Ritratti di città. Genova, declino o rilancio tra cultura e porto

by • 7 febbraio 2018 • Città e Territorio, Mosaico2619

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Una città senza coscienza critica, senso della storia e capacità di guidare le trasformazioni urbane; i casi di Villa Croce, Palazzo Rosso e silos Hennebique

 

Genova, porto di culture, contaminazioni, conservatorismo, arroganza, contraddizioni, negli ultimi decenni ha sofferto di mancanza di visione strategica politica e dunque anche urbana. Per sopperire a questa deriva, Renzo Piano ha “regalato” nel 2105 un progetto, Blueprint, per il fronte mare a levante. Anzi ne aveva già regalato un altro dal suggestivo titolo rinascimentale, Affresco, nel 2004, ennesima dimostrazione di debolezza del pubblico nel guidare le trasformazioni urbane. Indubbiamente la crisi della classe dirigente, che comprende politici, imprenditori e intellettuali, non solo qui ma a livello nazionale ha determinato una situazione caotica tra i diversi attori che non porta nessun beneficio.

Tre situazioni genovesi sono riconducibili ad un bivio tra definitivo declino o rilancio della città, tra spazi per la cultura e il porto: il Museo di arte contemporanea Villa Croce, l’allestimento di Franco Albini a Palazzo Rosso e il silos Hennebique al porto.

 

Villa Croce

Nel 1985, in linea con Rivoli e Prato, Genova si dota di un museo di arte contemporanea comunale. La crisi di Villa Croce avvenuta lo scorso mese ha determinato una sua chiusura temporanea, con la rinuncia a tenerlo aperto da parte dei gestori, le giovani Open. Questo fatto ha evidenziato la crisi del sistema culturale genovese e il disimpegno decennale del pubblico nei confronti di Villa Croce, oggi sostenuta da due sponsor privati, uno dei quali è l’associazione Amici del museo, senza i quali il museo morirebbe definitivamente. Nel dibattito innescato da Open sulla stampa locale emerge l’assenza dei giovani artisti e architetti nel reagire a una situazione insostenibile in funzione di un cambio di rotta del Comune. Ciò dimostra la rassegnazione di una città che non ha più capacità critica, se non in quella ristretta parte della popolazione più matura che cerca di ridefinire nuovi immaginari culturali e urbani. Tuttavia il futuro si costruisce con i giovani.

Palazzo Rosso

La crisi del sistema museale genovese è rafforzata dall’alterazione di una parte dell’allestimento albiniano di Palazzo Rosso, ad opera del direttore Piero Boccardo. Oggi laddove l’allestimento dimostra una certa usura nei materiali della moquette, che aveva sostituito l’originario feltro già negli anni ottanta, la soluzione non può essere solo la sua rimozione alterando la percezione spaziale che aveva creato Albini. Infatti la scelta del feltro rosso consentiva di leggere in maniera uniforme le diverse sale del museo. D’altronde gli architetti si sono sempre confrontati con la storia, lo ha fatto Albini con Palazzo Rosso, lo ha fatto Scarpa con Castelvecchio, non si comprende perché non lo abbia fatto anche Boccardo. Ma lui ha agito in un’unica direzione senza definire un tavolo tecnico con il coinvolgimento di architetti esperti di restauro e allestimento. Bensì durante il convegno “Rinnovare i musei dei maestri”, organizzato dall’architetto Enrico Pinna e dalla Fondazione Ordine Architetti di Genova, Boccardo ha mostrato, per giustificare la sua scelta, una serie di documenti delle consulenze chieste all’Opificio delle pietre dure e agli esperti di climatizzazione, per risolvere problemi legati alle scelte progettuali di Albini. L’enfasi del suo intervento l’ha portato a mettere in discussione sia le scelte di Caterina Marcenaro, che dal 1951 ha diretto l’Ufficio Belle arti del Comune e alla quale la città dev’essere grata per la riconversione in musei delle dimore di Palazzo Rosso e Bianco, sia le scelte di Albini. Questo attacco alla coppia Marcenaro-Albini evidenzia una debolezza di argomenti del direttore del museo che ha raggiunto l’apice nell’affermazione che lui deve «trasmettere alle generazioni future le opere»; peccato che poi le opere non siano visibili perché conservate nel deposito. Se è vero che «il museo è come un luogo di cittadinanza», ha osservato nello stesso convegno Maria Vittoria Marini Clarelli (Direzione Generale Educazione e Ricerca del MIBACT), le opere devono essere visibili ai cittadini, altrimenti viene meno la funzione del museo. L’ICOM (International committee for museology dell’International council of museums) definisce museo «Un’istituzione permanente, senza scopo di lucro, al servizio della società e del suo sviluppo. È aperto al pubblico e compie ricerche che riguardano testimonianze materiali dell’umanità e del suo ambiente: le acquisisce, le conserva, le comunica e, soprattutto, le espone a fini di studio, educativi e diletto». Non dovremmo dimenticarlo.

