sale nell’agosto 1956, che consacrò la Pop Art e il New Brutalism nel Regno Unito, oltre a regalare importanti opere come il manifesto-collage di Richard Hamilton, “Just what is it that makes today’s homes so different, so appealing?” (“Che cosa rende le case di oggi così diverse, così attraenti?”) ed il Patio and Pavilion del Group 6, capitanato dagli architetti Alison e Peter Smithson.

“Is this tomorrow?” raccoglie il lavoro di 30 artisti ed architetti internazionali, selezionati dalla curatrice Lydia Yee per rispondere, attraverso le loro opere, alle criticità che ci presenta la contemporaneità offrendo la visione di un futuro ipotetico. Tra i nomi di rilievo spiccano 6a architects, David Adjaye, Andrés Jaque / Office of Political Innovation, David Kohn e Farshid Moussavi.

I 10 progetti in esposizione sono un mix d’installazioni, padiglioni, disegni e video che trattano i temi dell’immigrazione, il concetto di confine, la privacy, la tecnologia e il cambiamento climatico. I visitatori sono stimolati ad interagire, ad avvicinarsi ed esplorare le installazioni.

Il confronto sembra inevitabile. Indubbiamente la nuova versione evoca scenari più pessimistici a cui neanche l’arte e la creatività sembrano dare una risposta o una soluzione convincente. Il forte spirito radicale all’avvicinarsi degli anni ’60 ha certamente prodotto contenuti rivoluzionari, di forte impatto visivo per l’immaginario di quegli anni.

Tuttavia, non mancano numerosi spunti su cui riflettere. Ad esempio, Spirits Roaming the Earth”, ideata da Andres Jaque con l’artista Jacolby Satterwhite, è una pungente installazione a forma di montagna, una sorta di Torre di Babele, nella quale una serie di schermi affrontano i temi legati alla gentrificazione e all’inquinamento nell’ambito del progetto di 432 Park Avenue a New York. Al proposito, va osservato che la parte più costosa dell’edificio sono le vetrate prodotte dall’azienda austriaca Ecklet Glas. Il motivo dell’esorbitante spesa? Correggere e garantire la giusta tonalità di azzurro della vista mozzafiato agli abitanti multimilionari, senza che un ingiallito ed inquinato cielo newyorkese rovini lo skyline.

Quanto mai attuale l’installazione di Farshid Moussavi con l’artista francese Zineb SediraBorders/Inclusivity” mette assieme un labirinto composto da alti tornelli neri che ruotando in diverse direzioni imprigionando il visitatore all’interno di una serie di accessi senza destinazione. Ovvio il riferimento alla situazione politica della Gran Bretagna e della quanto mai confusa Brexit, ma in realtà affine a molteplici scenari politici non solo europei.

Nell’insieme, l’esibizione forse manca di quella visione sfrontata e pungente che l’arte dovrebbe restituirci, dandoci una lettura coraggiosa ed audace del mondo in cui viviamo, ma che indubbiamente non si sottrae nell’affrontare temi complessi come, ad esempio, l’attuale scenario politico e culturale. Una denuncia aperta, ma forse con poca voglia di ribaltare il tavolo.

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