Ritratti di città. Santiago, un puzzle ingovernabile

by • 3 Gennaio 2019 • Città e Territorio, Mosaico2259

Share
Nel suo essere lontana da tutto, la capitale del Cile sembra essersi persa. Ma le plazas de bolsillo rappresentano un’oasi di verde e socialità

SANTIAGO. Nell’aria della capitale cilena, non proprio limpida, si respira la sensazione di muoversi in una lingua di terra compressa dalle Ande e lontana da tutto. Non a caso, il suo nome originario era Santiago del Nuevo Extremo.

 

Demografia e sviluppo urbano

Oggi Santiago è al centro di una conurbazione di circa sette milioni di abitanti che ha iniziato a prendere forma un secolo fa, quando la città era venti volte più piccola, e soprattutto, con la Gran Depresión del 1929 che generò l’impoverimento del centro storico e la formazione di vaste aree periferiche. Nel 1940 la città contava già un milione di abitanti, una popolazione che raddoppiò nei vent’anni successivi triplicando, al tempo stesso, la superficie occupata. Fu allora che Santiago iniziò a perdere la propria fisionomia allargandosi a macchia d’olio secondo criteri dettati più dalle speculazioni che da un disegno urbano. Solo nel 1960 il governo tentò di correre ai ripari con il Plano Intercomunal de Santiago che beneficiò, poi, delle ricadute infrastrutturali della Coppa del mondo di calcio (1962). Fu, però, una breve parentesi: già nel 1979 si rimise mano al Piano regolatore allargando i perimetri delle aree edificabili e aprendo le porte ad una nuova ondata di sviluppo incontrollato che, nel 1990, portò la popolazione a superare i quattro milioni di abitanti e alla formazione del centro finanziario evocativamente chiamato “Sanhattan”.

Tutto ciò produsse un inarrestabile processo di frammentazione urbana ed un’evidente distinzione, classista diremmo, delle Comunas di Santiago il cui unico collante è costituito, oggi, dal sistema infrastrutturale dal Transantiago, un progetto di mobilità che interconnette le linee metropolitane con percorsi di carattere locale unificandone i sistemi di pagamento, e dal Plan Maestro de Transporte Santiago 2025.

 

Tra insalubrità ed opulenza

Ormai la capitale è un puzzle ingovernabile, le cui aree più periferiche – come quelle di Maipu e Puente Alto – sono caratterizzate da interventi di social housing, dove alla bassa qualità architettonica si aggiunge la scarsità di servizi pubblici, un preoccupante deficit di sicurezza e, soprattutto macroscopiche problematiche nella raccolta e gestione dei rifiuti. Nella Comuna di Cerro Navia – formatasi solo a partire dagli anni ’80 e che conta oggi circa 150.000 abitanti – sono decine le discariche abusive, mentre il fiume Mapocho che la attraversa è ormai soffocato dall’immondizia, tanto da rendere urgente la realizzazione di un parco fluviale che, tuttavia, ormai da troppi anni è solo un progetto sulla carta. In questo contesto non certo salubre è in costruzione un ospedale da 125.000 mq pensato per servire il settore occidentale della metropoli.

Questo scenario stride fortemente con la ricchezza dei mall delle agiate Comunas di Las Condes e Vitacura e con la costruzione del Costanera Center dove il suo grattacielo (la Gran Torre Santiago) alto 300 metri, progettato da Cesar Pelli e ancora parzialmente vuoto in quanto fuori norma, svetta a simboleggiare il potere del suo promotore, la Cencosud, un gruppo con oltre 120.000 dipendenti in tutta l’America Latina.

 

Speculatori in centro città

In tutto ciò, il centro della città, vuoi per i bombardamenti subiti durante la guerra d’indipendenza (1810-1818), vuoi per i ricorrenti terremoti, ha progressivamente perso il proprio ruolo e la propria fisionomia, conservando ben poco dell’epoca coloniale: i pochi edifici storici sono oggi soffocati dalle architetture più moderne finanche in Plaza de Armas, dove la cattedrale si riflette sulle facciate vetrate di tre torri per uffici. Nel mezzo di questo processo di “modernizzazione” resiste il Barrio Yungay che ha sviluppato una vocazione culturale con biblioteche, centri culturali, caffè e ristoranti. Tuttavia, qui, come pure nei quartieri Brasil e Matta Sur, i molti edifici storici abbandonati rischiano di cadere nelle mani d’investitori immobiliari pronti a tutto, come dimostrano i ricorrenti incendi appiccati per favorire la costruzione dei grigi condomini che caratterizzano il cuore della capitale. Più che torri, veri e propri “alveari” o, per dirla con le parole dell’ex soprintendente metropolitano Claudio Orrego, «ghetti verticali» che finiscono per ospitare fino a 1.500 persone stipate in “loft” di 30 mq e condannate a file interminabili solo per prendere l’ascensore.

