“Tel Aviv, The White City” al MAXXI

by • 29 maggio 2018 • Mosaico, Reviews2475

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Fino al 2 settembre, una mostra dedicata alla città israeliana patrimonio Unesco, rappresentazione della più avanzata architettura internazionale del 20º secolo

 

ROMA. Ai molti architetti europei in fuga dalla persecuzione antisemita, che scelsero di espatriare in Israele alla fine degli anni ’20, Tel Aviv doveva sembrare poco più di un raggruppamento disordinato di case distese di fronte al Mediterraneo, disperse fra le dune.
Fondata appena una manciata di anni prima, infatti, la città israeliana non aveva ancora un volto proprio né dimensioni tali da poter essere considerata qualcosa di diverso da un quartiere periferico, semidesertico della più grande e vicina città di Jaffa.
La trasformazione a grande centro urbano, tuttavia, avvenne in tempi rapidissimi, sotto la spinta di un’ondata migratoria dall’Europa, cui doveva necessariamente rispondere in termini di soluzioni abitative e urbanistiche.
Nella città che prendeva forma sotto i loro occhi a ritmi vertiginosi gli architetti espatriati portarono, allora, il gusto e l’estetica che, per formazione e esperienza, avevano conformato la loro visione del progetto.
Erano gli anni in cui il Bauhaus era fulcro del dibattito culturale europeo e punto di riferimento imprescindibile delle avanguardie architettoniche facenti capo al Movimento moderno, così come i nomi di Le Corbusier, Mies van der Rohe, Gropius, Wright erano sinonimo del nuovo stile. 
Sotto la spinta della stessa rivoluzione che aveva fatto cambiare volto alle città europee, Tel Aviv divenne allora la “Città bianca” con i suoi 4.000 edifici in intonaco chiaro in pieno stile modernista e, per questa ragione, patrimonio Unesco dell’umanità dal 2003.
A questo museo a cielo aperto, rappresentazione della più avanzata architettura internazionale del 20º secolo è dedicata la mostra “Tel Aviv, The White City” al Maxxi fino al 2 settembre. Cento tra fotografie, schizzi, plastici e video, raccolti proprio in occasione della redazione del dossier per la candidatura Unesco, svelano la città israeliana, le architetture del suo centro storico e l’influenza che il nuovo stile europeo ebbe su di esse, pur adattandosi alle specifiche locali. Un percorso espositivo che porta l’attenzione su diversi aspetti, forse troppi per uno spazio non ampio come la sala dell’archivio del Museo Maxxi.
Gli edifici realizzati furono progettati da molti architetti che, nel rifarsi allo stile modernista, rappresentarono la pluralità delle tante tendenze differenti, interne alla corrente, tenendo inoltre conto delle caratteristiche culturali locali e delle esigenze climatiche.
Nitza Metzger Szmuk, curatrice, architetta e fondatrice del dipartimento israeliano per il restauro della città, sceglie 11 edifici, a cui corrispondono altrettante stampe fotografiche, tra cui la Liebling House che nel 2019 diventerà sede del centro di ricerca sulla “Città Bianca”, per raccontarne la storia, le caratteristiche e il linguaggio architettonico. Lo stile modernista è qui, infatti, arricchito di elementi tradizionali locali e prevede delle modifiche alla facciata per meglio fronteggiare il clima caldo dei periodi estivi o limitare l’erosione delle brezze marine.
Lo sguardo della mostra si concentra sul lavoro di 78 architetti, fra i 150 che lavorarono a Tel Aviv, divisi in gruppi in base al luogo di formazione. Si scopre così che i progettisti dell’Europa dell’Est acquisirono le competenze professionali quando nelle accademie d’architettura prevaleva la dottrina classica e furono, quindi, portati ad aderire alla nuova espressione solo una volta che questa era passata dall’essere un’avanguardia innovativa al rappresentare quello Stile Internazionale in voga in tutto il mondo. Al contrario, i progettisti formatisi in Italia, Francia e Belgio videro nascere il Movimento moderno e applicarono da subito i principi acquisiti per rivoluzionare l’aspetto della città. Benché si fosse sviluppata in centro Europa, l’architettura modernista ben si adattava a paesi caldi e il movimento sionista appoggiò con fervore la tendenza, che favoriva l’integrazione sociale e forniva soluzioni low cost ai tanti immigrati.
Il risultato è tutt’oggi sotto i nostri occhi: un centro storico che presenta abitazioni inserite nel verde urbano. Un luogo che, elevando il modello della Weissenhof Siedlung di Mies van der Rohe a Stoccarda alla dimensione urbana, rappresenta la realizzazione concreta dell’utopia europea.

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