L’anomala normalità dell’Alto Adige

by • 6 Febbraio 2019 • Mosaico, Professione e Formazione2018

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Gli esiti della IX edizione del Premio Architettura Alto Adige

 

BOLZANO. L’11 gennaio si è tenuta, presso il NOI Techpark, la premiazione della IX edizione del Premio Architettura Alto Adige. Tra i 292 progetti sottoposti al giudizio di Pia Durisch, Daniel A. Walser e Gianmatteo Romegialli, sette sono stati premiati quali vincitori di altrettante categorie – residenze, edifici pubblici, spazi aperti, lavoro, nell’esistente, all’estero, allestimento d’interni -, più uno che ha ricevuto il premio del pubblico assegnato mediante la votazione sul sito della Fondazione Architettura Alto Adige.

La parte del leone l’hanno fatta i Pedevilla Architects con due premi sui quattro lavori in concorso (l’Hotel Bad Schörgau a Sarntal e la Casa al Rio Molino a Valle di Molini) e Stanislao Fierro che ha vinto le sezioni all’estero (progetti di architetti altoatesini realizzati all’estero) con il Centro di formazione a Baza (Spagna) e spazi aperti con la riqualificazione di piazza Magnago a Bolzano con cui ha conquistato anche il premio del pubblico. I tre giurati hanno potuto visitare dal vivo le architetture selezionate e apprezzarne la qualità spaziale e realizzativa, l’attenzione per la scala dimensionale e per il dettaglio talvolta al limite del virtuosismo.

A scorrere le pagine di «Turris Babel», la rivista della Fondazione che ha dedicato un numero monografico sul premio, appare evidente lo iato tra la produzione altoatesina e quella del resto d’Italia in termini quantitativi e qualitativi. Soprattutto il primo aspetto denuncia come la committenza abbia generalmente compreso, facendola propria, la necessità di architettura contemporanea anche in contesti considerati “intoccabili”. «È diventata patrimonio comune», scrive nel suo editoriale il direttore Alberto Winterle, tanto che la traduzione dei caratteri tradizionali – in termini non esclusivamente formali ma legati a usi, consuetudini, produzioni – sembra diventare un passaggio naturale, indispensabile, affinché la cultura architettonica altoatesina rimanga sincronizzata con il presente, rifuggendo storicismi o tradizionalismi di facciata. Il progetto del recupero del Forte a Fortezza di Markus Scherer (primo premio nella categoria riqualificazione dell’esistente; foto di copertina di Alessandra Chemollo) è paradigmatico di questo approccio, soprattutto se comparato alle polemiche riguardanti il Palazzo dei Diamanti a Ferrara e in generale al rapporto tra edifici storici e ampliamenti contemporanei.

Non sfugge che in alcuni progetti traspaia un certo compiacimento formale e un’esattezza contestuale da cui non scaturisce alcuna frizione o interessante contraddizione. O gesti memorabili. Ma emerge anche un ricorso da parte delle amministrazioni ai concorsi di architettura che, non rimanendo lettera morta o esercizio strumentale ad altri fini, diventano realizzazioni capaci di arricchire territori, di plasmare luoghi. E di lasciare, in chi li vede, il dubbio di cosa succederebbe se questa anomalia diventasse la normalità in tutta la penisola.

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