Ritratti di città. Milano multistrato

by • 8 marzo 2018 • Città e Territorio, Mosaico2488

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Introduzione all’inchiesta, a cura di Arianna Panarella, su una città policentrica e in continuo rinnovamento. Analizzeremo i progetti alla grande scala, gli spazi dell’abitare, quelli per la cultura, gli spazi pubblici e quelli del lavoro

 

Un racconto in 5 puntate per indagare se e come Milano è cambiata, se sia tornata ad essere la città di riferimento in Italia e se sia vero che, dopo lo sviluppo del dopoguerra nel quale tutta la nazione guardava alla città come al luogo dove trasferirsi per trovare lavoro ricchezza e benessere, sia effettivamente tornata ad essere punto di riferimento questa volta a livello internazionale. Analizzeremo alcuni importanti temi: i progetti alla grande scala, gli spazi per l’abitare, quelli per la cultura, gli spazi pubblici e quelli del lavoro. 

Arianna Panarella – curatrice dell’inchiesta

 

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Le città, oltre che progettarle, bisogna amarle, vivendo i tempi e gli spazi come se fossero casa nostra, pur con quella necessaria distanza che è doveroso mettere, sempre, tra noi e il mondo.

Identità e differenze: Milano mostra il meglio proprio per l’insieme delle differenze che fanno la sua unità. Come scriveva Cesare Pavese in La luna e i falò: «un paese vuol dire non essere soli». Milano possiede i tratti fondamentali di una città che non ci fa mai rimanere soli, conservando due elementi che la fanno diversa da tutte le altre città europee: in primo luogo, quello che Marco Romano definisce «uno stile accentrante» ovvero la forma concentrica, già evidenziata nel 1330 da Galvano Fiamma; in secondo luogo una serie di spazi e luoghi, all’interno del suo grande perimetro metropolitano, dove nel tempo, ma soprattutto in questi ultimi anni, si sono formati tanti insediamenti locali, senza però perdere di vista la tensione verso il centro. Centripeta e centrifuga contemporaneamente. In un quarto d’ora vai dalla circonvallazione esterna, un vero balcone sul mondo soprattutto se si viaggia sulla 91 e 92 dove le lingue, i rumori, i colori ti parlano di una città sempre più aperta ai nuovi flussi, fino a Porta Venezia, attraversando corso Buones Aires, un’arteria commerciale stile sudamericano e in 10 minuti, attraversando i Giardini di via Palestro, approdi in piazza del Duomo, da cui è possibile ripartire verso direzione sud, percorrendo un’altra straordinaria arteria, via Torino, popolare e internazionale insieme, una sorta di grande centrifuga dei nuovi linguaggi del corpo. Intorno, comunque, le presenze rassicuranti di edifici storici, di giardini nascosti, di chiese con straordinari capolavori nascosti, di piccoli e grandi musei, per tutti i gusti, senza quella  particolare dittatura della cultura che alcune città europe impongono ai propri abitanti e visitatori.

Il giro della città in 15 minuti

La democrazia dell’ascolto, a Milano, è da sempre praticata, pur all’interno di tutte quelle sollecitazioni, ma direi anche accelerazioni, necessarie, che vengono dai mercati internazionali, dagli investitori, in sostanza dal fatto che questa città è l’unica in Italia dove, come scrive Gillo Dorfles nel suo ultimo libro Paesaggi e personaggi, vale la pena di  vivere perché «i valori, le relazioni, le attività e le sue contraddizioni, e quindi di conseguenza la sua architettura, il suo essere grande e piccola insieme, la rendono un luogo, almeno per me, insostituibile».

È interessante prendere il punto di vista di Gillo e, partendo dalla sua abitazione, Piazza Lavater, un piccolo spiazzo di sapore parigino, a centro metri da Porta Venezia, aristocratico e popolare insieme, pensare a Milano come un luogo dove è difficile perdersi, perché tutto è riconducibile a una serie di regole d’orientamento, come un grande libro che ti fa arrivare fino in fondo se segui lo scorrere dei capitoli, pur soffermando l’attenzione su alcuni tratti della narrazione, senzo però mai perdere il concetto generale sul quale è fondata l’opera.

