Ritratti di città. La grande Algeri (non più bianca) made in China

by • 12 febbraio 2018 • Città e Territorio, Mosaico1340

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Report da una capitale in fermento: tra l’urgenza del recupero della Kasbah, il fallimento dell’eredità razionalista e i mega progetti di rigenerazione urbana e infrastrutturali in mano alle imprese cinesi

 

Perdita d’identità e ripresa di coscienza

L’Algeri di oggi è molto diversa dall’immagine di città-porto arroccata su un promontorio affacciato sul Mediterraneo che Le Corbusier aveva incastonato nel piano Obus del 1932. La bianca Kasbah di orientalista memoria non esiste più e probabilmente Le Corbusier, Fernand Pouillon e Auguste Perret che avevano studiato, visitato e imparato dalla sua architettura stenterebbero oggi a riconoscerla. Non si tratta solo della perdita dello stereotipo di città bianca e compatta. La Kasbah di Algeri, iscritta dal 1992 nelle liste UNESCO dei patrimoni dell’umanità, è ormai ridotta in rovina da decenni d’incuria: crolli, abbandoni, occupazioni illegali di edifici ne hanno a lungo segnato la sorte, ma oggi finalmente si pensa al suo recupero.

Conservazione o rigenerazione urbana? Focus sugli abitanti o sullo sviluppo turistico? Quali strumenti economici adottare e quali funzioni per un recupero sostenibile? Partire dalle case o dagli spazi aperti? Continuare a focalizzarsi su una action area o ripartire da un’azione capillare, che abbia come epicentri i piccoli luoghi della socialità tradizionale? E poi, quale la relazione con la città coloniale e con l’area metropolitana e quali le prospettive all’interno del piano strategico che la Wilaya (Provincia) di Algeri sta promuovendo fortemente? Come conciliare la necessità di rigenerazione urbana con quella di mantenere i caratteri d’integrità, autenticità e di Oustanding Universal Value?

Sono queste le domande poste agli esperti internazionali e agli esperti sollecitati per presentare esempi di buone pratiche, convocati per discutere delle condizioni attuali del sito e per proporre traiettorie metodologiche di recupero sostenibile finalizzate a risolvere le gravi condizioni di degrado della Kasbah, nellIncontro di esperti per la conservazione e la rivitalizzazione del sito della Kasbah organizzato dall’UNESCO e dal Ministero della Cultura ad Algeri dal 20 al 23 di gennaio.

 

Ricominciare dallo spazio pubblico

Anche se gli anni della Battaglia di Algeri sono ormai lontani, il suo ricordo è ancora vivo non solo nella memoria dei rappresentanti del Governo e delle diverse associazioni per la salvaguardia del sito, ma soprattutto nella memoria collettiva degli abitanti, che chiedono con forza il recupero del simbolo della loro lotta per l’indipendenza ripartendo dalla rigenerazione degli spazi pubblici: sia degli spazi della struttura urbana tradizionale, che erano associati ad un senso della comunità profondamente radicato, e che sono stati alla base dell’iscrizione della Kasbah nella lista dei patrimoni dell’umanità; ma anche e soprattutto dei nuovi spazi aperti dai crolli d’interi isolati nell’altrimenti compattissimo tessuto urbano, che oggi gli abitanti del quartiere sperano possano diventare giardini e spazi attrezzati per la loro comunità.

Un riferimento identitario forte è sicuramente necessario per risanare un centro storico già profondamente trasformato dalla metà dell’Ottocento, quando i francesi hanno prima demolito il suq per ricostruire nel sud del Mediterraneo una nuova Rue de Rivoli, poi le mura ottomane per costruire i boulevard, ed infine hanno eretto nuove mura per inglobare i quartieri di espansione progettati sul modello dell’urbanistica europea, e che negli ultimi decenni ha subito un processo di degrado che oggi l’ha resa irriconoscibile. Perché la bianca Algeri non è più bianca.

 

I nuovi epicentri

Ma l’Algeri di oggi non è più solo la Kasbah o la città coloniale. È un sistema complesso che si estende sulla linea del mare dal Boulevard Zighout Youcef, già ricostruito da Frédéric Chassériau tra il 1860 e il 1866, fin oltre il torrente Oued El Harrach, e che occupa un vasto territorio che un tempo era una grande baia produttiva sulle pendici di un ramo della catena montuosa dell’Atlante.

Epicentri di questo nuovo sistema metropolitano non sono più gli edifici e gli spazi della città razionalista. Né il sistema Place de la Grand Poste – Place Laferrière costruite sull’area delle fortificazioni abbattute e trasformate in una serie di giardini terrazzati su cui si affaccia l’edificio del Gouvernement Général, costruito nel 1929 dall’impresa dei fratelli Perret; né il complesso residenziale Climat de France, progettato nel 1954 da Pouillon, o l’Aéro-Habitat, costruito tra il 1952 e il 1955 da Louis Miquel e José Ferrer-Laloë e ispirato all’Unità d’abitazione di Marsiglia, che rimangono isolati, arroccati nella loro posizione acropolica, dallo sviluppo urbano costiero, a testimoniare, nel loro degrado fisico e sociale, il fallimento di questi esperimenti.

