Alla Triennale il mondo di Osvaldo Borsani

by • 16 maggio 2018 • Design, Mosaico, Reviews1754

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Visita alla grande retrospettiva a cura di Norman Foster Foundation e Archivio Osvaldo Borsani. Presso la Triennale di Milano fino al 16 settembre

MILANO. Durante i giorni del montaggio al Palazzo dell’Arte poteva capitare ai visitatori che percorrevano l’atrio -che da viale Alemagna porta al giardino nel Parco- di lanciare un’occhiata alla grande galleria in curva di destra e di vedere una leggera, quanto imponente, struttura reticolare in legno e di pensare, di fatto, ad un espediente tecnico di qualche allestimento che sicuramente sarebbe venuto. Niente di più sbagliato. Si trattava invero già della grande retrospettiva dedicata ad Osvaldo Borsani (1911-1985) che, spiazzandoti da subito, si mostrava al pubblico nel suo farsi, senza segreti, senza celarsi, ma al contrario aprendosi agli sguardi in piena luce.

Voluta da Triennale Design Museum e Archivio Osvaldo Borsani con la curatela di Norman Foster e Tommaso Fantoniprogetto e contenuti di Norman Foster Foundation e Archivio Osvaldo Borsani– la mostra gode di una felicissima intuizione scenica e spaziale che si deve sempre a Foster e Fantoni, nipote del grande Osvaldo. Una sola idea, come ci esortavano ad avere i nostri maestri, semplice ed efficace come un “Sol Lewitt” in legno chiaro naturale, che informa di sé tutto lo spazio e lo costruisce a guisa di grande spalto, continuo, ossessivo e variato, che si dispiega su tutto il piano terra della grande curva di Triennale e dà modo a mobili, poltrone, divani, scrivanie, ma anche cielini, opere d’arte e manufatti, di prendere posto in rigoroso ordine cronologico, dal 1925 al 1985, a varie altezze e “guardare” il pubblico che scorre ai loro piedi e, allo stesso tempo, di confrontarsi con l’ingente patrimonio di documenti che affolla, in una quadreria emozionante, la parete en face.

Le due dimensioni della grafica, del disegno e della fotografia -più di 500 le cornici- si confrontano con le tre dimensioni del prodotto e delle opere -più di 300 i pezzi- unite dalla quarta dimensione del tempo che le ha viste nascere e che ne decreta, ancora oggi, la validità e l’attualità a decenni di distanza. Un’idea, appunto, semplice ed efficace, che ribalta il rapporto spettatore/opera esposta e lascia intatta, per una volta, la bella spazialità dell’architettura di Giovanni Muzio che tanto deve alla luce naturale che entra dalle ampie finestre superiori. È come un grande ritorno agli amati luoghi, che lo videro protagonista in tante Triennali, di quel geniale architetto, artista, designer, imprenditore di Varedo, che rappresentò uno dei campioni di quel felicissimo periodo della nostra storia che ha permesso a Milano e al suo territorio -e da qui all’Italia tutta- di essere oggi il punto di riferimento del design nel mondo, come ha testimoniato anche l’ultimo successo del Salone del Mobile e della Design Week.

La grande mostra arriva preparata dagli eventi dello scorso aprile: l’apertura al pubblico di Villa Borsani con il progetto “Villa Borsani: Casa Libera!” curato da Ambra Medda e che permette per tutta l’estate di visitare la residenza di Varedo; la presentazione di uno straordinario volume, la monografia Osvaldo Borsani Architetto, designer, imprenditore, scritta da Giampiero Bosoni ed edita da Skira che contiene in 600 pagine e 1.500 fra immagini e disegni i contributi, fra gli altri, di Foster, Fulvio Irace, Arnaldo Pomodoro e Joseph Rykwert.

Una mostra doverosa, affascinante ed appagante che colloca la figura di Borsani nella sua giusta posizione storica ed assolve alla necessità di conoscere approfonditamente i capitoli della sua e, quindi, della nostra storia troppo spesso ricordata solo per sommi capi. Una personalità così complessa, quella di Borsani, che solo attraverso una mostra completa si può capire e spiegare appieno, come ha ricordato Sir Norman Foster all’apertura in Triennale.

