Per far rivivere il Po, dal Manifesto ai fatti

by • 17 ottobre 2018 • Città e Territorio913

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Il punto sui sistemi di governance per il bacino fluviale, in seguito al Manifesto per il Po siglato nel 2017

 

PAVIA. Il 12 ottobre, presso la Sala dell’Annunciata, si è tenuto il primo evento nel quale si è voluto rilanciare i principi del Manifesto per il Po, documento sottoscritto a Milano il 29 maggio 2017 da 12 soggetti (tra cui INU, FAI, Italia Nostra e Legambiente). Presentato al pubblico in occasione di Urbanpromo lo scorso 21 novembre, unitamente a un dettagliato dossier, il Manifesto propone l’avvio di un percorso di aggregazione dell’attività di valorizzazione e tutela del fiume e del suo territorio, delle istanze della società civile e delle iniziative messe in campo delle associazioni e dagli altri soggetti. Attualmente il Manifesto conta oltre 50 adesioni da parte di enti, associazioni, comitati e cariche istituzionali, che stanno componendo una “Rete per il Po” in costante crescita, al fine di sensibilizzare l’attenzione della politica e dei cittadini.

Nel corso dell’evento sono intervenuti rappresentanti di istituzioni degli ordini professionali locali, nonché gli ideatori del Manifesto, Gioia Gibelli (SIEP-IALE) e Luca Imberti (INU Lombardia), che hanno rimarcato quanto sia innanzitutto fondamentale trovare una governance unitaria e innovativa per tutto il “sistema Po”, a cui fanno riferimento ad oggi ben 150 organi di tutela (tanto che nel dossier è rinominata “grovigliance”). L’obiettivo è quello di capire come gestire questa complessità, prendendo spunto da strategie unitarie di medio-lungo periodo, come il progetto della ciclovia VenTo, firmato dal Politecnico di Milano. È quindi necessario avere una vision integrata e concepire strutture aperte che vadano oltre il concetto usuale dell’istituzione parco, che coinvolgano enti pubblici, nonché le realtà private che vivono i territori del Po (circoli, associazioni etc…). Un passo concreto nella direzione del superamento dei localismi è stato fatto il 29 maggio 2018 a Parma, quando è stato firmato un importante protocollo d’intesa con l’Autorità di Bacino per favorire una strategia la tutela della biodiversità e del paesaggio, la promozione culturale e il consolidamento di un’economia sostenibile collegata al Grande Fiume.

Nella valle del Po vivono circa 20 milioni di persone; qui si genera la metà del PIL italiano, contribuendo al 55% del PIL idroelettrico nazionale, nonché al 40% di quello agricolo. Questi numeri restituiscono le potenzialità economiche del sistema, che va ben oltre la semplice infrastruttura naturalistica e di collegamento tra le comunità che vi si affacciano.

L’asta fluviale del Po, a partire dagli anni del boom economico, ha progressivamente perso importanza portando all’attuale necessità di rigenerarne i territori. Un primo passo è quello di promuovere interventi naturalistici, utili ad aumentare la biodiversità e la presenza umana sul fiume, che portino ad un uso migliore dei terreni demaniali lungo le rive, destinati per lo più a scopi agricoli. Un esempio virtuoso, in tal senso, è il Consorzio Forestale Padano, fondato nel 1987 e promosso dalla Regione Lombardia per la gestione agricola, forestale e ambientale del territorio, che si occupa di gestione del verde, pubblico e privato, interventi d’ingegneria naturalistica, di rinaturalizzazione e di conservazione del paesaggio, in aggiunta all’ambito forestale vero e proprio. Inoltre, trattandosi di territori ciclicamente esposti a forti alluvioni (le ultime nel 1994 e nel 2000), è pressante la necessità di affrontare progetti di resilienza che mettano al sicuro le attività e le persone coinvolte. Non è un caso che il Nobel per l’Economia 2018 sia stato assegnato a studi che hanno integrato i cambiamenti climatici nelle analisi macroeconomiche a lungo termine.

Le potenzialità del Po riguardano poi anche la sfera turistica. Il Touring Club Italiano sta studiando il modo di rendere il fiume un itinerario turistico mediante marketing territoriale. Attualmente è una delle aree con meno attrattività dell’intero nord Italia (ad eccezione delle aree urbane principali) in quanto non esistono offerte strutturate. Le stime più recenti indicano circa nove milioni di presenze annue nei 183 comuni rivieraschi e i 291 non rivieraschi coinvolti, quanto la sola Calabria, ma oltre il 50% di queste sono legate ai capoluoghi di provincia e al turismo balneare della costa adriatica e quindi non al fiume. Valorizzare l’aspetto fluviale e naturalistico mediante percorsi tematici, storici e identitari fruibili da diverse utenze e con diversi mezzi di trasporto (auto, bicicletta, piedi, barca) aiuterebbe una sostanziale crescita economica, nonché infrastrutturale, dei territori (la drammatica situazione dei ponti sul Po è ben nota). Si moltiplicherebbero quindi anche le opportunità dal punto di vista progettuale, grazie alla naturale necessità di realizzazione, o ristrutturazione, di porti, attracchi e altri manufatti a favore dei servizi turistici, nonché dell’intermodalità (stazioni di scambio etc..).

Appuntamento adesso alla prossima edizione di Urbanpromo Progetti per il Paese, quando il 20 novembre si tornerà a parlare di governance del “sistema Po”.

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