Una e divisibile. Da Sud a Nord, beni culturali a regime differenziato

by • 23 Febbraio 2019 • Patrimonio1460

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Introduzione a un’inchiesta sulle politiche dei beni culturali italiani in riferimento alla discussione sul disegno di legge per le autonomie regionali

 

«La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali», recita l’articolo 5 della Costituzione. Poi c’è stata la revisione costituzionale del 2001, quella che ha riformato il Titolo V (Governo di centrosinistra), prevedendo che le regioni possono chiedere forme e condizioni particolari di autonomia in diversi ambiti, quali sanità, istruzione, ambiente, infrastrutture, beni culturali compresi. È finita che dopo che le regioni tradizionalmente più forti, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna hanno chiesto maggiori poteri in base all’art. 116, terzo comma della Carta, il Paese si è spaccato più di quanto non fosse già. Dopo l’avvio del negoziato ancora sotto un governo di centrosinistra (Gentiloni), il passaggio decisivo lo avrebbe dovuto fissare il Consiglio dei ministri del 14 febbraio scorso, in cui sono state discusse le bozze delle intese, senza però arrivare ai testi definitivi. Questi ultimi, recepiti in un apposito disegno di legge, approderanno alle Camere, dove non sarà concesso, però, di emendarli, ma di esprimersi in blocco sull’autonomia, sì o no.

L’intesa, dunque, non è stata raggiunta. A frenare il M5S, che rivendica un ruolo centrale al Parlamento e che non vuole che il processo favorisca le regioni più ricche. Se, infatti, a sentire i governatori del Nord sul piatto c’è un’opportunità che non possono non cavalcare anche le regioni del Sud, il presidente della Campania Vincenzo De Luca e Nello Musumeci, presidente della storicamente autonoma Sicilia non sembrano dello stesso avviso. Quest’ultimo pone delle condizioni: non può esserci accordo senza riequilibrio infrastrutturale e se alla Sicilia non viene riconosciuta l’autonomia finanziaria, sancita dallo Statuto, ma rimasta lettera morta lungo ben 72 anni. Quello che si teme, non solo in Sicilia, è che a saltare sia la perequazione, il principio di solidarietà e di equità tra le Regioni, secondo cui per ripianare le perdite di una sola regione lo Stato preleva il denaro dalla fiscalità generale, spalmando, cioè, la perdita su tutti gli italiani. Tra gli altri rischi anche quello che i servizi essenziali siano differentemente garantiti ai cittadini di regioni diverse. L’altra parolina chiave è responsabilizzazione: spostare i centri di spesa e di decisione dai livelli più alti, cioè dallo Stato centrale, a quelli locali, più vicini ai cittadini, renderebbe le amministrazioni territoriali più efficienti. Ma davvero la «responsabilità» fiscale basterebbe a convertire classi politiche corrotte e affariste? (Proprio di questi giorni è la notizia della condanna definitiva per corruzione dell’ex governatore lombardo Roberto Formigoni). Quelle che in Sicilia sono state la vera causa di ritardi e criticità di ogni sorta, che ne hanno sancito il regresso nel panorama nazionale, e che poco hanno a che vedere con una specialità siciliana sostanzialmente rimasta inattuata. Se anche d’un colpo si abrogasse l’autonomia, la Sicilia, che vanta il parlamento più antico d’Europa, si ritroverebbe anche il migliore? Piuttosto, in questo momento storico cruciale per la coesione del Paese, la Sicilia offre un formidabile banco di prova proprio per i beni culturali, tra le materie su cui il 14 febbraio è saltato l’accordo, e che figuravano già tra le richieste non accolte o definite nelle bozze dell’intesa sottoscritta tra le regioni e il presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte.

Ecco, quindi, il significato del capovolgimento delle coordinate geografiche di cui al titolo di questa inchiesta: beni culturali «da Sud a Nord». Per cercare di capire cosa, in concreto, comporterebbe il passaggio di competenze in questa materia dallo Stato alle regioni, c’è proprio l’esperienza – nessuno sembra ricordarlo – di quanto già avvenuto in Sicilia, unica tra le regioni a statuto speciale a godere, da quando le fu trasferita dallo Stato nel 1975, della competenza esclusiva in materia di beni culturali. Freccia tesa nell’arco e mai fatta scoccare, è la storia di 44 anni di premesse e promesse che non si è saputo e voluto sviluppare nella loro carica, non di rado, pure innovativa. Proprio di recente una discutibile prova della gestione autonoma del patrimonio è offerta dal «grande bluff» dei parchi archeologici.

 

Beni culturali e governo del territorio: le richieste delle regioni di centro-nord

Nelle prossime puntate scenderemo nel dettaglio delle singole proposte, mentre anche altre regioni hanno avviato la fase della trattativa, come il Piemonte lo scorso dicembre. Intanto, in generale, l’Emilia Romagna guidata da Stefano Bonaccini, con una richiesta più «smart» rispetto a Veneto e Lombardia («solo» 15 competenze su 23), chiede ulteriori competenze legislative e amministrative nelle materie del governo del territorio e della rigenerazione urbana, della protezione civile e del rischio sismico, della tutela dell’ambiente, della tutela e valorizzazione dei beni culturali. In particolare s’intende costruire un sistema museale regionale integrato. Nella bozza, però, non vi è alcun riferimento a come dovrà raccordarsi col Sistema museale nazionale (di cui al decreto ministeriale del 21 febbraio 2018) che prevede l’adozione di «livelli minimi uniformi per i musei e i luoghi della cultura» di appartenenza statale e non, pubblici o privati.

Per Veneto e Lombardia è possibile distinguere tra le materie non accolte o definite e quelle accolte. Nella regione guidata da Luca Zaia, tra le prime ci sono la competenza legislativa in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali e, a differenza dell’Emilia che non ne ha fatto richiesta e come invece per la Lombardia, il trasferimento delle funzioni esercitate dalle Soprintendenze e l’elaborazione e approvazione del Piano paesaggistico regionale. Tra quelle accolte, recependo le osservazioni dei Ministeri, figura, sempre per restare ai temi di nostro interesse, la tutela dell’ambiente, i compiti di protezione civile, il governo del territorio (disciplina dei limiti di densità edilizia, del permesso di costruire in deroga agli strumenti urbanistici, rigenerazione urbana, ecc.).

Capitolo risorse finanziarie da definire anche per la proposta (la più articolata delle tre) della Lombardia di Attilio Fontana, che vede accolte le competenze in materia di protezione civile, rischio sismico, tutela dell’ambiente (ma con significative eccezioni in materia di VAS e VIA). Non accolte o da definire, oltre a quelle di cui si è già detto sopra, le richieste di potestà legislative e funzioni amministrative relative a un elenco di istituti e luoghi della cultura appartenenti allo Stato: 24 in tutto, tra cui la Pinacoteca di Brera, il Cenacolo Vinciano (foto di copertina), Palazzo Ducale di Mantova, la Biblioteca Nazionale Braidense, il Museo della Certosa di Pavia, il Museo Archeologico della Lomellina.

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