La Germania tra moschee, sinagoghe e case delle religioni

by • 6 febbraio 2018 • Mosaico, Progetti4396

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Dalla moschea di Colonia alla sinagoga di Magonza, fino alla House of One di Berlino: trionfa (non senza polemiche e implicazioni politiche) il pluralismo religioso nella laica Germania

 

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BERLINO. In un report sulla nuova architettura religiosa tedesca, non può mancare il capitolo relativo ai cantieri conclusi e alle opere commissionate negli ultimi anni dalle altre due grandi comunità religiose presenti in Germania, l’israelitica e la musulmana. Il 29 gennaio è stato inaugurato a Berlino Mitte, al centro dell’antica insula medievale, l’info-pavillon, padiglione temporaneo della House of One, la Casa delle tre religioni su progetto dello studio Kuehn-Malvezzi, il cui cantiere si prevede concluso nel 2019 o non appena saranno raccolti i 43 milioni necessari alla costruzione. Edificio sacro per cristiani, ebrei e musulmani, la casa di tutti verrà edificata sulla Petriplatz, sulle fondazioni della quattro volte nei secoli demolita Petri-Kirche (XIII sec.), e ospiterà sotto un unico tetto sinagoga, moschea e chiesa. L’appena inaugurato, austero padiglione in legno e pareti trasparenti era già stato ospitato nell’esposizione mondiale del 2017 a Lutherstadt Wittenberg, in occasione del giubileo della Riforma.

La sua realizzazione oggi a Berlino non è affatto casuale: un richiamo anzitutto a spiritualità e tradizione, a pacifica convivenza, a rispetto per tutte le identità culturali che popolano la capitale tedesca e la nazione. Si tratta invero del caldo nucleo centrale del futuro edificio pluriconfessionale. “Una versione anticipata, già pregustabile del luogo d’incontro che sarà”, ha dichiarato l’architetto Wilfred Kuehn, mentre il senatore alla cultura di Berlino, Klaus Lederer (Linke), ne ha voluto rivendicare, all’inaugurazione, anche la spinta promotrice laica, come quarta forza in campo “per combattere assieme radicalismi, risentimento, discriminazione e odio”.

Nessuno qui ha dimenticato l’acceso dibattito scatenato dai fatti della notte di Capodanno 2015 a Colonia e le manifestazioni ultranazionaliste di Pegida; nessuno può volgere lo sguardo altrove, all’indomani della Giornata della Memoria, di fronte ai ripetuti, recenti episodi di antisemitismo in Germania, Francia e nord Europa. In un’intervista rilasciata due anni or sono da Bärbel Beinhauer-Köhler (teologa evangelica, docente di storia delle religioni all’Università di Marburg) a Deustchlandfunk-Kultur, l’esperta di Islam e integrazione religiosa diceva, a proposito dei nuovi progetti di moschee in Germania: “In architettura la religione non gioca poi chissà che ruolo”. Un’affermazione che l’esistenza stessa della Stiftung House of One oggi smentisce: le religioni e la politica sono oggi più che mai al centro del dibattito architettonico non cristiano o interconfessionale tedesco; in un ancora precario, delicato equilibrio fra il futuro – la progettazione delle moschee – e un passato che cerca di sopravvivere ai continui repulisti storici, quello della conservazione e del restauro delle sinagoghe.

 

Del futuro (o della progettazione): la moschea centrale osmanica di Colonia

Se la politica infatti non aveva particolarmente influenzato i progettisti tedeschi di fronte alle nuove sfide costruttive delle comunità cristiane, sposandone necessità e urgenze con differenti soluzioni architettoniche per i loro luoghi di culto, altrettanto non si può dire dell’operato nei cantieri delle molte nuove moschee sorte negli ultimi anni in Germania.

La vicenda di lungo corso della spettacolare, appena inaugurata moschea centrale di Colonia, per la popolosa comunità turca del quartiere di Köln-Ehrenfeld, ne è paradigma, per le costanti intromissioni politiche, per il ruolo assai vituperato del suo architetto, Paul Böhm, ritrovatosi suo malgrado a vestire con ritrosia i panni di un moderno, tautiano Weltbaumeister. Perciò è impossibile separare i due racconti, come si è fatto altrove: il caso di Colonia è inoltre emblematico di una realtà, da oltre trent’anni assai radicata in Germania, in inarrestabile ascesa; ed è stata una vicenda dai connotati marcatamente politici e solo secondariamente religiosi. Molti intellettuali vi hanno preso parte: alcuni di loro han cambiato parere nel corso degli anni, e i prima entusiasti fautori si sono trasformati in scettici e contrari, mentre i politici prima incerti han poi cambiato bandiera.

