Ritratti di città. Palermo e il mare, due realtà inconciliabili?

by • 25 luglio 2018 • Città e Territorio, Mosaico2744

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Nella seconda puntata della nostra inchiesta s’indaga il tema che da oltre trent’anni è al centro di numerose proposte formulate da amministrazioni pubbliche e portatori d’interesse. E, proprio mentre viene approvato il Piano regolatore del porto, giunge la proposta di Eurispes per un grande hub offshore…

 

LEGGI LA PRIMA PUNTATA DELL’INCHIESTA: PALERMO SI MANIFESTA

 

30 anni fa, 9 approdi

Negli anni del primo mandato da sindaco di Leoluca Orlando (1988) la Democrazia Cristiana, in occasione degli eventi per il centenario dell’Esposizione nazionale del 1891, affidò all’architetto Pasquale Culotta (1939-2006) il coordinamento scientifico dello studio per i “Nove approdi”, una proposta che reimmaginava il waterfront cittadino attraverso altrettanti snodi disposti da Acqua dei Corsari all’Addaura e rendeva evidente che, per costruire la Palermo contemporanea, occorreva rinsaldare quei legami geografici che avevano da sempre caratterizzato l’identità urbana e che solo nel dopoguerra si erano disgregati. La proposta degli “approdi” fu elaborata coinvolgendo vari architetti (tra cui Rodolfo Machado e Jorge Silvetti, Marcello Panzarella, Bibi Leone, Giuseppe Laudicina, Giuseppe Guerrera, Tilde Marra, Roberto Collovà, Eduardo Souto de Moura): essa si basava sul disegno unitario ma al contempo articolato di nove progetti atti a creare un sistema di relazioni tra la costa, l’insediamento urbano e la Conca d’Oro, vale a dire quei rapporti che costituivano le ragioni stesse della fondazione della città fenicia. Emblematica di questa visione è, non a caso, la promenade che Culotta e Leone immaginarono per ridefinire la morfologia del fronte a mare nell’area del Foro Italico, intervenendo in uno dei contesti più simbolici della città.

Dopo l’eco dello studio per i “Nove approdi” la condizione del waterfront è rimasta a lungo immutata e la città, come al solito, ha continuato a voltare le spalle al suo mare. Si è andato così consolidando quel processo di allontanamento iniziato con lo sversamento delle macerie dei bombardamenti lungo il Foro Italico e in altri tratti di costa, ed era continuato con la costruzione dell’arteria viaria lungo il Porto della Cala che ha costituito una barriera verso la costa dove, nel frattempo, si erano accumulati depositi, baracche e capannoni di vario genere.

 

C’è un grande prato verde

Il primo atto di ricucitura tra città e mare risente della proposta di liberazione della costa su cui si basava l’approdo suggerito da Culotta e Leone e, difatti, è costituito dalla realizzazione di un grande prato verde in occasione della conferenza ONU tenutasi a Palermo nel 2000. In quel periodo, l’amministrazione guidata nuovamente per due mandati da Orlando sgomberò le giostre che da decenni impedivano la vista del mare e avviò i lavori di bonifica e riqualificazione. Con i suoi 7,5 ettari, il prato verde sulla costa divenne subito un luogo d’aggregazione e sei anni dopo Italo Rota, quale consulente del neosindaco forzista Diego Cammarata, si occupò del “restyling” dell’area aggiungendovi una serie di dissuasori, sedute e arredi in ceramica dal disegno ludico e pop.

 

Il Piano regolatore del porto è realtà…

Negli anni a guida forzista aveva inizio l’elaborazione del PRP da parte dell’Autorità portuale, guidata dall’ingegnere Nino Bevilacqua, affidandone in maniera diretta la consulenza scientifica ai docenti Maurizio Carta (responsabile per la pianificazione territoriale e urbanistica), Ferdinando Corriere (infrastrutture e trasporti) ed Enrico Foti (ingegneria idraulico-marittima), mentre l’elaborazione operativa veniva affidata alla neonata struttura dell’Officina del porto.

Nella stesura del PRP, presentato ufficialmente nel 2008, insieme agli interventi per il potenziamento del porto commerciale, del traffico crocieristico, della nautica da diporto e della cantieristica, erano individuate le cosiddette “aree bersaglio” (foce dell’Oreto ed ex Deposito delle locomotive; ex gasometro; Borgo vecchio; Sampolo-Ortofrutticolo-Ucciardone; Acquasanta ed ex Manifattura tabacchi; Ospizio Marino; ex Chimica Arenella): vasti e appetibili comparti urbani sui quali la pianificazione dell’Autorità portuale forniva indirizzi strategici “relativi alle funzioni e alle configurazioni, in modo da renderle non solo coerenti ma integrate rispetto alle funzioni portuali ed urbane prescritte per l’area portuale di immediata interfaccia”. Così facendo, l’Autorità portuale ambiva alla pianificazione dell’intera città lasciando all’amministrazione comunale il ruolo di cerimoniere, ruolo peraltro ben accetto data la convergenza politica delle due istituzioni. In linea con l’idea delle aree bersaglio scese in campo anche Confindustria che nel 2011, con l’organizzazione della kermesse “Basta un giorno per cambiare Palermo”, presentò il suo masterplan per la città elaborato dallo studio 5+1 AA e basato sulla progettazione di tali aree.

