Santa Sede a Venezia. Dal Co con Ravasi: la Biennale dei due cardinali

by • 26 marzo 2018 • Biennale di Venezia, Mosaico3786

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Dopo le partecipazioni alla Biennale Arte del 2013 e del 2015, la Santa Sede sarà presente per la prima volta alla Biennale d’Architettura con “Vatican Chapels”, un “Padiglione diffuso” sull’Isola di San Giorgio. Alcune riflessioni in seguito alla conferenza stampa del 20 marzo

 

Come è inevitabile sia già echeggiato in una moltitudine di testate, la prossima Biennale d’Architettura sarà celebrata come la prima a vedere la partecipazione della Santa Sede, con un Padiglione diffuso nel bosco dell’Isola di San Giorgio costituito da dieci cappelle isolate, affidate dal curatore Francesco Dal Co a dieci progettisti di fama affermata o crescente, in una buona miscela di generazioni e generi, con un padiglione d’ingresso dedicato alla Skogskapellet (la Cappella nel Bosco a Stoccolma) di Gunnar Asplund (1920) e affidato a MAP studio (Francesco Magnani e Traudy Pelzel).

Se la partecipazione della Chiesa Cattolica alla kermesse veneziana colma l’assenza della più importante committente d’architettura degli ultimi XVIII secoli ed è un successo che anche il cardinale Gianfranco Ravasi (presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e Commissario del Padiglione, ndr.), ha ascritto coram populo al presidente della Biennale Paolo Baratta, il modo con cui tale presenza si annuncia merita qualche riflessione.

Anzitutto il tema che il curatore ha assegnato agli architetti invitati appare scivoloso. Nell’orbe cattolico quello delle cappelle è un tema architettonico sempre corrispondente ad una committenza specifica nella Chiesa universale. Dalle cappelle vescovili della Tetrapoli siriana (V sec), a quelle palatine di VIII e XII secolo; dalle cappelle gentilizie a quelle della pietà o della devozione popolare, l’affinarsi di un tipo architettonico ha sempre corrisposto ad una committenza individuabile. Al di fuori di questo ancoraggio, elitario o popolare che sia, cappella resta il titolo di spazi generalmente rappresentativi dell’universale tensione metafisica dell’uomo, come mostra un catalogo che si è fatto ampio, e che il nostro Giornale ha già accennato nell’inchiesta sulle chiese contemporanee: dalla cappella di Eero Saarinen al MIT del ’55, una moltitudine di “cappelle del silenzio”, ecumeniche o nondenominational si possono intercettare tanto negli ospedali e nei luoghi di cura come momenti di estraneazione e catarsi, quanto negli spazi sospesi e d’attesa (aeroporti, stazioni) che qualcuno può ergere a metafora dell’esistenza.

Una certa ambiguità del luogo era già nella tradizione ecclesiale. Da quando il termine Capilla compare, esso non designa uno spazio assegnato ad una liturgia specifica, come gradualmente accade per le chiese. Piuttosto il termine individua un luogo di modeste dimensioni, propedeutico alla preghiera, semmai favorita dalla presenza di oggetti transizionali, quali le reliquie o, appunto, la celebre (mezza) Cappa di Martino il cui prestigio fu tale da forzare lo scambio metonimico tra contenente e contenuto e trasformare l’oratorio dei Merovingi che la conteneva nella prima Capilla che la storia ricordi.

Le cappelle si situano così al minimo comune denominatore della fede e se questo era, un tempo e in Europa, un cristianesimo dagli argini ampi, capace di assorbire le spinte della superstizione e dello strisciante politeismo popolare, oggi, nella società globale, esso è un bacino vasto di correnti divergenti, speranze e fedi private, razionalizzate o emozionali, prevalentemente de-istituzionalizzate. Ora, che proprio a queste il Vaticano debba preoccuparsi di offrire una casa, è un fatto che può apparire paradossale ma che, in qualche modo, può esser letto in coerenza con il mandato conciliare (Gaudium et Spes, 1) con l’attuale magistero Papale (centrato sul tema delle periferie anche come condizione esistenziale) e, non ultimo, con il “Cortile dei Gentili”, l’iniziativa che il cardinale Ravasi ha fondato come piattaforma istituzionale per favorire il dialogo tra credenti e non credenti.

