La febbre del sabato sera nei divertimentifici

by • 2 aprile 2018 • Mosaico, Reviews1959

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Al Vitra Design Museum la mostra “Night Fever Designing Club Culture 1960-today” sui progetti per le discoteche

 

WEIL-AM-RHEIN (GERMANIA). “Night Fever Designing Club Culture 1960-today” è la mostra che il Vitra Design Museum ospita negli spazi progettati da Frank O. Gehry, a cura di Jochen Eisenbrand, Catharine Rossi e Katarina Serulus.

Lo storico dell’arte Tommaso Trini parlava di “Divertimentifici” quando negli anni sessanta gli architetti radicali realizzavano le discoteche note anche come Piper, dal nome del primo e più famoso inaugurato a Roma nel febbraio ‘65 dall’avvocato Alberico Crocetta che chiamò Manlio Cavalli, Francesco e Giancarlo Capolei a disegnarne l’interno. «Doveva essere uno spazio per tutti -scrivono i progettisti- per una società che vi trovasse gli incentivi per una necessaria integrazione, svincolando le persone dai reciproci complessi del brutto e del bello, del ricco e del povero». Di fatto il Piper era l’unico spazio dove i giovani potevano esprimere la loro creatività e la voglia di divertirsi, conoscere le ragazze e ballare, senza la pesantezza del conflitto politico in atto in quegli anni.

Il conflitto rimane fuori dal Piper anche per i radicali fiorentini Superstudio e Archizoom nel primo Piper fiorentino alla Casa del Popolo Affrattellamento, distrutto dall’alluvione del ‘66, ma anche nei successivi Mach2, sempre dei Superstudio e Space Electronic dei 9999 fino al Bamba Issa degli UFO a Forte dei Marmi. Il fenomeno radical pipers si sviluppa anche in Inghilterra, Germania, USA con linguaggi diversi. Anche se Pierre Restany, noto critico d’arte, separa tra lo stile yeah-yeah americano, che in Europa diventa ye-ye, tra Elvis Presley e Johnny Halliday. «Presley rappresentava il furore di vivere, Halliday la corsa contro la noia e il vuoto».

Certamente la nascita intorno al 1960 a Londra degli Archigram, gruppo di architetti dal chiaro sapore pop ha influenzato la generazione di giovani architetti che, non solo in Italia, avevano nella discoteca l’unica possibilità per fare architettura. Accade a Montreal con François Dallegret che nel 1964 realizza Le Drug, una farmacia che contiene galleria, ristorante, biblioteca e discoteca; quest’ultima realizzata come una caverna con le stallatiti bianche a cui forse si ispira Stanley Kubrick per il Korova Milk Bar di “Arancia Meccanica” (1971). Sempre a Montreal Dallegret, insieme a Joseph Baker, nel 1967, anno dell’Expo universale, progetta Palais Métro che doveva essere realizzato in corrispondenza dell’importante stazione della metro Palais du Commerce. Pensato come una megastruttura in sintonia con la ricerca architettonica del tempo (basta vedere le megastrutture dei Metabolisti giapponesi), con colori fluorescenti, grafiche pop e piattaforme per concerti e performance, non venne mai realizzato. Nello stesso anno a New York apre l’Electric Circus di Jerry Brandt, dove si alternano il murale psichedelico di Louis Delsarte e le proiezioni di Anthony Martin sulla tensostruttura progettata da Charles Forberg, che diventa luogo di incontro della controcultura e del mondo di Andy Warhol.

Non tutte le disco vengono realizzate, come per il Cyclia ideata da Jim Henson, l’inventore dei Muppets, che si ispira alle cupole geodetiche di Bucky Fuller immaginando «un teatro puro in una nuova forma rivoluzionaria: un perfetto ambiente di movimento, immagini e suono». Il progetto di Henson evidenzia l’aspetto più significativo della discoteca, ovvero il coinvolgimento sensoriale, lo spaesamento dello spettatore che si fa performer nello spazio, dove la luce definisce i movimenti dei corpi che fluttuano al ritmo della musica.

Il designer Kostantin Grcic allestisce sapientemente la mostra e concepisce, fin dall’entrata, il rapporto tra spettatore e musica con la Smart mobile disco attrezzata con piattaforma aerea dove la dj mette musica anni settanta, mentre nell’interno del museo ricrea l’atmosfera buia della disco. Qui sono presentati disegni originali, schizzi, manifesti, fotografie e film in 16mm delle performance. Grcic insieme al lighting designer Mathias Singer realizza una installazione luminosa psichedelica in cui, attraverso le cuffie, si ascoltano le varie fasi musicali pre-disco, disco, house e tecno, mentre alle pareti sono appese le cover dei dischi: dai Temptations agli Scic, da Giorgio Moroder a Grace Jones, dai Daftpunk ai Kraftwerk e Jeff Mills. Contemporaneamente viene mostrata la tecnologia di luci e suoni nelle diverse evoluzioni tecnologiche. D’altronde la luce è un elemento importantissimo nella discoteca, in relazione al ritmo della musica, ma soprattutto perché suggestiona e coinvolge il pubblico nel movimento dei corpi. Movimento che ricorda la performance Paradise now del Living Theatre che inaugura a Firenze, nel 1969, lo Space Electronic.

Lo spazio della discoteca diventa luogo di azioni di artisti come la famosa mostra sull’arte povera nel Piper che Pietro Derossi progetta e dirige a Torino fin dal 1966. La contaminazione tra musica e discoteca è evidente nel Schwabylon Yellow Submarine a Monaco nel 1971, che riprende il titolo del famoso album e film dei Beatles, assumendo la forma di un sottomarino con all’interno le vasche con squali e altri pesci, immergendo gli spettatori in una dimensione di vita subacquea. Però è ancora New York il luogo dove la sperimentazione della discoteca è più attiva: dopo l’Electric Circus, si aprono lo Studio 54 nel 1977 e Area nel 1983. Quest’ultima rappresenta un episodio interessante. Ogni sei settimane cambia il suo allestimento e la discoteca diventa set per le installazioni e la performing art, uno spazio alternativo alla galleria dove gli artisti realizzano sia gli inviti per i party sia l’esposizione delle proprie opere, come accade con Keith Haring e Jean Michel Basquiat.

E oggi? La discoteca tradizionale è in crisi, stilisti ed artisti realizzano discoteche temporanee come il Prada Double Club a Miami nel 2017 di Carsten Holler, testimonianza di un’avanguardia che si fa mercato dell’arte.

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