Intanto, anche a causa del cambio alla guida della città, l’iter del PRP è stato caratterizzato da un lungo contenzioso fra l’Autorità portuale e l’amministrazione circa le competenze in materia di pianificazione, nonché da una serie di ricorsi alla giustizia amministrativa. A dieci anni dall’elaborazione, con lo stralcio delle cosiddette “aree bersaglio” e dopo il rilascio della Via-Vas da parte dell’Assessorato regionale Territorio e ambiente e il parere definitivo del Consiglio regionale dell’Urbanistica, il 20 luglio scorso il PRP è stato definitivamente approvato.

La risoluzione della querelle tra le istituzioni, come da più parti ripetuto, deve molto alla convergenza di vedute tra il sindaco in carica (di nuovo Orlando) e Pasqualino Monti, nuovo presidente di un’Autorità che nel frattempo è divenuta Sistema portuale del Mare di Sicilia occidentale (con competenze che si spingono fino a Termini Imerese, Trapani e Porto Empedocle). Dopo la cancellazione delle “aree bersaglio”, la nuova versione del PRP suggerisce un’immagine “green” ed una portualità prevalentemente turistica. Come riportato in una nota dell’Autorità, i suoi effetti sono visibili nel dissequestro della Stazione marittima, nella demolizione dei silos (che, per la verità, in un’ottica di maggiore sostenibilità ambientale avrebbero potuto essere oggetto di un concorso che ne prevedesse la riconversione), nell’attivazione di finanziamenti per oltre 120 milioni e, infine, nella messa a punto dei nuovi piani regolatori di Trapani e Porto Empedocle. A questo si aggiunge la proclamazione del concorso internazionale d’idee per la realizzazione dei due terminal sui moli Piave e Sammuzzo, recentemente vinto dallo studio romano Valle 3.0 e, ancora, il coinvolgimento di due società europee per la realizzazione del progetto Smart Port.

 

… ma spunta un altro progetto

Malgrado il raggiungimento di un’apparente pax, il dibattito sulla costa cittadina sembra destinato a protrarsi all’infinito. Infatti, proprio nelle stesse calde ore in cui veniva annunciata l’approvazione del PRP, a sorpresa è stato lanciato dall’Eurispes un faraonico progetto di fattibilità tecnica ed economica per realizzare un porto hub nel golfo di Palermo. L’area interessata è, ancora una volta, quella cosiddetta della Bandita, dove nel 2004 Alvaro Siza con la collaborazione di Roberto Collovà aveva progettato il nuovo stadio e dove, nel febbraio scorso, era stata lanciata la proposta di investire 100 milioni per realizzare il grande acquario firmato da Ettore Piras precedentemente previsto alla Cala per un importo di 50 milioni.

La proposta targata Eurispes è stata illustrata durante un convegno tenuto a Palazzo d’Orleans il 24 luglio con la partecipazione delle principali cariche regionali e del sindaco Orlando, il quale ha mostrato apertura precisando che attualmente in Consiglio sono in discussione sia il PRG sia il piano di utilizzo del Demanio marittimo.

L’idea si basa sulla realizzazione di un’isola artificiale di 200 ettari capace di accogliere 9 km di banchine e 100 gru da oltre 60 m di sbraccio. Secondo i proponenti, questa gigantesca piattaforma galleggiante potrebbe essere realizzata utilizzando i finanziamenti della così detta “Via della Seta” e consentirebbe di movimentare 16 milioni di container all’anno, proiettando Palermo al primo posto in Europa nel traffico Ro-Ro e strappando così il primato ai porti di Rotterdam e Valencia. La mancanza di un adeguato retro-porto verrebbe risolta intervenendo massicciamente sui 100 ettari di verde che costituiscono uno degli ultimi brandelli della Conca d’Oro ed utilizzando allo scopo i fondi delle Zone Economiche Speciali.

Come puntualizzato dal presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara, “La realizzazione di questa infrastruttura è legata a filo doppio con la riqualificazione della costa sud-orientale di Palermo, da anni in stato di abbandono. Il progetto, che consentirebbe la fruizione e la balneazione di ampi tratti di costa, restituirebbe inoltre a quella parte di città la vista del mare”. Per dissimularne l’impatto ambientale, l’intervento dovrebbe infatti essere accompagnato dalla riqualificazione della foce dell’Oreto e dalla realizzazione di due ponti, una spiaggia urbana, piste ciclabili, un residence, uffici e un albergo da 800 posti… Il tutto con un intervento da 5 miliardi da attuare in soli tre anni con la promessa di 435.000 nuovi posti di lavoro!

 

Partecipazione?

È ancora presto per dire come andrà a finire. Il dibattito sulla proposta dell’Eurispes sarà ulteriormente approfondito dopo l’estate, quando giungeranno risposte dal fondo d’investimento internazionale che ne sta vagliando l’appetibilità finanziaria. Nel frattempo ci preme evidenziare che questa proposta non lascia trasparire margini per attuare processi partecipativi che, non a caso, sono mancati anche nel lungo iter del PRP. Nel dicembre 2016, durante un affollatissimo convegno dedicato al turismo ecosostenibile della Costa Sud, il sindaco aveva assicurato il suo impegno a promuovere iniziative partecipate per rilanciare la città oltre l’Oreto e superarne l’isolamento. Adesso, l’apertura verso una direzione ben diversa, oltre a palesare la mancanza di una visione strategica per il futuro della città, fa trasparire l’intenzione di esternalizzare la pianificazione di una delle più appetibili aree urbane, limitandosi ad utilizzare la partecipazione come uno slogan per promuovere interventi in aree poco redditizie come, ad esempio, quel giardino che, sempre in questi giorni, si sta realizzando al quartiere Zen.


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