Yona Friedman e Rozana Montiel, progettare dalla parte delle persone con schizzi, fumetti e post-it

by • 12 Dicembre 2018 • Reviews862

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Due recenti pubblicazioni trascendono i confini utilizzando il linguaggio grafico per spiegare ed esplorare l’architettura

 

Ci sono racconti che trascendono i confini. Quelli geografici, che separano i popoli, definiscono le culture e le ragioni di stato, racconti che superano e valicano persino i limiti del linguaggio. Due libri utilizzano il disegno per comunicare l’architettura, ne fanno un codice essenziale, primitivo – e per questo forte ed evidente – per avvicinarsi agli abitanti, per abbattere le distinzioni fra chi progetta e chi utilizza lo spazio.

Tetti, di Yona Friedman, a cura di Andrea Bocco, Quodlibet, 2017, 436 pagine, 28 euro

La storia della nascita del libro si sviluppa lungo quasi 50 anni di attività di una delle figure più rivoluzionarie della storia dell’architettura e dell’urbanistica, Yona Friedman. Agli inizi degli anni ‘70 l’architetto franco-ungherese è una personalità di rilievo nel panorama internazionale, avendo dato vita all’Architettura Mobile, che metteva sotto processo i criteri della pianificazione urbana modernista, proponendo un modello in grado di recepire e far proprie le mutazioni sociali così come di far partecipare l’abitante allo sviluppo costruttivo.

Proprio a partire da queste utopie realizzabili ha origine la sua collaborazione con le Nazioni Unite e l’Unesco, che lo porta a scrivere manuali pratici per la costruzione, da diffondere agli abitanti dell’India e dei Paesi sudamericani e africani. Tetti raccoglie proprio questi testi, pubblicati solo nel 2017, dopo una preparazione complessa. Manuali concepiti autonomamente l’uno dall’altro, raccolti in un corpus unico che danno indicazioni pratiche sulla costruzione di un tetto, perché è dal tetto – dalla funzione di riparo che esso assolve – che si determina il concetto stesso di casa. L’opera, proprio perché destinata alla popolazione analfabeta, si snoda attraverso il susseguirsi di sketch e fumetti dal tratto rapido ed essenziale, accompagnati da brevi didascalie. Un libro concepito come una raccolta di fogli separati, per dar modo all’intero villaggio di affiggere al muro le sue pagine e di seguire le istruzioni: pensato quindi per rimanere in eterno un work in progress, perché, come si legge nella prefazione, «se su un certo argomento sai più di quello che è spiegato, dovresti migliorare questo libretto con le tue osservazioni. E così ne verrà fuori un libro migliore».

Disegno dopo disegno si svolge il dialogo diretto con l’utente, dando forma ad una guida all’autocostruzione, tanto generale quanto efficace nel dare indicazioni sulle proporzioni, sulle funzioni, sui materiali e che mai perde di vista il vero obiettivo: «costruire un tetto senza l’aiuto di uno specialista». Emerge nelle oltre 400 pagine del volume la volontà di fare dei manuali un aiuto concreto, così come si percepisce il riguardo discreto, il tocco lieve verso lo stato di necessità del lettore: un’esperienza che Friedman aveva conosciuto in prima persona, quando, in fuga dalla persecuzione nazista, si era trovato lui stesso senza un tetto.

HU, common spaces in housing units, di Rozana Montiel, Arquine, 2018, 215 pagine, 19,90 euro

Leggere e dare spazio alle esigenze ed aspirazioni della comunità per convertire le barriere in orizzonti. È su questo che Rozana Montiel, architetta messicana da sempre attiva nell’ambito del progetto di stampo sociale, concentra la propria attività, con realizzazioni che vanno dalla dimensione residenziale a quella pubblica. Il testo raccoglie la ricerca condotta su 3 spazi collettivi e oltre 20 abitazioni private da lei realizzate in Messico. Il testo (editato in spagnolo e in inglese) mostra il metodo con cui Montiel analizza il contesto, recepisce le esigenze dei residenti e li rende parte della definizione del progetto: non c’è distinzione fra spazio pubblico e privato, entrambi vengono pensati come unità abitative – da lì l’abbreviazione del titolo HU ovvero “housing units” – di cui si deve favorire l’appropriazione. La ricerca condotta su questi ambienti si svolge per giustapposizioni di concetti, per analisi del contesto e delle aspettative dei residenti, procedendo per note visive, per appunti su post-it che sostanziano l’attività analitica sullo spazio. Ogni riflessione, suggestione, ipotesi di Montiel trova posto in uno schizzo, diventa parte di un complesso puzzle del progetto di architettura.

Ma HU è anche un libro oggetto, in cui la grafica gioca con il testo, componendolo e scomponendolo come in un tangram dalle mille possibilità, un metodo per ragionare sullo spazio abitato, facendosi guidare dal ritmo del pensiero. È, infine, una sequenza d’indizi da decifrare per arrivare al progetto finale, che tiene conto del fatto che esplorare nuovi schemi per rappresentare lo spazio è un esercizio del pensiero critico, ci allena a guardare con occhi nuovi la realtà. Lo stesso approccio suggerito nell’installazione Stand ground, con cui Montiel era presente all’appena conclusa 16° Biennale di Architettura di Venezia, in cui veniva messa in scena l’ipotesi – onirica ma molto concreta a vedersi – di superare lo spazio espositivo, di sfondare il limite della parete per aprirsi all’esterno, alla vita pulsante delle calli, al dialogo muto dei suoi abitanti da una riva all’altra del canale. Per trasformare, ancora una volta, una barriera in un orizzonte di possibilità.

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