Pechino, cronache dagli hutong

by • 13 maggio 2018 • Mosaico, Patrimonio, Progetti937

Share
Lo spazio ibrido urbano della condivisione negli interventi di trasformazione degli hutong della capitale cinese, dove si fa strada un diverso concetto di heritage

 

PECHINO. L’ultima edizione della Milano Design Week si è confermata un grande successo, a livello sia di pubblico sia di portata della rete di contatti e attori coinvolti. La manifestazione attrae infatti sempre più visitatori ed espositori internazionali e, come sottolineato nella newsletter del 26 aprile, «rappresenta un modello che, riconosciuto e apprezzato, è diventato un paradigma ora non più da copiare, tentativo vano, ma da esportare e diffondere».

Una delle città che negli ultimi anni ha dichiaratamente preso in prestito il modello milanese è Pechino, dove a partire dal 2011 ogni autunno si tiene la Beijing Design Week, evento nato grazie al coinvolgimento di figure internazionali – molte delle quali italiane – in grado di riproporre l’impronta del Salone ed adattarla a questa realtà. L’iniziativa si pone con un duplice intento: da un lato si tratta di un evento culturale promotore di cambiamento e motore di rigenerazione di alcuni quartieri centrali, e dall’altro si propone come vetrina di artisti e architetti emergenti.

I due distretti del centro storico ad essere maggiormente investiti dalla manifestazione sono Dashilar e Baitasi – il primo posizionato a ridosso di piazza Tienamen, il secondo a ovest di Xisi, a breve distanza dal Northern Sea, tra i pochi tasselli del centro storico a non essere stati stravolti o rasi al suolo negli ultimi decenni – sede di trasformazioni più “lente”. Qui si radica un mix di eventi temporanei e interventi permanenti che mirano alla riscoperta del patrimonio architettonico-culturale della capitale, non limitandosi unicamente alla speculazione immobiliare ma proponendosi anche come occasione di dibattito e come spinta alla presa di coscienza della popolazione del valore insito in questi luoghi. Dopo i primi progetti di tabula rasa e ricostruzione, perlopiù in stile, inizia infatti a profilarsi qui più che altrove un diverso concetto di heritage, legato non solamente a singoli edifici di pregio – o più genericamente alla forma fisica della città – ma anche al substrato sociale che vi risiede, portatore di pratiche e reti che rischiano di dissolversi nella frenetica metamorfosi della capitale cinese. Il dibattito locale, che coinvolge intellettuali, docenti universitari ed abitanti, così come l’attenzione della stampa internazionale, si fanno sempre più presenti e critici verso le distruzioni portate avanti dalla Municipalità e dai developer.

L’evento culturale, la ricerca accademica, il piano della rigenerazione urbana e quello della progettazione architettonica si intrecciano profondamente, generando occasioni di sperimentazione che ragionano sul valore dei luoghi e sulla qualità degli spazi della comunità: affiorano domande su come adattare questi tessuti ad una società in cui cambiano i modi di vivere e le necessità, senza tuttavia azzerare il senso di appartenenza e la rete di pratiche dell’abitare che vi si sono stratificate negli anni. Lo spazio pubblico, o meglio, lo spazio ibrido della condivisione, inizia – seppur timidamente – ad assumere un ruolo di crescente interesse, su cui si misurano gli intenti dei developer e si scorge il destino di questi luoghi. Gli interventi illustrati di seguito propongono differenti suggestioni e livelli di azione, producendo frammenti che si innestano nel tessuto storico riattivandone punti strategici e generando nuovi usi.

 

DOUBLE HAPPINESS, Ramoprimo

Luogo: Dashilar, Pechino

Realizzazione: 2015

Uno degli aspetti che emergono osservando l’auto-costruzione che prolifera a Dashilar, è l’illimitatezza di possibilità e soluzioni creative, estendendo l’abitazione sulla strada e occupando il suolo pubblico con pratiche che non riescono a trovare il proprio spazio all’interno della casa. Double Happiness è una divertente visione urbana elaborata da Ramoprimo, studio con sede a Pechino fondato da due architetti italiani. La proposta esplora l’ipotesi di riorganizzare nuove funzioni, e lo fa densificando e diversificando, con lo scopo di ampliare le tipologie di usi e spazi condivisi alla scala del quartiereIl progetto propone un sistema diffuso di nodi sopraelevati, la creazione di un roofscape composto da micro-landmark dal carattere fortemente pubblico: duplica verticalmente il suolo per trovare spazio dove non c’è, astraendolo ed estraendolo dal costruito.


