Biennale di Venezia, alla scoperta di “Freespace”

by • 2 marzo 2018 • Biennale di Venezia3236

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Report dalla conferenza stampa della 16. Mostra Internazionale di Architettura

 

VENEZIA. Bloccate a Dublino nelle loro rispettive abitazioni da condizioni meteo avverse, Yvonne Farrel e Shelley Mc Namara (Grafton Architects; nella foto di copertina di Andrea Avezzù _ Courtesy La Biennale di Venezia), curatrici della 16. Mostra Internazionale di Architettura (26 maggio-25 novembre), hanno partecipato stamane in videoconferenza all’incontro con la stampa organizzato, come d’abitudine, a Ca’ Giustinian. Ad introdurle, il Presidente Paolo Baratta che, nel ricordare il cammino evolutivo della Biennale Architettura, da tempo emancipatasi da “mostra per architetti ad uso di architetti” a luogo d’incontro con il pubblico (“il più significativo incontro d’architettura del mondo”, puntualizza), avvia l’esplicazione del tema prescelto dalle Grafton Architects: “Freespace”.

Se l’architettura è considerabile la più politica delle arti (concetto fondamentale già emerso nel 2016), anche in questa edizione rimane centrale il ruolo della pratica architettonica, “strumento di organizzazione della società civile” concretizzabile attraverso beni pubblici o “doni privati”. Perseguendo “l’obiettivo di promuovere il desiderio di architettura” (seconda parola chiave in continuità con la scorsa Biennale), “Freespace” pone al centro la questione dello spazio, libero e gratuito, la sua qualità anche come segno connotante di un singolo disegno progettuale.

 

Il concept della 16. Biennale Architettura

Il focus interpretativo del tema offerto dall’intervento delle Grafton parte dal Manifesto presentato ancora nel giugno scorso dal quale emergono parole chiave come linee-guida: generosità di spiritodono di spazi liberi per utilizzi magari non ancora programmati, enfatizzazione dei doni naturali (come la luce) – libertà immaginativa nel legare arcaico, contemporaneo e futuro. Il tutto accomunato da un elemento di condivisione: la Terra come cliente.

Nulla però ancora di concreto trapela di quanto troveremo declinato tra Arsenale e Padiglione Centrale ai Giardini: una scelta, affermano le Grafton, per preservare sino a maggio l’effetto sorpresa. In conferenza stampa scorrono solo immagini rappresentative e fonte d’ispirazione per il concept di Freespace tra cui la seduta di Jørn Utzon che accoglie il visitatore all’entrata del Can Lis a Maiorca; Palazzo Ducale a Venezia avvolto nella nebbia e il gioco dei raggi solari sulle sue superfici; il Duomo di Siracusa come exemplum di stratificazione storica; il progetto per il quartiere Gallaratese di Aymonino e Rossi per la “qualità teatrale degli spazi comuni”; la nuova sede dell’Università Bocconi delle Grafton stesse connotata da una parete vitrea di 8 metri che mette in comunicazione la vitalità interna ed esterna all’edificio; il Museo d’Arte Moderna di San Paolo di Lina Bo Bardi; l’edificio di Caccia Dominioni in via Santa Maria alla Porta a Milano.

 

 

71 invitati e due sezioni speciali

71 in tutto gli studi internazionali invitati a partecipare scelti in linea con il tema del Manifesto. Una scelta che non segue criteri di fama (alcuni di essi non sono molto noti, altri invece tra i più affermati sono stati fonte d’ispirazione per i nostri lavori, puntualizzano le Grafton), bensì una selezione fatta attraverso un approccio aperto, senza un ordine precostituito. Tra gli altri: Alvaro Siza, Aurelio Galfetti, Bjarke Ingels Group, Amateur Architecture Studio, Peter Zumthor, Miralles Tagliabue EMBT, David Chipperfield, Rafael Moneo, Alejandro Aravena, Lacaton & Vassal, Diller & Scofidio + Renfro, SANAA, Sauerbruch Hutton (progettisti del museo M9 a Mestre, la cui apertura è programmata a dicembre 2018), Odile Decq; mentre sono quattro gli studi italiani: Cino Zucchi Architetti, Laura Peretti Architects, Francesca Torzo e Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (menzione speciale alla 15. Biennale Architettura), oltre a Marco Pogacnik, che accompagna gli elvetici Burkhalter Sumi.

A caratterizzare inoltre l’edizione 2018 sono due sezioni speciali che le curatrici immaginano quasi come “sottotemi”: Close Encounter, meetings with remarkable project vede 16 partecipanti (tutti irlandesi) chiamati a riflettere su progetti noti del passato per meglio comprendere come proseguire in futuro; The Practice of Teaching vede 13 partecipanti (tra cui lo svizzero Mario Botta) accomunati da pratica dell’insegnamento e della progettazione che presenteranno lavori frutto di esperienze didattiche.

 

65 partecipazioni nazionali

Sono distribuite come d’uso tra i padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nella città lagunare con il Padiglione Italia dal titolo Arcipelago Italia a cura di Mario Cucinella che troverà collocazione alle Tese delle Vergini. In 7 presenti per la prima volta: Antigua & Barbuda, Arabia Saudita, Guatemala, Libano, Mongolia, Pakistan e Santa Sede, sull’Isola di san Giorgio Maggiore per la curatela di Francesco Dal Co.

 

Altri programmi e progetti speciali

Riconfermati inoltre come ogni anno i Meetings on Architecture (che esploreranno, per tutta la durata della Biennale, da maggio a novembre, i vari aspetti del manifesto “Freespace”) e le Biennale Sessions per le università. A questi si aggiungono i due progetti speciali della Biennale Architettura: il Progetto speciale Forte Marghera a Mestre (a cura sempre di Farrel e Mc Namara che includerà l’installazione degli architetti Sami Rintala e Dagur Eggertsson); il Progetto speciale al Padiglione delle arti applicate (Arsenale, Sale d’Armi), in collaborazione con il Victoria & Albert Museum di Londra (a cura di Christopher Turner e Olivia Horsfall Turner) che s’interroga sul futuro del social housing presentando un frammento del complesso di case popolari Robin Hood Gardens, progettato nell’East London da Alison e Peter Smithson e ora in demolizione.

 

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