Il “decreto Genova” su Ischia: ci vuole il coraggio di fare architettura

by • 21 novembre 2018 • Città e Territorio1680

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La recente conversione in legge del decreto 28 settembre 2018 n.109 impone riflessioni su alcuni punti critici della norma che interessa la ricostruzione delle zone terremotate di Ischia

 

«Spesso con le migliori intenzioni si causano i peggiori danni».

Le parole di Luis Sepúlveda sono quelle più aderenti al rischio che corrono le aree terremotate dell’isola d’Ischia e gli abitanti che prima o poi (si spera) ritorneranno a viverle.

Prima di definire il rischio, bisogna premettere che in questi giorni i comuni interessati dal sisma dovranno dare l’incarico per la realizzazione della microzonazione sismica di III livello delle aree terremotate, così come previsto dal recente decreto legge 28 settembre 2018 n. 109 (“decreto Genova”), coordinato e richiesto dal commissario alla ricostruzione, prefetto Carlo Schilardi. Tale studio richiederà ottimisticamente almeno 4-5 mesi di lavoro (si noti che il decreto prevede che entro 6 mesi dalla pubblicazione le istanze di condono debbano essere evase) ed avrà l’obiettivo e la responsabilità di definire se è possibile e dove ricostruire, e con quali coefficienti di spinta e direzione attesi in caso di sisma i tecnici devono calcolare le strutture antisismiche necessarie per il consolidamento e/o la ricostruzione. Fin quando ciò non avverrà, e con la speranza che non ci siano aree inibite alla ricostruzione, non sarà possibile far ripartire la ricostruzione e tutti gli edifici che hanno ricevuto l’inagibilità per inefficacia strutturale non potranno procedere alla riparazione o ricostruzione del manufatto. Di fatto, in caso di semaforo rosso si taglierebbero le gambe a qualsiasi ipotesi di riedificazione aprendo nuovi scenari di ricollocazione dei fabbricati in altra area che, in un territorio limitato come quello di Ischia, preoccuperebbero ben di più e renderebbero anacronistiche le considerazioni che seguono.

Il recente decreto legge approvato in via definitiva e pubblicato in gazzetta lo scorso 19 novembre*, diventato ormai famoso per aver ingiustamente trasformato Ischia ed i suoi abitanti in un’isola di abusi ed abusivi, porta in grembo più ingiustizie e problemi di quanti ne voleva risolvere, alcuni dei quali veramente paradossali.

Zero contributi per gli aumenti di volume oggetto del condono

Primo tra tutti, art. 25 terzo capo: «Il contributo comunque non spetta per la parte relativa ad eventuali aumenti di volume oggetto del condono». Questo apparentemente giusto e logico approccio in realtà, dopo decine di anni di attesa per le esitazioni delle istanze di condono, in un territorio economicamente povero ed in recessione, condanna tutti i cittadini che per ricatto politico (il condono non rilasciato è sempre stata considerata un’arma politica) hanno atteso anni inutilmente in quanto buona parte delle volumetrie presenti sull’isola è stata realizzata nel periodo del boom economico turistico degli anni ’70-’80, ed oggi che quel boom si è invertito non ci sono le risorse economiche per ricostruire senza il contributo dello Stato. Stato che dopo più di trent’anni di inefficienza amministrativa ti condanna per i suoi errori con l’aggravante di essersi fatto pagare fior di tasse su quegli immobili. Una beffa dal sapore amaro che difficilmente si può mandare giù. Lo si potrebbe accettare per i condoni riferiti all’incerta sanatoria del 2003, proprio perché da sempre incerta e perché non porta con sé gli aumenti di volume delle precedenti sanatorie, ma non per i condoni del 1985 e 1994. Il rischio e paradosso è che potresti terminare di pagare le oblazioni del condono dovute, per poi ritrovarti in mano delle “legittime macerie”.

