Un Pesce di nome Gaetano

by • 4 giugno 2018 • Design, Mosaico, Reviews1652

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Narcisistica e autoreferenziale, una retrospettiva di oltre 200 opere nel Palazzo della Ragione a Padova racconta il tempo multidisciplinare di Gaetano Pesce

 

PADOVA. Vicenza chiama, Padova risponde. Nell’eterna lotta tra campanili nel cuore del Veneto, all’afflato internazionale dell’architettura global in Basilica Palladiana con la mostra su David Chipperfield, replica quella che viene annunciata come una grande retrospettiva intitolata “Il Tempo multidisciplinare” (fino al 23 settembre a Palazzo della Ragione).

Incentrata sulla figura e l’opera di Gaetano Pesce, l’esposizione trae origine da un suo dichiarato “sentimento di affetto” verso la città del Santo dove Pesce si era trasferito in giovane età e dove, in parallelo alla frequentazione della Facoltà di Architettura di Venezia, ebbe modo di compiere le prime esperienze in ambito artistico assieme al Gruppo N. Il seguito è una carriera che lo ha portato in giro per il mondo e nella quale i confini disciplinari tra design, arte e architettura devono essere assunti con molte sfumature.

Occorre però restar nel vago perché, alla faccia della retrospettiva, la mostra nulla restituisce sulla biografia del personaggio (mancano persino un colophon e la benché minima presentazione o introduzione). Uscirà però un catalogo, a questo punto indispensabile a prescindere dalla copertina immancabilmente resinosa (e costosa). Fortuna che c’è Wikipedia per i curiosi che si troveranno frastornati da un progetto espositivo pensato dallo stesso Pesce sulla base di un evidente culto della propria personalità: in tutto oltre 200 opere che attraversano 60 anni di carriera, sovrapposte visivamente alla decorazione pittorica a tema astrologico e al grande cavallo ligneo che campeggia sotto la volta.

Come al mercato del pesce (minuscolo) o dal rigattiere, sta all’intenditore saper scegliere e riconoscere, tra gli oggetti affastellati, alcuni pezzi iconici e inconfondibili. Come la classicissima poltrona Up (c’è n’è una oversize ricoperta di pezze all’ingresso della mostra) con il suo pouf sferico a mo’ di palla al piede, denuncia in forma caricaturale della condizione di schiavitù della donna, o come gli inconfondibili e avvolgenti Feltri, troni di lana morbidi e ovattati o duri e resistenti quando e dove serve. Altri pezzi del catalogo storico di Cassina, che rivelò al mondo del design l’allora giovane e tuttora eccentrico protagonista, si mescolano ai multipli, ai pezzi unici o ai prototipi che rivelano infinite sperimentazioni sul materiale d’elezione del Nostro: quella resina che è campo di sperimentazione, di mescolanza e d’ibridazione e che diventa così l’espressione concreta di un manifesto ideologico del suo interprete.

Sarebbe bello riuscire a vederli appieno, questi pezzi: peccato però che un allestimento mortificante ed altezzoso (un’ulteriore forma di auto rappresentazione?) rende la visita un’impresa. Bussolotti di legno di altezze sconsiderate costringono a tirare il collo per riuscire a vedere il piano di un tavolo se non dal sotto in su, o una sedia per intero a parte i piedini in primo piano. I bussolotti sono in realtà degli stipetti, con un’antina che svela al loro interno tutto un bric-à-brac di modelletti sgangherati e altro che si fatica a distinguere, perché la torcia da campeggiatore attaccata con una catena-antifurto troppo corta non consente di orientare il fascio luminoso all’interno…

Entro questo bailamme, ci sono anche dei disegni di progetto in realtà molto belli: schizzi di arredi, piante di sistemazioni di interni, progetti a scala urbana (sebbene alcune tavole su carta siano appese alla bell’e meglio con quattro spilli). L’ossessione antropomorfa di Pesce attraverso il disegno è ancora più evidente che negli oggetti, e traspare un pensiero architettonico profondo, sia pur distillato in occasioni rare e tutte su misura di questo spirito caustico. Frammenti che la mostra fa intravvedere senza minimamente approfondire.

Malgré soi, alcuni temi affrontati da Pesce contengono una serie di spunti anticipatori e autentici: vale per il design, con la rottura della serialità e la ricerca della variazione nell’opera prodotta industrialmente, e vale alla scala architettonica ad esempio con il progetto della Torre pluralista del 1987, metà MVRDV e metà Bosco verticale in era a.B. (ante Boeri).

Peccato dunque per l’occasione persa: Pesce rimane un prodotto per una élite (una scelta di mercato?), la mostra non riesce ad andare al di là dell’esaltazione dell’ego narcisistico del suo protagonista e il visitatore rimane come… un pesce fuor d’acqua. Resterà buona, forse, per i piccoli scandali locali, la “provocazione” dell’installazione sulla via davanti al Palazzo, una “Italia in Croce” del 1978 rigorosamente in resina colaticcia, che cagionerà lo sturbo alle signore patavine, paghe finalmente di avere qualcosa di cui lamentarsi oltre all’afa estiva.

 

Immagine di copertina: Gaetano Pesce. Up. Gigante di Vestiti, 2016

 

 

Gaetano Pesce. Il Tempo multidisciplinare

Palazzo della Ragione, Piazza delle Erbe, Padova

23 maggio – 23 settembre 2018

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