L’epicentro del nuovo sviluppo urbano parte ancora oggi da Place de Martyrs, ingresso alla Kasbah e al porto, ma anche nuovo epicentro dell’azione di riqualificazione proposta nel piano strategico proposto dalla Wilaya per la grande Algeri: una metropoli di oltre tre milioni di abitanti che aspira a diventare una smart city, fulcro di una capitale in grande trasformazione dotata di moderne infrastrutture per il trasporto urbano ed extraurbano. La piazza è infatti l’arrivo della nuova linea della metropolitana, e da qui si accede al Bastion 23 (Q’asr Rouy): un lacerto di tessuto ottomano recentemente ricostruito e convertito in un polo museale con sezioni dedicate all’architettura, all’arte e alla musica tradizionale.

Da Place de Martyrs, passando dalle rampe di Boulevard Zighout Youcef, la città si espande sul mare, inglobando il giardino botanico El Hamma (Jardin d’essai), progettato dai francesi per testare le colture europee nell’arido clima algerino, e che recentemente il Ministero della Cultura ha inserito nell’elenco dei siti protetti a livello nazionale.

 

Grandi opere da primato

Il sistema costiero arriva alla Djamaa el Djazair (moschea di Algeria), il mega edificio in corso di costruzione, progettato dal gruppo germano-tunisino Krebs Kiefef, esito di un concorso internazionale che aveva ammesso alla fase finale, su 17 pretendenti (tra cui Paolo Portoghesi), i progetti dei gruppi AS Architecture Studio, Atsp-Atkins, Ipro-Plan e Sarl Genidar. Una volta terminato, l’edificio dei record dedicato all’indipendenza dell’Algeria sarà la terza moschea più grande al mondo: su una superficie di 20 ettari, potrà accogliere 120.000 fedeli. Il minareto di 270 metri, che già oggi caratterizza fortemente, insieme alla Maqam Echahid, il monumento commemorativo alla guerra d’indipendenza d’Algeria inaugurato nel 1986, lo skyline notturno di Algeri, sarà il più alto al mondo e renderà la Djamaa el Djazair l’edificio più alto in Africa. Nelle intenzioni della committenza la moschea, inoltre, sarà, così come nella tradizione dei grandi complessi religiosi del mondo musulmano, non solo un grande luogo di preghiera ma anche di cultura: negli immensi spazi interni sono previste, infatti, anche due grandi biblioteche e una scuola per 300 alunni. Mega progetto di corbusieriana memoria nell’approccio scalare, ma non nella qualità architettonica e nell’esecuzione, la sua realizzazione ha suscitato molte critiche sia per il costo (quasi 400 milioni di euro), sia per la sua localizzazione nel quartiere di Mohammadia, a circa 10 km dal centro nella direzione dell’aeroporto, nei pressi di un sito che necessita di bonifiche ambientali per via della presenza di una raffineria di petrolio. Non ultimo, feroci polemiche sono dovute all’affidamento del cantiere a China State Construction Engineering, ditta che usa manodopera cinese in un paese in cui la disoccupazione giovanile supera il 30%.

Ciò non costituisce un’eccezione rispetto al panorama algerino: fulcri dello sviluppo contemporaneo di Algeri sono infatti i mega progetti affidati quasi esclusivamente ad imprese cinesi. In uno degli Stati africani che dagli anni Duemila ha maggiormente investito in infrastrutture, ancora oggi la realizzazione dei grandi interventi architettonici non è affidata alle sue imprese: dopo gli ottomani e i francesi, e decenni dopo l’indipendenza, approfittando della sua stabilità politica, lo Stato algerino ha aperto ad investimenti cinesi che stanno portando a termine ad Algeri diverse grandi opere tra cui la già citata moschea, il nuovo aeroporto e il nuovo stadio, e che nel resto del paese hanno realizzato, solo dal 2000 al 2014, 13.000 km di nuove strade e 3.000 km di nuove ferrovie, mentre è ancora in fase di realizzazione la nuova dorsale viaria est-ovest che attraverserà tutto il Paese.

Se recentemente, ad Algeri è stato aperto il nuovo Teatro dell’Opera, è stata prolungata la nuova rete metropolitana fino all’aeroporto, ed è quasi pronto il Museo dell’Africa (un complesso di oltre 15.000 mq ad El Mohamadia sulla baia di Algeri, i cui lavori proseguono dal 2005, commissionato dall’Unione Africana e finanziato con 60 milioni di euro dal Ministero algerino della Cultura), è evidente la volontà politica di rendere sempre più competitivo il comparto infrastrutturale.

Ultimo caposaldo della rete urbana ed infrastrutturale è, infatti, il nuovo terminal passeggeri dell’aeroporto internazionale che, con una capacità di 10 milioni di persone, è anch’esso quasi terminato. Firmato dalla spagnola Pointec e dall’algerina Llewlyne e Bet Brea, il progetto, che rientra nel piano di trasformazione dello scalo per il quale s’intende investire 330 milioni di euro, sta sorgendo nella zona ovest dell’attuale aerostazione, e farà passare la capacità dell’aeroporto dagli attuali 6 a 16 milioni di passeggeri annui.

Inutile sottolineare che anche quest’opera è realizzata da imprese cinesi. Perché, se gli europei si spostano in Cina per progettare le nuove megalopoli, consistenti consorzi d’imprese cinesi hanno invece invaso l’Algeria (e buona parte del resto d’Africa). È forse questa quella che chiamano “economia circolare”?


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