Guido Montanari: Torino può ancora essere un laboratorio

by • 6 marzo 2018 • Città e Territorio, Interviste, Mosaico2492

Share
L’assessore all’Urbanistica e vicesindaco di Torino parla delle sue priorità per la città, tra la revisione partecipata del Piano Regolatore, i piani per le periferie, l’idea di spazio pubblico e il ruolo dei privati

 

Prosegue il ciclo di incontri con gli assessori all’Urbanistica delle principali città italiane. Dopo un’esperienza come assessore all’Edilizia privata, urbanistica, difesa dei beni comuni, paesaggio, agricoltura e arredo urbano del Comune di Rivalta di Torino, Guido Montanari è assessore all’Urbanistica e vicesindaco della giunta pentastellata di Torino eletta a giugno 2016. È professore associato di Storia dell’Architettura contemporanea al Politecnico di Torino.

 

Professore di storia dell’architettura contemporanea, lei è assessore all’Urbanistica e vicesindaco della prima giunta 5 stelle di Torino, dopo un ventennio di dominio del centro-sinistra. Torino da città industriale, anche per la crisi del settore automobilistico, si è dovuta adattare ripensando un nuovo modello di sviluppo della città. In questa fase quali sono le sue priorità?

La priorità che ci siamo dati è la revisione del piano regolatore. Noi riteniamo che sia ancora uno strumento utile per coordinare le politiche di trasformazione della città, ma va reso più flessibile, trasparente e leggero, proprio perché abbiamo un programma di mandato che mette al centro la città e il territorio. Allo stesso tempo non è la bacchetta magica per la risoluzione di tutti i problemi, perché la trasformazione urbana non può basarsi su un piano perfetto e razionale come lo vorremmo noi. Fare una revisione, utilizzando gli uffici interni, consente di allargare il dibattito alle associazioni, ai cittadini, agli ordini professionali, tra cui quello degli agronomi, che finora non erano mai stati coinvolti. Noi abbiamo iniziato la revisione a partire da sette temi principali, attorno ai quali organizzeremo tavoli di lavoro con i cittadini. Vorremmo prendere delle decisioni in dialogo con la città.

 

Quali sono i sette temi?

Il primo è l’ambiente come risorsa, quindi il verde, i fiumi, l’agricoltura urbana, il sistema dei parchi; il secondo riguarda la valorizzazione della qualità urbana della città storica e del paesaggio; poi ci sono i temi dei servizi, della mobilità, dei giovani declinato sotto l’aspetto della formazione (a Torino ci sono 100.000 studenti universitari); lo sviluppo economico, il mantenimento delle aree produttive e la valorizzazione dei mercati; la semplificazione delle regole (poche norme ma chiare). Vorremmo infine pensare la città andando oltre i suoi confini topografici e amministrativi e dare attenzione agli abitanti che, pur non vivendoci, usufruiscono della città e dei suoi servizi. Questo tema implica un rapporto più stretto con le amministrazioni confinanti e apre a una visione del futuro di Torino come laboratorio della sostenibilità.

 

Quali sono gli strumenti per raggiungere questi obiettivi?

L’ho già detto, è la revisione del PRG, ma anche una gestione delle trasformazioni più efficiente e rapida. Le norme presenti nella legge 106/2011 travalicano le indicazioni del PRG, consentendo, bypassando le regole, di ampliare la cubatura a chi riqualifica parti di città. Questo è contradditorio con quanto detto prima, ma il PRG cosi com’è è molto rigido. Se si vuole fare una variante, i tempi sono di almeno un anno, chi oggi vuole risanare un’area, che porta benefici alla città, con queste regole ha tempi lunghi. Diversamente, con la legge 106 i processi sono più rapidi. Tuttavia abbiamo dato molta importanza al termine “riqualificazione”: è vero che si può fare di più, ma nelle autorizzazioni concesse abbiamo permesso meno cubatura del previsto e abbiamo fatto ricadere sulla città verde, pavimentazioni permeabili, alberi, piste ciclabili… In questo modo abbiamo autorizzato cinque medie strutture di vendita.

 

Il PRG impostato da Vittorio Gregotti e Augusto Cagnardi è nato su previsioni completamente diverse da oggi. Non era più semplice farne uno nuovo? Che cosa resta del vecchio?

Un nuovo piano significa dieci anni di lavoro e l’impegno di ingenti risorse che noi non abbiamo, siamo in pre-dissesto finanziario. La revisione del PRG è in corso con la collaborazione di Ires, Politecnico, Università, Città metropolitana, associazioni ambientaliste e professionali. Oltretutto mi chiedo se sia il tempo di fare nuovi piani: con una normativa vecchia, sono davvero strumenti di innovazione? Io vorrei lavorare per togliere norme e non aggiungerle.

 

In tutto questo, quale ruolo ha il privato? Le città si sono sempre sviluppate in modo simbiotico con il privato generando quantità piuttosto che qualità. Qual è la sua posizione?

Il privato è attore della trasformazione, però il pubblico deve garantire i paletti delle norme, i servizi, la redistribuzione del reddito e delle opportunità sul territorio. Sono contrario alle politiche seguite negli ultimi anni che, stanti le poche risorse, hanno chiamato i privati in sostituzione all’impegno pubblico. Un tema di questi giorni è, ad esempio, il Parco Michelotti: non abbiamo i soldi per gestirlo, allora ci facciamo lo zoo gestito da privati che ci faranno pagare il biglietto per vederlo. Io sono contento che questo progetto sia fallito e che ora, con il contributo dei cittadini, lo si metta in sicurezza, si tagli l’erba e lo si apra a tutti. Lo spazio pubblico deve essere lo spazio della possibilità, progettato il meno possibile. I miei uffici hanno l’indicazione di fare una progettazione minima che tenga in considerazione una gestione e una manutenzione semplici ed economiche. Noi non progettiamo più fontane inutili e giochi pericolosi perché i bambini possano ritornare a giocare a pallamano, ruba fazzoletto, possano giocare con la sabbia e con il verde… Dobbiamo ritornare a un uso sociale dello spazio pubblico.