MICRO YUAN’ER, Zao/Standardarchitecture

Luogo: Dashilar, Pechino

Realizzazione: 2013

Sempre nel medesimo distretto, Zao/Standardarchitecture interviene in una corte a Cha’er Hutong reinterpretando le superfetazioni informali sedimentatesi nei decenni: in collaborazione con le famiglie che vivono ancora nel cortile, viene realizzata una biblioteca per bambini di 9 mq costruita in calcestruzzo mescolato a inchiostro – materiale che riprende volutamente la cromia dei mattoni grigi delle costruzioni tradizionali – e inserita sotto una copertura preesistente. Tra le fronde del grande albero centrale viene mantenuta l’impronta del volume di una delle antiche cucine, convertita in un micro-spazio artistico e affiancata da una rampa di scale in muratura che conduce al tetto. Con questo piccolo intervento, gli architetti cercano di rafforzare i legami all’interno della comunità, oltre che offrire uno spazio ai bambini residenti: l’obiettivo principale dell’amministrazione – come sottolineato da Jingyu Liang in occasione della Biennale di Venezia del 2016 – è di stabilire un punto di contatto con la popolazione del distretto, imbastendo un legame di fiducia reciproca e generando un nodo nel tessuto circostante.


HYBRID COURTYARD, Vector

Luogo: Baitasi, Pechino

Realizzazione: 2017

In modo analogo lo studio Vector interviene a Baitasi con il progetto di uno spazio concepito per ospitare molteplici funzioni ed essere utilizzato alle varie ore della giornata e nei vari periodi dell’anno: spazio espositivo, sede di eventi culturali, seminari accademici, ufficio, caffetteria e “salotto urbano”. Gli elementi prefabbricati hanno permesso di minimizzare il disturbo nei confronti del vicinato nel corso del cantiere. Il layout originale definisce un grande cortile principale e due spazi aperti secondari; vecchio e nuovo sono giustapposti in termini di costruzione, strutture, spazialità. Scelta interessante del progetto è l’inserimento di due accessi – posti a est e ovest – che se aperti contemporaneamente permettono la creazione di un passaggio di connessione tra due strade. Quando questo spazio viene aperto, il grande cortile centrale costituisce un punto di ritrovo per l’intera comunità, penetrando il tessuto prettamente residenziale che contraddistingue l’area.

 


BAITASI SHARING COURTYARD, Tsinghua University School of Architecture

Luogo: Baitasi, Pechino

Realizzazione: 2017

Elaborato da un gruppo di studenti della Tsinghua University con lo scopo di investigare come in Cina il progetto possa stimolare cambiamenti sociali, l’installazione si fonda sulla proposta di un nuovo punto di vista nella scoperta del tessuto denso e orizzontale degli hutong: il visitatore può esplorare lo spazio attraverso tre dimensioni, che coinvolgono angoli silenziosi, un piccolo “anfiteatro” e un passaggio rialzato. La nuova struttura si incastra dentro e fuori l’edificio preesistente, aprendo nuovi scorci sui tetti delle tradizionali case a corte e sulla spettacolare Pagoda Bianca. Ciò che appare interessante di questa esperienza è la nuova attenzione rivolta alla progettazione non come tradizionale percorso all’interno dell’Atelier al fine di produrre un oggetto, ma come complessa serie di passaggi che elaborano un processo coinvolgendo la comunità e ricorrendo a strumenti non tradizionali, portando tutti noi ad interrogarci su quale sia oggi il ruolo dell’architetto, nella realtà cinese e non solo.


Tag



Pin It

Comments are closed.