Se una città deve possedere una qualità fondamentale, questa non può essere altro che la possibilità di percorrere il raggio dal centro, per Milano piazza del Duomo, verso la prima circonvallazione, ovvero quella dei Navigli, nell’arco di circa 15/20 minuti e, di nuovo verso la seconda circonvallazione esterna, in un tempo di percorrenza simile, nelle quattro direzioni nord, est, sud, ovest, in modo tale che tutto tenga, pur nell’autonomia dei singoli quartieri, nella capacità di parlare linguaggi diversi all’interno di una stessa unità di riferimento, sapendo comunque dell’esistenza di alcuni codici comuni che ci consentono di non perdere mai di vista l’orientamento.

 

Una città “illuministica”

Milano, per tutte queste ragioni, è sempre riconducibile alla sua storia, perché i segni delle diverse stratificazioni sono evidenti e, nello stesso tempo, la sua attuale dimensione urbanistica, dinamica e flessibile, governata da un pensiero, non solo degli specialisti, ma direi da un modello culturale di derivazione illuministica che viene da un sapere politecnico e filosofico insieme e che è in grado di dialogare con il futuro, senza perdere di vista i suoi fondamentali.

Non dimentichiamo che nel secondo dopoguerra, accanto alla nascita e allo sviluppo della scuola milanese di Architettura del Politecnico, è sempre esistita un’apertura e un dialogo quotidiano tra i progettisti e l’altro polo della cultura universitaria, la facoltà di Lettere e Filosofia, ospitata in quello spazio, unico al mondo, disegnato dal Filarete dove, filosofi e intellettuali come Enzo Paci, Gillo Dorfles, Remo Cantoni, Lucio Gambi, Ludovico Geymonat, Cesare Musatti, per citarne solo alcuni (tra l’altro ho avuto la fortuna di frequentarli e di laurearmi in teoretica con Paci e Dorfles), disegnavano e praticavano un pensiero che usciva dall’accademia per entrare nella vita quotidiana, nella stessa cultura di governo, attraverso un concetto di eclettismo disciplinare che, per esempio, consentiva a noi, giovani studenti alla fine degli anni ’60, d’incontrare, in occasione di seminari aperti, architetti, urbanisti, artisti, designer, italiani e stranieri, all’interno di una visione dialettica tra le parole e le cose, tra il particolare e l’universale: in sostanza tra il pensiero e la città. Così siamo cresciuti e per questa ragione ci sentiamo orgogliosi di vivere e lavorare in una città “illuministica”.

Come scrive Aldo Rossi, a proposito dell’architettura dell’Illuminismo facendo riferimento a Carlo Cattaneo, «la città è l’unico principio per cui possano i trenta secoli delle storie italiane ridursi ad esposizione evidente e continua. Il Piano degli artisti di Parigi e quello di Milano sono illuministi in senso progressivo dove il significato dell’architettura viene ricavato dal concreto della città. La città e l’architettura diventano una scienza; anche i mutamenti e le alterazioni sono fatti urbani precisi dove è evidente la ragione delle trasformazioni».

Ecco, Milano e le sue recenti trasformazioni: senza entrare nella cronaca, basti pensare proprio in questi giorni, in occasione dell’elezione del nuovo presidente della Triennale, Stefano Boeri, alla ripresa intelligente dell’idea di un Parco delle Culture dove si affacciano Piccolo Teatro, Castello Sforzesco, Arena e, al centro come istituzione trainante, la Triennale che, comunque, ha le sue radici a Monza, radici tutt’ora presenti con alcune attività espositive nella Villa Reale. È il pensiero che progetta e dà un senso all’esistente e, soprattuttto, guida le nuove trasformazioni che, progressivamente, stanno entrando nella mappa, non solo fisica, ma mentale, della nuova Milano. E noi, ma in modo particolare i futuri abitanti, trasformeremo il nuovo come parte di una storia in movimento.


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