La fotografia al Mast di Bologna, un filtro per interpretare il presente

by • 7 febbraio 2018 • Reviews2240

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Gli esiti del concorso “Mast Foundation for Photography Grant on Industry and Work” in mostra fino al 1° maggio. Industra, tecnologia, territorio e lavoro indagati attraverso le visioni dei 4 fotografi vincitori

 

BOLOGNA. È visitabile al MAST sino al 1° maggio 2018 la mostra, curata da Urs Stahel, dei lavori dei finalisti del concorso “Mast Foundation for Photography Grant on Industry and Work”, giunto alla sua quinta edizione. Presentato negli anni precedenti con il nome “GD4Photo Art”, il concorso può contare su un gruppo internazionale di esperti che seleziona circa 40 fotografi e fotografe. In un secondo tempo, una giuria sceglie i quattro progetti più interessanti e i candidati prescelti hanno a disposizione sei mesi di tempo per portare a termine il loro progetto che sarà, infine, promosso in un’esposizione nella PhotoGallery della Fondazione MAST.

Legato ai temi dell’industria, della tecnologia, del territorio e del lavoro, lo spirito dell’iniziativa è dare voce alla ricerca fotografica delle nuove generazioni di artisti, arricchendo l’offerta culturale della Fondazione MAST. «L’iniziativa si propone — ricorda Isabella Seràgnoli come un premio e una borsa di studio insieme. L’enfasi infatti è sulla parola grant, che sta a indicare non solo un riconoscimento per il lavoro svolto, ma soprattutto una risorsa per sviluppare un nuovo progetto».

Mari Bastashevski (San Pietroburgo, 1980) ha realizzato il progetto Emergency Managers, con cui affronta il tema della crisi idrica della città di Flint, che ebbe inizio nel 2013-2014 quando le fonti di approvvigionamento dell’acqua potabile furono trasferite da Detroit alla città stessa e al fiume Flint. La cessazione del contratto di fornitura in vigore da anni con Detroit e il passaggio a una rete propria furono progettati e realizzati in modo così sconsiderato che una parte della popolazione afroamericana fu contaminata dal piombo. Nel suo lavoro, Bastashevski discute varie forme di gestione delle crisi sul lungo periodo, che si rivelano tutte a vantaggio dei manager dello stato di crisi, dei funzionari pubblici e dei gruppi industriali che ad essi sono legati.

Il progetto The Desert di Cristobal Olivares (Santiago del Cile, 1988) ha per tema i fenomeni migratori in atto dalla Repubblica Domenicana verso il Cile. Olivares ingrandisce le sue fotografie di paesaggio, spesso vuote, e ne fa degli sfondi che vengono appesi direttamente alla parete. Sopra, di fianco o accanto, inserisce i piccoli ritratti incorniciati dei migranti, a cui l’autore dà la parola nei suoi video.

Con un video e nove fotografie, Sarah Cwynar (Vancouver, 1985) affronta il tema del colore, dei sistemi tintometrici e dell’industria dei colori e dei cosmetici che vi si cela dietro. È lei stessa a fornire una descrizione del suo lavoro: «Questo progetto video consiste in un film dal titolo Colour Factory ed esplora la produzione commerciale del colore e la sua standardizzazione, in relazione a temi quali la teoria del colore e il femminismo. In definitiva, il progetto è incentrato sugli standard del colore, della bellezza e del capitalismo, in quanto modelli imposti nell’esperienza della vita umana».

Cwynar è la vincitrice di questa edizione del concorso, ex-aequo con Sohei Nishino (Hyogo, 1982) con il progetto dal titolo Il Po. I lavori in esposizione sono tutti di estremo interesse, frutto di un serio lavoro d’indagine e riflessione, testimonianza della maniera contemporanea di usare la fotografia come filtro per interpretare il presente, ma è per il lavoro di Nishino che possiamo proporre una riflessione più articolata, dato anche il tema, così attuale per la pianificazione strategica del Nord Italia.

Il fotografo giapponese, avendo scelto l’acqua come tema di progetto, visita città in giro per il mondo, ne fissa con cura immagini da un preciso punto di vista per poi ricomporle in un’opera dall’iconografia quasi settecentesca, come in una veduta, lontana da ogni realismo. Nel 2012, al festival Images di Vevey, in Svizzera, ad esempio, la sua mappa diorama raffigurante la città di Berna era esposta en plein air nella Place Scanavin e si poteva ammirare salendo sulla piattaforma progettata per poterla guardare “a volo d’uccello” ma anche camminarci sopra, cogliendo, di quell’opera-istallazione, l’aspetto ludico e meraviglioso dell’inaspettato all’interno di un normale spazio pubblico.

A Bologna, premiato al «Mast Foundation for Photography Grant on Industry and Work», il lavoro di Nishino ci pone di fronte alla mappa non di una città ma dell’intera Pianura Padana con al centro il grande fiume, il Po, che da elemento, ahimè, marginale, diventa protagonista e quasi si anima. Un dragone mitologico, come ci suggerisce Michiko Kasahara nel catalogo della mostra. Nishino scrive: «Il Po, il fiume più lungo d’Italia, nasce sulle Alpi e scorre nella Pianura Padana attraversando il Piemonte [nda], la Lombardia, l’Emilia-Romagna e il Veneto per sfociare nel Mar Adriatico. È lungo 652 km e conta 141 affluenti. Quasi un terzo della popolazione italiana vive nel bacino del fiume, un territorio fra i più ricchi d’Europa. Il fiume […] ha sempre svolto un ruolo importante non solo dal punto di vista culturale ma anche sul piano economico. Il bacino e le attività a esso legate sostengono l’economia dell’intero paese contribuendo per il 40% al suo PIL, con il 55% di allevamento e il 35% di produzione agricola. Ho cominciato questo progetto su una montagna chiamata Monviso, alla sorgente del fiume, e l’ho concluso alla foce, sul Mare Adriatico. Ho fotografato per 45 giorni, durante i quali ho visitato città e molti paesi che sorgono nel bacino del fiume, distretti industriali e aree rurali, incontrando le persone la cui vita è profondamente segnata dalla storia e dalla presenza del Po».

Di fronte alla sua mappa diorama, composta da otto grandi opere, e alla selezione di particolari presentati in sequenze, dittici e scatti singoli, il fiume appare come condizione fondamentale per l’esistenza. È un’interpretazione potente, necessaria in questo momento storico. Perché finalmente ci siamo accorti che il fiume Po è stato trascurato, perché abbiamo dimenticato che la valle del Po è portatrice di bellezza e non soltanto luogo di flussi, produzione e inquinamento. Ma deve essere salvata.

L’opera del fotografo giapponese ci consegna, dunque, una visione di cui necessitiamo per poter ricucire quella bellezza. Il suo lavoro ci dimostra come uno sguardo altro possa rendere visibile quello che a noi è diventato invisibile. Il rimando è immediato al progetto di ciclovia VenTo da Venezia a Torino, che fra pochi anni ci consentirà di fare lentamente e con più semplicità e consapevolezza il viaggio di scoperta che Nishino ha compiuto nell’estate scorsa e che, se sapremo essere visionari, ci regalerà “migliaia di forme in cui la bellezza si mostra lungo il Po” (Paolo Pileri, Alessandro Giacomel, Diana Giudici, Vento. La rivoluzione leggera a colpi di pedale e paesaggio, Corraini Edizioni, 2015, p. 31).

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