Ricostruire “com’era dov’era”

Altro grande problema che si verrebbe a creare, in particolar modo nelle due aree rosse di Casamicciola e Lacco Ameno dove l’80% delle costruzioni è da abbattere e ricostruire, è l’assenza dell’obiettivo “qualità” architettonica ed urbanistica. L’assunto del “com’era dov’era” (vista anche l’impossibilità “decretata” di intervenire per la Soprintendenza nelle istanze di condono del 1985 e 1994) nell’edificato delle aree terremotate dotate di scarsa per non dire nulla qualità architettonica e/o valore estetico da preservare (tranne in singoli e rari casi), rischia di avere come risultato la ricostruzione antisismica e quindi verosimilmente indistruttibile e cristallizzata della stessa “non qualità”, una rara occasione persa di pianificazione e riqualificazione urbana ed architettonica. Da notare che sull’isola c’è chi in questi mesi si è mosso in tale direzione per fare una proposta di ricostruzione e riqualificazione urbana democratica e pianificata, l’associazione PIDA (Premio internazionale Ischia di architettura) che nel mese di settembre ha organizzato un workshop di progettazione diretto dal giapponese Atsushi Kitagawara che ha visto partecipare trenta laureandi di tre università, Napoli, Tor Vergata e Palermo che dopo una settimana di lavoro hanno realizzato tre proposte di ricostruzione dell’area rossa del Maio di Casamicciola immaginando l’abbattimento e la ricostruzione di tutta l’area.

 

Chi sfrutterà il decreto?

Ultimo lampante paradosso, figlio del mancato intervento degli architetti ed urbanisti nella stesura del decreto, è la condizione di chi, per esempio, in zona rossa, pur avendo i requisiti e la capacità di ricostruire, si trova impossibilitato a farlo perché intorno a lui, per i motivi sopra esposti, i vicini non riescono nell’intento e rendono inagibile l’area ed insanabile il problema.

A conti fatti, questo decreto, se rimane cosi com’è, servirà solamente a chi ha ricevuto pochi danni non strutturali e ne ha approfittato per conquistarsi la tanto agognata concessione in sanatoria, addirittura su un condono, quello del 2003, sul quale non si nutrivano più speranze; così come non servirà a quei tanti che, impossibilitati economicamente, continueranno a vivere in affitto o addirittura in albergo a spese dello Stato aggravandone notevolmente il peso in bilancio. Che cosa conviene di più allo Stato? Pagare gli affitti e gli alberghi a vita, o concedere il contributo per la ricostruzione anche sulle volumetrie condonate?

Quelli sopra esposti sono solo i rilievi più evidenti, senza entrare nelle altre minori singolarità contenute in un decreto che, come troppo spesso accade in Italia, fa scrivere leggi di architettura ed urbanistica ai soli avvocati esperti di diritto senza il supporto dei diretti attori. La ricostruzione di Ischia ha bisogno di coraggio, molto più di quanto ne è servito al centro Italia ed in Emilia Romagna: il coraggio del “dov’era” ma NON “com’era”; il coraggio di chi sa immaginare e realizzare un futuro migliore, più sicuro, più funzionale e più bello; il coraggio di una categoria che grazie al suo operato nel passato oggi ci permette di essere nel mondo la patria del bello. Ischia ha bisogno della fiducia nel coraggio degli architetti. Come diceva Eraclito, «Nel divenire esiste un’armonia nascosta che concilia con i contrasti che percepiamo»: quell’armonia è la qualità che manca tra gli obiettivi del decreto legge. E si chiama Architettura.

*”Decreto Genova”: Testo del decreto-legge 28 settembre 2018, n. 109 (in Gazzetta Ufficiale – Serie generale – n. 226 del 28 settembre 2018), coordinato con la legge di conversione 16 novembre 2018, n. 130 (in questo stesso Supplemento ordinario – alla pag. 1), recante: «Disposizioni urgenti per la città di Genova, la sicurezza della rete nazionale delle infrastrutture e dei trasporti, gli eventi sismici del 2016 e 2017, il lavoro e le altre emergenze.». CAPO III da art. 17 ad art. 36. 

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