Potremmo dire che il centro è diventato una periferia caratterizzata, per altro, da contrasti interetnici perché, accanto alla presenza di cinesi e peruviani, appena tollerata ma comunque storicizzata, si è sovrapposto l’arrivo di haitiani e venezuelani suscitando polemiche che hanno facilitato il ritorno al potere della destra di Sebastián Piñera, e in Cile il significato di destra e sinistra ha ancora una forte valenza ideologica e politica.

Tra memoria della dittatura e… spiccioli

Con Piñera presidente, i numerosi seguaci del generale Pinochet hanno ripreso fiato e l’impunità di cui hanno beneficiato molti dei suoi aguzzini alimenta, da sempre, un fiume carsico di odio che sta riemergendo con forza negli ultimi tempi, soprattutto da quando sono state rese pubbliche le condizioni di detenzione dei pochi torturatori condannati. La loro “prigione” di Punta Peuco con jacuzzi e campi di tennis ricorda molto “la Catedral” nella quale si auto-recluse il signore del narcotraffico colombiano Pablo Escobar.

Così la città vive anche del simbolismo dei luoghi legati alla dittatura: dallo stadio Nacional trasformato dai militari in campo di concentramento e protagonista dell’allestimento curato da Alejandra Celedòn per il padiglione cileno nell’ultima Biennale di Venezia, fino al GAM, il centro culturale dedicato a Gabriela Mistral, premio Nobel per la letteratura nel 1945 e “maestra” di Pablo Neruda. Inaugurato nel settembre 2010, è stato ricavato dalla struttura di un edificio voluto da Salvator Allende nel 1972 come sede per la Terza conferenza ONU per il commercio e lo sviluppo (UNCTAD III) e poi scelto da Pinochet come centro operativo della Giunta militare. Il GAM con i suoi musei, la biblioteca e la sempre affollata piazza coperta, ha rappresentato anche un volano per la progressiva riqualificazione del quartiere circostante ed è oggetto di un ampliamento a cura di Cristiàn Fernàndez, già autore del progetto iniziale insieme a Lateral Arquitectura. Mentre il Museo della memoria, aperto sempre nel 2010 e disegnato dei paulistani Mario Figueroa, Lucas Fehr e Carlos Dias con un evidente richiamo al MASP di Lina Bo Bardi è diventato, più che il simbolo della volontà di ricordare e affermare la verità dei fatti, l’emblema della frustrazione di chi non ha mai avuto giustizia.

Ovviamente l’apice del simbolismo è rappresentato dal Palacio de la Moneda. Mentre nell’interrato si snodano gli spazi del CCPLM, il centro culturale dedicato alle arti visive, il palazzo presidenziale porta ancora i segni dei proiettili sparati dai golpisti l’11 settembre 1973 e poco lontano, proprio di fronte al civico 10 da cui uscì il corpo esamine di Allende, da un paio di anni è aperta al pubblico la plaza de Bolsillo ‘Morandè’.

Alla lettera las plazas de bolsillo, ormai una quindicina in tutto il centro di Santiago, sono piazze che si allestiscono con poco, metaforicamente con gli spiccioli che si trovano in tasca (il bolsillo), ma rappresentano una delle novità più importanti nelle politiche di recupero dello spazio pubblico. L’operazione, nata dal basso e facilitata dai finanziamenti dall’Intendenza metropolitana di Santiago, ha reso possibile il riuso di vuoti urbani, pubblici e privati. E questo, a ben vedere, rappresenta l’antitesi di ciò che è avvenuto negli anni della dittatura, ovvero la progressiva negazione del concetto stesso di spazio pubblico visto come luogo di riunione e di protesta. Così las plazas de bolsillo non offrono solo un’oasi di verde e socialità ma anche un’occasione per riflettere sul destino di una città che, nel suo essere lontana da tutto, si è infine persa.

 

(Visited 11 times, 1 visits today)

Pin It

Comments are closed.