Una volta di più la dimostrazione -ce n’è bisogno, eccome- che i successi vengono da lontano, che la storia non si inventa, che la cultura si basa su processi lenti che devono essere alimentati, amati e sostenuti per poter diventare successi anche commerciali, di impresa e di immagine, come quelli che negli ultimi cent’anni hanno contraddistinto la cultura del progetto a Milano e nel suo territorio anche grazie a maestri come Borsani.

«Quando noi usavamo il vocabolo “design” lo facevamo con rispetto profondo perché si nominava un nuovo modo di pensare e di costruire: era una parola che usavamo solo noi, gli addetti ai lavori mentre tentavamo, muovendoci in un contesto sordo e difficile, di spiegare, introdurre, divulgare i metodi della progettazione applicata all’industria. Oggi non usiamo più questo vocabolo, talmente è volgarizzato, talmente è usato a proposito e sproposito, che a volte siamo in sospetto. Noi non siamo fatti per lavorare nel capito e nell’acquisito, cerchiamo nuovi modi e perciò per nominare nuove cose occorrono nuovi vocaboli».

Intervista rilasciata da Osvaldo Borsani ad Ottagono, 1973

Osvaldo Borsani
Triennale di Milano

16 mag – 16 set 2018
A cura di Norman Foster e Tommaso Fantoni
Progetto e contenuti: Norman Foster Foundation e Archivio Osvaldo Borsani

Osvaldo Borsani (1911-1985)

Nato a Varedo nel 1911, Osvaldo è figlio di Gaetano, costruttore di mobili nell’affermato “Atelier di Varedo”. Maturità artistica all’Accademia di Belle Arti per poi passare al Politecnico di Milano, dove si laurea in architettura nel 1937. Talento precoce, ancora studente presenta alla V Triennale di Milano la “Casa Minima”, progetto razionalista applicato allo spazio della vita quotidiana, mentre nel 1941 realizza Villa Pesenti a Forte dei Marmi. La Villa Borsani di Varedo è del 1943 ove Osvaldo fa intervenire alcuni giovani artisti quali Adriano Spilimbergo, Fausto Melotti, Lucio Fontana. La collaborazione con questi artisti si sviluppa in decine di progetti, committente la borghesia milanese; in particolare con Lucio Fontana, amico fin dai tempi dell’Accademia il lavoro è molto intenso; un segno ancora intatto è, del 1956, la balaustra metallica del prospetto di via Montenapoleone 27, edificio disegnato da Borsani come abitazione di famiglia e sede dell’azienda Tecno.

Gli esordi lo vedono all’interno dell’Atelier di Varedo, ribattezzato negli anni Venti Arredamenti Borsani Varedo (ABV), i cui prodotti sono dominati dal “mobile in stile neorinascimentale” tipico della tradizione brianzola anche se, nella partecipazione dell’Atelier alle Biennali di Monza nel 1925 e 1927, si riscontra un avvicinamento a linee più essenziali e geometriche. L’esordio ufficiale è dell’inizio degli anni ’30 in occasione della IV Triennale di Monza. Alla V Triennale del 1933, per la prima volta a Milano, il giovane studente ventunenne Osvaldo dimostra maturità stilistica e la volontà di orientarsi verso i codici razionalisti. In quegli anni l’Atelier ha commesse importanti che vengono realizzate in una nuova fabbrica e presentate nel negozio-studio di progettazione aperto nel 1932 in via Montenapoleone 6 a Milano. La progettazione di interni di grandi case è la principale occupazione di Borsani per tutti gli anni ’30 e ’40, durante i quali si avvia e consolida la collaborazione con artisti come Agenore Fabbri, Lucio Fontana, Aligi Sassu, Roberto Crippa, Fausto Melotti e Arnaldo Pomodoro. Agli artisti Borsani chiede di contribuire al progetto di soffitti, maniglie, mensole, stipiti di porte, camini e di moltissimi altri elementi d’arredo. Il successo, anche commerciale, è grandissimo e la produzione non si ferma neppure durante gli anni della guerra, finita la quale Borsani si dedicherà al progetto del passaggio dalla tradizione artigiana al sistema industriale.

