Milano alla grande scala

by • 9 marzo 2018 • Città e Territorio, Mosaico3875

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Prima puntata dell’inchiesta su una città policentrica, in continuo rinnovamento. Milano oggi è fatta di progetti a macro scala che seguono le orme di Expo 2015 e il passaggio fisiologico da città dell’industria a città della cultura 

 

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Elaborazione a cura di Arianna Panarella

Un racconto in 5 puntate per indagare come Milano è cambiata, se sia tornata ad essere la città di riferimento in Italia e se sia vero che, dopo lo sviluppo del dopoguerra nel quale tutta la nazione guardava alla città come al luogo dove trasferirsi per trovare lavoro ricchezza e benessere, sia effettivamente tornata ad essere punto di riferimento questa volta a livello internazionale. Analizzeremo alcuni importanti temi: i progetti alla grande scala (nella mappa accanto, il riferimento, nelle proporzioni dimensionali, ai casi citati in questa puntata), gli spazi per l’abitare, quelli per la cultura, gli spazi pubblici e quelli del lavoro.

Arianna Panarella – curatrice dell’inchiesta

Intorno ad Expo 2015: il policentrismo al tempo del PGT

Chi si reca a Milano per lavoro, studio o svago, trova una città completamente rinnovata che, se a tratti può anche essere irriconoscibile, mantiene però tutte quelle caratteristiche che l’hanno resa unica nel panorama italiano. Un rinnovamento nella continuità che ha investito la città, ma soprattutto il modo di vivere dei milanesi che, a loro volta, si sono rinnovati per composizione, qualità e provenienza. Come è stato possibile?

Ad oggi è facile vedere nell’Expo 2015 il segno di questo cambiamento, la svolta, lo scollinamento di quel processo che oggi appare evidente, ma che in verità è frutto di un percorso che parte da lontano. Anche se gli strumenti urbanistici oggi vigenti sono efficienti – un PGT già più volte revisionato che si inserisce in una legge regionale aggiornata – il rinnovamento si è prodotto in vero sull’impianto del buon vecchio PRG del 1953, il Piano Regolatore Generale della Ricostruzione che, portato alle sue estreme conseguenze tramite varianti, piani integrati di intervento e determinazione delle vecchie aree B2 del PRG del 1980 un tempo lasciate a se stesse per mancanza di idee, è riuscito a seguire la città nel drammatico passaggio da entità urbana industriale a città di servizi, formazione ed eccellenza nel campo della creatività e, dal 2015, anche città di qualità della vita e della cultura materiale. Dunque la sostituzione per parti, di questo processo stiamo parlando, ha funzionato nei fatti a dispetto delle giuste preoccupazioni degli urbanisti che cercavano un piano, obbligatoriamente sovracomunale, da tanti decenni. Il progetto, ancor più del piano, ha permesso di seguire la sostituzione dei sedimi industriali, capostipite Bicocca, con nuovi capisaldi della città policentrica, ma che conserva il proprio nucleo centrale geometrico, che oggi stiamo vivendo. Allora oggi guardiamo a Garibaldi Repubblica come al nuovo centro di Milano: il processo è ancora in corso e, a dispetto della qualità architettonica dei singoli pezzi, va avanti sicuro associando alle opere delle star, Pelli, De Lucchi, Pei fra gli altri, gli ultimi arrivi di Cucinella (per la committenza di Coima), nell’intorno ancora Pelli con il futuro Gioia 22 e in Via Pirelli i Giardini di Inverno, tutti interventi immobiliari; mentre il parco a forma di biblioteca degli alberi finalmente sta sorgendo all’ombra del pluridecorato Bosco Verticale di Boeri. City Life, anche se in gran ritardo sulla tabella di marcia un tempo stabilita, ha dato il via all’ultimo dei grattacieli della triade, quello di Libeskind ora ribattezzato PwC – società di cui ospiterà gli uffici, del resto il cliente ha sempre ragione – e, se il pezzo di città che si è sostituito alla Fiera campionaria ha i suoi problemi con un centro commerciale di Zaha Hadid che galleggia nel vuoto, un rapporto con l’intorno che semplicemente non esiste e l’occasione mancata e tristemente irrisolta delle due preesistenze ex Palazzo dello sport di Piazza VI febbraio e Vigorelli, il parco è diventato uno spazio pubblico piacevole e frequentato che fa del suo isolamento un punto di forza, offrendo un’esperienza straniante in un luogo che sembra lontanissimo dalla città, ma che in verità vi è immerso riuscendo anche, in parte, a fare sistema con Portello e Monte Stella, segnando un asse occidentale verso il quale Milano si è definitivamente spostata ormai da tempo. Sono pezzi di città che ripropongono al millimetro il sedime dei vecchi insediamenti, come Bicocca, ma a differenza di Bicocca – che a trent’anni dalla partenza del grande processo di riconversione non ha ancora, di fatto, completato il quadro con i lotti a nord ancora in cantiere – riuscendo in vario modo e con vari risultati ad offrire al pubblico un nuovo piano terra cittadino godibile ed inserito in un panorama urbano sicuramente nuovo. Il processo va avanti, sempre uguale. Archiviato Expo 2015, l’area di più di un milione di metri quadrati, in definitiva di risulta fra le grandi infrastrutture, con il masterplan di Ratti Associati affronta il processo di riconversione in Parco della Scienza, del sapere e dell’innovazione con in pancia Human Technopole, nuova sede dell’Università Statale, Ospedale Galeazzi etc etc, anche in questo caso semplicemente sostituendo i pezzi, le pedine sulla scacchiera, ma rimanendo rigorosamente nel suo perimetro. A scala ancora più grande la nuova Città della Salute sulle aree ex Falck a Sesto San Giovanni, i confini amministrativi della città già superati, affronta una no land orfana dell’accaieria con il masterplan di Renzo Piano che dà il via alla produzione da parte di Davide Bizzi dei primi episodi architettonici, non molto brillanti a quanto è dato vedere.

