Archi(star)-movies, tra biografia e racconto

by • 24 ottobre 2018 • Reviews1186

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A partire dai due recenti docu-film su Renzo Piano, uno sguardo alle produzioni degli anni duemila dedicate a vita e opere degli architetti famosi

 

Negli ultimi vent’anni si è registrato un proliferare di film sull’architettura. Nella storia della settima arte, è noto, l’architettura ha avuto il suo ruolo. Ma quello a cui si assiste è un fenomeno di timbro diverso. Uno degli aspetti principali che emergono riguarda il ricorso degli architetti al cinema, primi fra tutti i celebri esponenti del firmamento internazionale, come mezzo per raccontarsi. Il filone degli archi-movies è sospeso tra la biografia e il racconto architettonico e ha avuto una sua crescente fortuna negli anni 2000. Si tratta di produzioni principalmente riconducibili alla tipologia del docu-film (ibridazione fra documentario e film) che vengono programmate nelle sale cinematografiche, partecipano alle ormai numerose rassegne cinematografiche dedicate all’architettura e al design, nei casi più eclatanti sfilano addirittura sui red carpet dei festival del cinema internazionale. E infine approdano alla grande diffusione attraverso i meccanismi dell’home video e del formato dvd. È così che il potere altamente descrittivo e illustrativo del cinema è impiegato per celebrare i protagonisti dell’architettura contemporanea. E all’efficacia indiscussa del media inventato dai fratelli Lumière si abbina spesso una tecnica di montaggio creativa e dinamica, per attirare ancor di più l’attenzione del grande pubblico.

 

I “ciak” del nuovo millennio

Il primo film del millennio è dedicato a Daniel Libeskind e ha un titolo che non poteva essere più appropriato: “Welcome to the 21st Century”. Diretto da Mary Downes, ha un carattere tipicamente documentaristico e racconta la figura e l’opera dell’architetto polacco naturalizzato statunitense, soffermandosi in particolare sul Museo ebraico di Berlino.

Il successo planetario delle sinuose architetture di Frank Gehry (addirittura indicato nel titolo della versione italiana come “Creatore di sogni”) è stato invece celebrato in una pellicola che porta la firma del premio Oscar Sidney Pollack. La star hollywoodiana declina in chiave volutamente “pop” la sua creatura e appare spesso nelle sequenze filmate, intrattenendo amichevolmente chiacchierate con Gehry o intervistando i molti testimoni coinvolti.

Fra gli interpreti del cinema d’architettura non poteva mancare Rem Koolhaas, astuto “surfista” dei media della comunicazione. L’olandese volante e l’architettura di OMA sono protagonisti di due film molto diversi fra loro. “A Kind of Architect”, per la regia di Markus Heidingsfelder e Min Tesch, ha il classico taglio del docu-film; il più recente “Rem”, diretto dal figlio Tomas Koolhaas e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2016, esce dal cliché documentaristico e intraprende una strada diversa, originale, con sequenze dai movimenti dinamici che mostrano l’architettura nell’uso quotidiano.

“Quanto pesa il suo edificio, Mr. Foster?” è il singolare titolo di uno dei prodotti più riusciti della filmografia architettonica contemporanea e ha come protagonista, ovviamente, Lord Norman Foster (a cui era già stato dedicato un film del 2007). Norberto López Amado e Carlos Carcas ne curano la regia in modo elegante, ripercorrendo la lunga e fortunata carriera dell’architetto britannico da un’angolazione che ne evidenzia efficacemente anche la vicenda umana.

