M9 e il senso della narrazione, una scommessa coraggiosa

by • 4 dicembre 2018 • Forum, Mosaico, Progetti496

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Carlo Olmo, fondatore del Giornale, riflette da storico sull’operazione culturale rappresentata dal Museo del Novecento a Mestre

 

L’apertura di M9 a Mestre [leggi il report della nostra visita] ripropone la riflessione su quelli che Pierre Nora richiamava in conclusione dei suoi Lieux de mémoire: i Musées de sens. Non a caso l’esempio che Nora faceva era quello di un possibile Musée de France. Credo che al di là della scelta del museo senza collezioni e del museo virtuale, il nodo che l’M9 pone sia sul senso di una scansione (Il Novecento) su cui si sono esercitate quasi tutte le scuole storiografiche, anche solo nel definirsi di tali scansioni. Né la risposta può essere ricercata nelle otto tematiche scelte: la demografia come i paesaggi e gli insediamenti urbani ovviamente recano tracce e portano anticipazioni di epoche precedenti e successive. Se esiste un “senso”, questo è nella funzione attribuita al récit, al racconto, per riprendere la riflessione di un altro grande francese contemporaneo a Nora, Paul Ricoeur. L’M9 non tenta una mimesis, sia pure per temi, di una realtà: non ci si rispecchia o ci si riconosce nelle sue sale. Esso offre al visitatore un’esperienza diversa: la réfiguration, come la chiama appunto Ricoeur, a partire dalla quale il ciclo della configurazione narrativa può ripetersi di nuovo. In un museo così ci si muove come la nottola di Minerva, avendo come palinsesti configurazioni narrative sagge, ma non assolute, volendo riprendere il mito dell’Athena glaukopis. Sagge, non assolute e mutabili, proprio perché un possibile musée de sens non può racchiudere il secolo (se di secolo si tratta) delle più feroci ideologie e della stessa secolarizzazione della tecnica assunta a ideologia, che sia la meccanica o la biochimica…

Un museo materiale del Novecento sarebbe invecchiato il giorno stesso della sua apertura: non perché non sia possibile pensare letterariamente un museo del Novecento (popolato di capolavori e tragedie, di avanguardie, di copie e di consumo in primis dell’ironia su quello stesso processo), ma perché l’enigma che il Novecento propone è il rovesciamento di senso dei suoi riferimenti chiave (il progresso, il rischio, l’avventura, la conquista, la scoperta, l’altro). Ognuna di queste parole attraversa lungo quel secolo, breve o lungo, continui ribaltamenti di senso. La condition humaine, per riprendere un libro di André Malraux, in questo secolo breve, vede ritorcersi contro chi le ha innalzate a bandiera, come idre infuriate, le ragioni che sembravano sorreggerle; come nella Shanghai di Malraux, la condition humaine misura la distanza che le parole stabiliscono con essa. E bastano pochi fotogrammi per congelare quel ribaltamento: quelli dei soldati russi che entrano ad Auschwitz.

Scegliere la strada del museo di senso, significa scegliere la strada del museo che riconfigura narrativamente le vicende del Novecento e consente insieme di ripeterle e di riscriverle. Negli odierni decenni del tout est mémoire, della patrimonializzazione spinta di ogni strumento dell’azione umana, dai musei navali ogni duecento chilometri ai musei della civiltà contadina in ogni borgo, definito peraltro come tale aprioristicamente, un museo di senso muove duramente contro corrente, anche solo perché espone tutta la fragilità del récit e dell’assenza della pratica del riconoscimento dalle sue stanze. E varrà davvero la pena seguirne la vicenda, la capacità d’innovazione, il suo saper integrare il récit e le teorie che quel récit sorreggono o smentiscono. Un museo in cui tornare, anche per misurare quanto la memoria regga senza il culto o anche solo il richiamo degli oggetti che la materializzano.

Andar contro il feticismo in una società come la nostra è una scommessa davvero coraggiosa.

 

Immagine di copertina: M9, la sezione “Come eravamo, come siamo. Demografia e strutture sociali” (© Polymnia Venezia, foto Alessandra Chemollo)

 

 

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