Gli spazi per la formazione universitaria

Se l’industria pesante è stata sostituita da quella leggera e trendy della Moda e del Design, che però non ha prodotto interventi in città se non alla scala dell’edificio e comunque mai in chiave produttiva, la vera nuova “industria” di Milano, la formazione universitaria, si muove con effetti macroscopici. Anche in questo caso con strategia sostitutiva per parti. La Statale si sposta in Area Expo con un con un piano in definizione (dopo aver superato quello di Kengo Kuma) liberando edifici a Città Studi dove il Politecnico, con il masterplan dell’alumnus Renzo Piano, configura nuovi equilibri e spera in un progetto complessivo che interessi tutta l’area. Sempre il Politecnico, sulla scorta di una call fra docenti e di un accordo con il Comune, riprende in mano la partita di Bovisa, comparto che ha faticato molto più di altri – nonostante i molti piani succedutisi nei decenni fra i quali quello di Rem Koolhaas e l’impegno di Euromilano (che ora si concentra su Cascina Merlata in fregio all’area Expo con Uptown) segnato dall’avamposto di Triennale Bovisa nei primi anni Duemila – ad innescare il cambiamento, tanto che appare ancora disabitato e provvisorio pur se frequentato da migliaia di studenti ogni giorno. Cattolica mira alla Caserma Garibaldi ormai accerchiando la Basilica di Sant’Ambrogio; Brera ha le mani sulla caserma di via Monti/Mascheroni e la sostituzione degli eserciti con le stellette con quelli di studenti col notebook è cosa fatta. Bocconi, non paga dello sviluppo continuo degli ultimi decenni – una sorta di storia dell’architettura accompagna la vicenda edilizia dell’ateneo privato – si estende a sud sull’ex Centrale del Latte con il progetto di SANAA e ancora più in là, arrivando così a confrontarsi con quell’area a valle dello scalo di Porta Romana che, grazie all’insediamento della Fondazione Prada e alla riconversione delle aree di Beni Stabili, coagula un nuovo centro creativo/artistico/scientifico/terziario a mezzogiorno che si apre al Parco Sud collegando, di fatto, il centro città con la campagna. IULM non si ferma nello sviluppo e Humanitas punta alla costruzione di un campus nel quale formazione e sanità si saldino, come del resto avviene nel profondo rinnovamento del centralissimo Policlinico. È un assalto in ordine sparso di più di ducentomila persone fra studenti e addetti; assalto che forse meriterebbe se non un piano, almeno un coordinamento.

Gli scali e il centro

Sempre sostituzione per pezzi, ben definiti e delineati, alla quale non si sottrae neanche l’operazione sugli scali, pezzo di ricambio urbano monstre, una sorta di intestino della città, che vedrà, finalmente, la nascita di un’infrastruttura circle line che probabilmente solcherà un fiume verde fatto di progetti, anche in questo caso di autore, conditio sine qua non di tutte queste operazioni. Last but not least la grande scala interessa anche il centro più storico, il nucleo di antica formazione per rimanere nel linguaggio da PGT, individuando grandi aree di rinnovamento ancor più interstiziale, alla scala dell’edificio moltiplicata sino al comparto, come è il caso di piazza Cordusio, vecchio cuore della Milano finanziaria oramai emigrata nella “nuova architettura” della città per lasciare quella storica a nuovi usi. Od ancora il rinnovato interesse per il bacino del Parco Sempione  – anche lui sublime esempio di sostituzione passando da glacis e campo di manovra per le truppe a sito dell’Esposizione Universale del 1906 e poi a Giardino urbano ed ora a Parco delle Culture – rilanciato dalla nuova presidenza della Triennale nella persona di Stefano Boeri. Ed infine Brera che, grazie a Palazzo Citterio rinato ormai fuori tempo massimo, rischia indubbiamente di diventare Grande.

È una Milano nuova fatta di turisti, studenti, creativi e manager che ha sostituito quella grigia e nebbiosa di operai, impiegati, industriali ed è riuscita senza un piano, ma con una volontà pragmatica che ha seguito il corso della storia, a diventare policentrica pur mantenendo la sua struttura a nucleo centrale e raggi. Dopo aver accolto l’emigrazione interna nel dopoguerra e la migrazione di necessità esterna nel nuovo millennio, è questa una Milano meta di trasferimento per decine di migliaia di nuovi cittadini qualificati e provenienti da tutto il mondo, stando alle stime, nei prossimi anni. È sempre una Milano del fare che, più che pianificare, fa ed agisce al bisogno, ma con strategia elaborata più dagli operatori che dalla politica e dall’amministrazione.

Buzzati, Gadda e Scerbanenco faticherebbero oggi a ritrovare sulle ripe e le alzaie dei Navigli (forse ritornano com’erano e dov’erano anche loro!) i luoghi e l’atmosfera dove collocare le loro storie, ma sicuramente ne scriverebbero delle altre, non meno belle ed affascinanti.


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