 

Quello che lei dice può andare bene se anche il resto della società va nella stessa direzione a partire dal sistema scuola, altrimenti nel caso dello spazio pubblico si ha solo l’anarchia…

Dobbiamo abituare il cittadino a vivere lo spazio pubblico solo con i dehors e i mercatini, oppure come spazio delle possibilità dove c’è anche il vuoto?

 

Forse occorre una mediazione tra le due posizioni. Sovente citiamo gli spazi pubblici spagnoli, realizzati con poche risorse, qualche segno grafico ed elementi riciclati, ma dovremmo chiederci se non ci sia un’incapacità dei progettisti e degli amministratori ad accogliere certi approcci al progetto. Altrimenti avviene quello che lei ha descritto.

Penso che lo spazio pubblico delle riviste di architettura sia troppo progettato. Lei ha citato la Spagna: ma ci sono spazi dove non ti puoi muovere perché hai uno scivolo o sbatti contro qualcosa… Io sono dechirichiano, apprezzo la piazza libera e inquietante con la proiezione lunga dei portici.

 

Ma non dovrebbe essere il pubblico che regola, attraverso la pianificazione, la funzione di uno spazio per i cittadini?

Certo. Lo spazio pubblico, essendo sottratto al profitto, deve garantire più funzioni ed è ovvio che generi conflitto.

 

Torino, come altre città metropolitane, ha partecipato al bando Periferie del governo con il progetto AxTo, progettando 44 iniziative suddivise in 5 settori: spazio pubblico, casa, lavoro e commercio, scuola e cultura, comunità e partecipazione. Può entrare nello specifico e raccontarci il cronoprogramma che avete immaginato?

Intanto l’individuazione delle aree si è basata sulle statistiche Istat privilegiando le aree con parametri oggettivi: scolarità, disoccupazione, reddito. Noi, insediati appena a luglio, abbiamo avuto un mese di tempo per partecipare al bando, così abbiamo lavorato su progetti esistenti e abbiamo inserito quelli necessari e già programmati come la manutenzione delle scuole, il riuso degli edifici, la promozione di startup. Attualmente abbiamo presentato i progetti ai cittadini, raccolto le suggestioni e stiamo partendo.

 

Per quanto riguarda i quartieri periferici torinesi privi di servizi, ci sono progettualità in atto?

Abbiamo vinto il bando Co-city di 4 milioni che prevede il riuso di edifici pubblici con la collaborazione di associazioni di cittadini. Abbiamo poche risorse da investire, ma la riqualificazione delle periferie è l’obiettivo principale della nostra attività di governo. C’è un progetto alla Falchera di nuovo insediamento che integra e modifica il quartiere con la risistemazione della piazza centrale. Alle Vallette abbiamo messo un supermercato in una zona sprovvista. Spero che vada a buon fine a Barriera di Milano la riqualificazione della ex OGM, il “Lingottino”, in cui sono previsti uno studentato, social housing in edifici nuovi, spazi per la circoscrizione, un centro di logistica, una piazza verde e alcuni negozi di vicinato, mentre originariamente era previsto solo un grande centro commerciale.

 

Il tema del recupero è legato sia agli spazi industriali che a quelli militari fino all’ex Villaggio Olimpico. Torino si trova davanti a una serie di problematiche per cui servono idee e progetti per rimettere in moto edifici che sovente sono abbandonati.

Sulle caserme, abbiamo venduto la De Sonnaz a un’impresa di comunicazione. Cassa depositi e prestiti sta finanziando il progetto della Caserma di via Asti elaborato da Carlo Ratti Associati. Lì siamo intervenuti perché era prevista tutta la piazza interna a parcheggio, che invece è stato ridotto della metà e una parte sarà destinata a verde. Saranno abbattuti gli edifici fatiscenti verso monte e restituita alla città l’ala storica destinata alla memoria della Resistenza. Sempre con Cdp stiamo lavorando sulla Cavallerizza, di cui una parte diventerà ostello e poi troveremo forme di gestione aperta ai cittadini con gli occupanti. Abbiamo stipulato un accordo di programma con il Ministero della Difesa, il MIBACT e il Politecnico per studiare il migliore utilizzo delle aree militari dismesse. La caserma di piazza Rivoli diventerà una Cittadella dello Stato con le sedi di Corte dei conti e Agenzia delle Entrate e la caserma Dabormida la sede degli uffici militari Museo di Artiglieria. Sull’ex Mercato ortofrutticolo è infine in atto un progetto finanziato per liberare le case dalle occupazioni abusive, mentre un altro problema sono le arcate, usate nel 2006 per le Olimpiadi e poi rimaste abbandonate… Stiamo lavorando per investire i soldi del post-olimpico.

 

L’impressione è che l’amministrazione attui una politica attendista e contraria a tutto. Va bene che i soldi non ci sono, ma non si può negare una vocazione europea da metropoli post industriale?

Attendista e contraria a tutto sono parole che respingo, in un anno e mezzo abbiamo trasformato 1,5 milioni di mq su 4 disponibili a fronte di 6 milioni realizzati in vent’anni. Le pratiche edilizie nel 2016 e 2017 sono aumentate di 2.000 su 13.000 circa. Abbiamo importanti progettualità che cambieranno il volto a varie parti della citta in degrado. Insomma noi vorremmo lasciare una città più bella e più giusta e per questo stiamo lavorando duramente.


Tag



Pin It

Comments are closed.