84 interni italiani

by • 15 maggio 2018 • Design3051

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Una pubblicazione e una mostra itinerante (a cura di Simona Finessi e Angelo Dadda con Luca Molinari) per una selezione di progetti di interni in cui sono presenti componenti di innovazione e ricerca
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«L’arredamento della nostra casa diventa il teatro della vita privata, quella scena dove ogni stanza permette il cambiamento, la dinamica degli atteggiamenti e delle situazioni», sostiene Alessandro Mendini, che attribuisce agli interni una funzione sociale determinante per l’individuo e necessaria per il suo benessere.
Tuttavia la professione di interior designer, a cui è demandato il ruolo di gettare le basi di questo cambiamento, è considerata a torto di minore rilievo e poco investigata.
Compressa tra la storia dell’architettura e l’evoluzione del product design, l’architettura di interni fatica ad essere riconosciuta come disciplina autonoma. Non esistono, infatti, ad oggi, una storia e degli studi organici che ne possano teorizzare un percorso autonomo, prescindendo dalla storia degli stili e delle evoluzioni dei singoli oggetti d’arredo. 
Eppure proprio il nostro passato è ricco di presenze importanti, da Portaluppi ai Castiglioni a Mollino, che hanno portato l’italianità nel mondo, guardando, fra i primi, agli interni come ad un campo di sperimentazione e di espressione della creatività libera. Una ricerca che ha sempre risposto al bisogno di comfort, alle esigenze funzionali senza mai dimenticare la portata emozionale che un progetto di interni rappresenta per il committente così come per l’architetto.
A far tornare a parlare di interni italiani e, soprattutto, a fornirci un interessante osservatorio dal quale tracciare uno stato dell’arte della progettazione di interni c’è il progetto Best Italian Interior Design Selection, realizzato da Simona Finessi e Angelo Dadda, editori della rivista Platform Architecture and Design, con la supervisione scientifica del critico Luca Molinari, per Publicomm.
Una pubblicazione, prima di tutto, che racconta il lavoro dei professionisti dell’interior in una selezione di 84 progetti, realizzati in Italia e all’estero da progettisti italiani e affronta l’architettura d’interni in tutte le sue possibilità, dal retail al workspace, dall’exhibition allo yacht design, agli hotel, con una prevalenza, com’è naturale, per gli spazi abitativi.
Una rappresentazione dell’interior design, che si pone l’obiettivo di mappare una professione tanto rilevante quanto poco riconosciuta, restituendone un’immagine generale in cui il singolo progetto, anche quando porta una firma affermata, non prevale su quello meno noto. Una selezione che tocca l’Italia tutta, i grandi centri come le piccole province, cercando di fare scouting di interventi in cui è presente una componente di innovazione e ricerca e, per contro, prendendo le distanze dagli ambienti stereotipati.
Ciò che emerge da questo ritratto d’interni italiani, che naturalmente è uno dei possibili, è che l’attività di interior designer rappresenta tutt’altro che un lavoro sporadico per l’architetto ma che, invece, è proprio negli interni che si spende buona parte della pratica professionale.
Nel caso della maggior parte degli studi visionati, oltre 400, dalle province alle grandi città, sono proprio gli interni a dare lavoro ai progettisti, con una netta prevalenza dell’exhibition, degli allestimenti per fiere e musei e del retail: settore, quest’ultimo, che probabilmente ha visto la maggiore crescita negli ultimi anni.
Ma Best Italian Interior Design Selection non è solo un pubblicazione, è anche una mostra, itenerante che parte dalla Triennale di Milano (14-20 maggio), per poi proseguire al Forlì Four Design, kermesse alla sua prima edizione quest’anno, ed in seguito in altre sedi fino a concludersi all’Archmarathon awards di Miami.
Proprio per garantirne la massima mobilità, la rassegna è dipanata su 30 totem trifacciali, in cui i progetti vengono esposti seguendo un ordine alfabetico, che ne garantisce l’imparzialità. Un progetto che rappresenta una narrazione a più voci per cercare di comprendere una professione complessa e variegata che, ci si augura, venga raccontata più spesso.
 
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