Consegnare oggi il tema di una cappella, senza ulteriori specificazioni, significa dunque richiedere un’interpretazione spaziale del complesso e controverso orizzonte spirituale dell’umanità contemporanea, ossia di una generale aspirazione al cielo che non sempre intercetta, come provocazione o possibile risposta, il movimento opposto di un Dio che si fa carne. Così la croce è un segno che qualche progettista considera, qualcun altro no, ha dichiarato Francesco Dal Co, al pari della mensa e del libro, soli oggetti cautamente suggeriti dalla committenza.

Per il resto i progettisti sono stati lasciati soli davanti all’enormità della commessa, in balìa del proprio genio nel più romantico degli stereotipi, a fronteggiare una comunità dilatata al mondo, e senza un’iniziazione agli oggetti semiofori pur raccomandati. Una solitudine riflessa anche dal bosco che si offre come contesto, area selvatica alle spalle del Monastero di San Giorgio Maggiore, dove le Cappelle si confronteranno per lungo tempo (oltre i limiti di questa Biennale, ha già pronosticato Dal Co) solo con l’orizzontalità della laguna. Soccorre sempre, in queste circostanze, l’alfabeto dei segni archetipi, rinverditi dal performativismo dei nuovi materiali sottili e leggeri a celebrare, più che l’architettura del sacro, la sacralità dell’architettura, ossia quel potere che essa ha di definire, determinare e misurare lo spazio per conquistarlo all’uomo, come già insegnava Genesi (28,10).

Pur nell’alveo di una Chiesa che vuole rinsaldare i legami con il mondo della creatività e dell’arte, sulla scia di Paolo VI, bisogna prendere atto che, rispetto al cammino auspicato da quest’ultimo e sul quale gli Uffici per i Beni Culturali e l’Edilizia di Culto della CEI si sono da tempo incamminati, la presente iniziativa si muove controcorrente: non son insomma i contenuti e i segni della tradizione della Chiesa ad esser sottoposti all’attività poietica degli artisti per ottenerne nuove interpretazioni spaziali, bensì è dalla libera attività poietica degli artisti che si attendono nuove intuizioni per vestire la fede della Chiesa.

È però possibile che anche quella appena menzionata sia solo una nostra sovrainterpretazione, perché emblema e indirizzo dell’intera esposizione sarà la Cappella nel bosco di Gunnar Asplund: spazio che, protestante e (soprattutto) funerario, scombina nuovamente le carte e apre un nuovo meato nella coerenza e nell’organicità di questo programma. In ultima analisi, la sola sacralità che il padiglione certamente celebra è quella intrinseca all’Architettura e la Rivelazione annunciata è quella con cui quest’arte svela, significa e misura lo spazio per l’uomo.

 

LEGGI L’ARTICOLO IN INGLESE

 

I progettisti di Vatican Chapels:

Andrew Berman (New York 1969), Francesco Cellini (Roma 1944), Javier Corvalan Espinola (Asuncion, Paraguay, 1962), Eva Prats e Ricardo Flores (Barcellona), Norman Foster (Gran Bretagna 1935), Teronobu Fujimori (Nagano, Giappone 1946), Sean Godsell (Melbourne 1960), Carla Juaçaba (Rio de Janeiro 1976), Smiljan Radic Clarke (Santiago del Cile 1965), Eduardo Souto de Moura (Porto 1952), MAP studio (Venezia 2004, Francesco Magnani e Traudy Pelzel)

Immagine di copertina: Gunnar Asplund, la Cappella nel bosco, Stoccolma, 1920


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