Nel 1953 realizza con il fratello Fulgenzio l’idea di un’azienda che prende il nome dalla “téchne” dei greci, a significare tanto arte quanto tecnica. Nasce Tecno in un’Italia ancora segnata dalle guerre, ma che guarda ad un futuro improntato all’ottimismo. Il mobile in Tecno è “oggetto tecno-logico” dotato di componenti meccaniche che gli permettono versatilità in termini di composizione, forma e assetto, come dimostrato dalla poltrona P40, dal divano D70 e dal letto L77. Ma Tecno è prima di tutto un progetto di un imprenditore: l’ambiente ufficio non ha ancora una sua definizione formale certa nell’Italia del dopoguerra, ma Borsani vuole arrivare, in un paese che ha iniziato il suo processo di terziarizzazione, a proporre per gli spazi di lavoro quell’eleganza formale, quel rigore e quella razionale funzionalità che il Movimento moderno aveva concepito per l’abitare domestico. Nel 1956 viene inaugurato il negozio milanese di Via Montenapoleone 27 e in pochi anni il marchio della “T rossa” compare nelle vie più prestigiose delle città italiane e delle capitali europee.

Nel 1970 Tecno è un marchio di riferimento a livello internazionale nel settore degli arredi per l’ufficio e per grandi comunità. Borsani concepisce la progettazione come percorso collettivo e fonda il Centro Progetti Tecno andando controcorrente in un’epoca dominata dall’ossessione per la firma del designer. Egli resta sempre la figura di riferimento, ma la gestione dei progetti e delle relazioni è assicurata da Marco Fantoni con Valeria Borsani. La prima creatura del Centro Progetti Tecno è Modus, presentata nel gennaio 1972 alla Fiera di Colonia: una seduta in nylon, prodotta in sei colori, in grado di inserirsi sia in un ufficio sia in una sala d’attesa o in un auditorium, in uno stadio o in un’abitazione. A seguire viene proposta e prodotta WS, panca in rete di acciaio armonico con basamento in granito, che ha come primo cliente le agenzie Alitalia nel mondo e gli spazi d’attesa dei grandi aeroporti, proprio a partire da Malpensa.

Il contributo che Borsani ha dato all’architettura del ‘900 e alla nascita del disegno industriale fa sì che la sua figura debba essere collocata in una prospettiva più ampia di quella dei soli progettista ed imprenditore. Da considerare ad esempio il suo impulso all’arte contemporanea, che giovani e promettenti artisti portavano alla ribalta lavorando in sinergia con l’architettura d’interni. Dagli anni Trenta gli interlocutori sono Guido Tallone, Giandante X, Lucio Fontana. Nel dopoguerra si annoverano Agenore Fabbri, Aligi Sassu, Roberto Crippa, Fausto Melotti; e ancora Arnaldo Pomodoro, Marcello Nizzoli, Bruno Munari. Profondo anche il rapporto con grafici e fotografi: Marcello Piccardo, Enrico Ciuti, Edoardo Mari, Giulio Confalonieri, Guido Ballo, Ugo Mulas; nonché letterati come Giuseppe Ungaretti e Leonardo Sinisgalli e grandi capitani di impresa come Enrico Mattei che gli affiderà, con Marcello Nizzoli, il progetto degli interni del primo palazzo dell’Eni, a Metanopoli. Da qui nasce l’avvio di un’immagine coordinata sviluppata negli altri palazzi delle sedi di Eni a Milano e a Roma.

L’Archivio storico Borsani è situato all’interno della villa Borsani di Varedo e conserva i progetti originali, i disegni giovanili, i carteggi con i più noti artisti, architetti ed esponenti della cultura italiana del ‘900 e contiene più di 30.000 documenti articolati in oltre 8.000 protocolli di progetto.


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