Silos Hennebique e Ponte Parodi

Si tratta del silos granario eretto nel 1901 nel bacino portuale: lungo 210 m, largo 33 e alto 44 all’apice della torre. Un edificio realizzato in cemento armato secondo il sistema Hennebique che nel corso degli anni è stato oggetto di varie destinazioni d’uso. Nel 1989, all’interno del Piano di recupero della darsena predisposto dall’urbanista Bruno Gabrielli, veniva inserito un albergo, e negli anni successivi lo spostamento della Facoltà di Ingegneria, ma nessuna idea venne attuata. A gennaio scorso è stata siglata un’intesa per il recupero dell’ex silos tra Regione, Comune, Autorità portuale, Soprintendenza ai Beni archeologici, Belle arti e Paesaggio, Dipartimento Architettura e Design dell’Università che, attraverso un tavolo tecnico-scientifico, entro fine anno stabilirà quali funzioni inserire. In questo contesto l’intervento di Filippo Dellepiane, presidente dei costruttori locali, propone di rimuovere i vincoli sull’ex silos (apposti dalla Soprintendenza nel 2007), «Così si potrebbe abbattere e magari ricostruire… e gli investitori sarebbero incentivati a scommetterci. Se si vuole valorizzare lo si valorizzi in un museo, con un bel modellino». La valorizzazione di un monumento passa attraverso il suo recupero con l’inserimento di nuove funzioni di uso al porto e alla città. D’altronde anche il soprintendente Vincenzo Tinè non ha mai affermato che il vincolo non consenta modifiche: ovviamente dipende dalle scelte progettuali. Come ha dimostrato Giancarlo De Carlo a Urbino, è possibile far coesistere le preesistenze storiche con nuove funzioni, restaurando i palazzi quattrocenteschi e inserendovi le facoltà universitarie. Il problema riguarda un’imprenditoria impreparata culturalmente ad affrontare un progetto così complesso.

Il recupero del silos s’inserisce nella politica attuata dal nuovo presidente dell’Autorità portuale, Paolo Signorini, che coinvolge anche il dimenticato progetto per Ponte Parodi. Nel 2000 l’area fu oggetto di un concorso internazionale vinto dall’olandese Ben van Berkel, attraverso un project financing con la società francese Altarea, per inserire funzioni dedicate al tempo libero, lo sport e un terminal crociere per esaudire le richieste della committenza (Porto antico Spa), oggi inadeguato alle nuove dimensioni delle navi. Dopo diciotto anni l’Autorità portuale, proprietaria dell’area, annuncia che entro tre anni finiranno i lavori di risagomatura del molo, ma nel frattempo Altarea ha chiesto i danni economici per i ritardi. Le esigenze sono cambiate e non è certo che van Berkel riesca a realizzare il progetto originario. Ponte Parodi, che nella fase concorsuale aveva visto la partecipazione di molti studi tra cui OMA+Boeri, Pica Ciamarra, Foreign Office, De Carlo, Chipperfield, MVRDV, Tschumi, è il sintomo della scarsa credibilità italiana nel portare a compimento le opere pubbliche. Ma proprio Ponte Parodi può stabilire se Genova ha ancora voglia di scommettere su se stessa con un progetto di sviluppo che riparte dal mare. Oppure, se preferisce vivere di ricordi.

 


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