Fra i grandi architetti immortalati dal cinema troviamo anche Tadao Ando, in “From Emptiness to Infinity” di Mathias Frick; Ieoh Ming Pei in “Learning from the Light” di Bo Landin e Sterling van Wagenen; e nella storia recente anche Bjarke Ingels e Mario Botta. Il danese è al centro di “BIG Time”, pellicola di Kaspar Astrup Schröder presentata in molti festival di architettura e design tra cui Copenaghen, Sidney, Chicago e Milano. L’architetto ticinese è invece protagonista di “Oltre lo spazio”, diretto da Loretta Dalpozzo e Michèle Volonté e presentato al Locarno Film Festival 2018. Entrambe le produzioni si caratterizzano come una testimonianza aperta sulla vita dei protagonisti, alla scoperta dell’uomo oltre che dell’architetto. I registi e le troupe di ripresa hanno inseguito gli architetti nei loro spostamenti da una parte all’altra del mondo, catturando con la cinepresa i frammenti della loro intensa attività e intercalandoli a riflessioni e confessioni.

 

Renzo Piano, dall’archivio a Santander

Nella play-list del nuovo millennio non poteva mancare Renzo Piano. All’antologico “Piece by piece”, diretto da Christopher Tuckfield del 2012, sono seguite due pellicole uscite da poco che fanno emergere alcuni aspetti del suo instancabile lavoro.

L’architetto genovese ha deciso di far conoscere al grande pubblico l’archivio del suo Building Workshop attraverso un docu-film presentato in anteprima alla mostra “The Art of Making Buildings” della Royal Academy of Arts di Londra e al MAXXI di Roma: “Il potere dell’archivio”, diretto da Francesca Molteni e curato da Fulvio Irace in collaborazione con Fondazione Renzo Piano e RPBW, proiettato il 25 ottobre in occasione del Milano Design Film Festival. È un racconto filmato che descrive il poliedrico archivio dello studio genovese dalla sua concezione alla sua evoluzione. Una grande fabbrica dismessa e rigenerata di Genova custodisce i materiali di lavoro – schizzi, disegni, modelli, dettagli e prototipi delle parti di edifici realizzati – raccolti nei molti anni di un lungo e prolifico percorso progettuale. La cinepresa mostra la genesi dell’archivio, concepito come autentico luogo di memoria viva, intercalando le testimonianze del suo fondatore.

Quasi in contemporanea, nelle sale nazionali si è celebrata anche la première del documentario “Renzo Piano. L’architetto della luce”, diretto dal regista spagnolo Carlos Saura e incentrato sul progetto e sulla costruzione del centro culturale voluto dalla Fondazione Botín. La storia dell’edificio che sorge a Santander (nella foto di copertina), località spagnola affacciata sull’Oceano a cento chilometri da Bilbao, diventa l’occasione per ripercorrere il particolare modus operandi di Piano e del suo team, sempre sospeso tra sperimentazione e complessità della costruzione. La trama ricostruisce un percorso cronologico di oltre sei anni: dal concept iniziale ai rapporti con la committenza, dagli incontri di partecipazione pubblica della cittadinanza ai sopralluoghi di cantiere fino alla magia, che si ripete ogni volta, del continuo divenire del progetto che si trasforma in architettura concreta. Il film dimostra una certa onestà nel dar testimonianza anche alle voci avverse di chi non ha mai condiviso la trasformazione del waterfront ad opera della Fondazione Santander. E regala alcune perle del pensiero che Piano snocciola dialogando con Saura a proposito dell’architettura, delle sue ragioni e delle altre arti. L’architetto ricorda di essere figlio di un costruttore e ama rievocare, anche in questa occasione, la magia dei cantieri e il fascino che subiva da bambino quando li visitava insieme a suo padre. Ma ricorda anche l’importanza della luce, da lui considerata materia primigenia dell’architettura, e la necessità di dare bellezza al mondo contro la barbarie di cui è capace l’uomo. Si sofferma a riflettere sulla fotografia, di cui invidia la capacità di fermare l’istante e sospenderlo nel tempo, a differenza dell’architettura che invece è destinata ineluttabilmente a subirlo. E avvicina la creazione dell’architetto a quella del regista, l’architettura al cinema, perché in entrambi i casi si tratta d’inseguire un’utopia affinché diventi realtà.

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