La moschea, miracolosamente nata in questo caos in cui tutti meno che il progettista hanno avuto voce in capitolo, è stata fortemente voluta dai partiti della sinistra tedesca (SPD, Linke e Grüne) e dal governo turco che già nel lontano 1984, con la costituzione della potente DITIB (Associazione Unione turco-islamica dell’istituto per la religione), committente di questo progetto, aveva iniziato a porre un’importante ipoteca sul futuro delle relazioni commerciali e politiche fra le due nazioni. Lo scontro delle forze in gioco con gli interessi di parte hanno pesantemente influenzato e tarpato le scelte progettuali dell’architetto (nel corso degli anni sempre più oggetto di critiche e bocciature benché il suo progetto avesse vinto all’unanimità della giuria turco-tedesca il concorso del 2006), han dilatato a dismisura (11 anni) tempi e costi di realizzazione, portando infine al suo immeritato licenziamento. Böhm non è stato dunque “progettista di mondi” per suo delirio di onnipotenza o per investitura religiosa, non è stato spinto o frenato da un’ideologia altra che il fare con ispirazione il proprio lavoro: il suo racconto è schietto, il suo ruolo così improvvisamente politico assai rispettoso, il suo approccio al progetto competente, la sua architettura – là dove resa possibile e non respinta – di grande effetto per l’Europa.

La moschea di Colonia avrebbe dovuto dare forma all’ideale simbiosi di tradizione e modernità; ma ogni qual volta il committente ritenne si tendesse troppo nella seconda direzione, si manifestarono problemi, rallentamenti e persino chiusure di cantiere. Böhm fu accusato di ripetuti tentativi di colonizzazione religiosa cristiana del luogo di culto musulmano: dalla cupola a sei cerchi (tre concentrici a voler richiamare la Trinità) e su otto sostegni statici (il numero dei cieli/livelli del paradiso), alla forma sinusoidale dei minareti (almeno lodevoli per altezza, 53+2 m), fino alla porta d’ingresso “promiscua”, pensata per donne e uomini insieme, da allargare dunque, e a discapito dello spazio già ridotto del matroneo. La sostituzione di Böhm nel 2011 con più professionisti turchi (con motivazione una sua presunta “incompetenza in ambito decorazioni islamiche per la sala della preghiera”), divenuta poi licenziamento e infine riassunzione nei panni di consulente di progetto, spiega un calvario di ritardi, insolvenze, cause in tribunale, continua ricerca fondi per i divenuti esosi costi di realizzazione.

Tuttavia, la moschea di Colonia è nelle nostre realtà urbane europee davvero un unicum e forse si avvicina a quel paradiso che il suo progettista tedesco non musulmano diceva di sognare di poter realizzare. Con la sua superficie totale di 11.000 mq è insieme centro culturale e sala conferenze, bazar, biblioteca, luogo per l’amministrazione e la politica, luogo di ristoro e d’incontro, meravigliosa sala per la preghiera. Due sinuose rampe che partono dal livello strada abbracciano la cupola e portano alla piazza superiore, permettendo nell’ascesa continui affacci sullo splendido etereo interno maiolicato di monogrammi dorati, sui giochi di luce, dove cielo e volta architettonica si fondono, e le ripetute decorazioni osmaniche, sulla forse perfetta commistione fra chiarezza teutonica ed esuberanza orientale. Il lavoro dell’architetto è stato nonostante tutto portato a termine e la comunità dei fedeli ringrazia commossa per quello che definisce “un miracolo costruito”: la vicenda della moschea turca in Renania sarà forse da esempio o insegnamento per il futuro.

 

Della sopravvivenza (o della conservazione): il Bet Tfila e la nuova sinagoga di Magonza

Se la nuova architettura islamica fiorisce prolifica un po’ ovunque in Germania, quella israelitica non rimane silente, muovendosi altresì su differenti binari. Il Bet Tfila, con doppia sede a Braunschweig (Technische Universität) e Gerusalemme (Hebrew University), è un istituto di ricerca che si occupa di documentare l’architettura laica e religiosa delle comunità ebraiche europee, “col fine di proteggere e conservare il loro patrimonio artistico-architettonico e storico, per diffondere nella società, col prezioso apporto della ricerca in ambito universitario, una comune coscienza storico-culturale”. L’imminente congresso internazionale organizzato ad Amburgo, Jewish Architects – Jewish Architecture?, s’interroga sul possibile legame fra identità del progetto e identità dell’architetto, ovvero “se e in quale misura l’auto-definizione ebraica e la percezione di “ebraicità” da parte di un ambiente non ebraico abbia influenzato e influenzi ancora la vita e le opere degli architetti ebrei di tutto il mondo”. Un approccio esegetico, esclusivo (il creatore e il suo creato) ma non escludente (quanti celebri nomi nel moderno e nella contemporaneità progettarono ovunque e per chiunque!), che considerando l’architettura più che oggetto funzionale, filiazione di chi l’ha concepita, si presenta, tirando le somme di questa carrellata sugli edifici religiosi tedeschi, su un piano intermedio fra le posizioni cristiana e musulmana, per certi versi ibrido, tuttavia su quello filosofico, totalmente autonomo. Chi c’è da sempre, restaura e rinnova il proprio, se può talvolta costruisce; il nuovo arrivato, costruisce ex novo (i tipi non si sono ancora incrociati nel tempo, così le stratificazioni); chi c’era/non c’è più ricostruisce, anzitutto la memoria di quello che fu.

L’architettura israelitica nella Germania di oggi è fatta anche di recenti, celebri esempi neo edificati, ma soprattutto di un lavoro di faticosa ricerca storica che va necessariamente oltre i restauri, i rifacimenti, e la conservazione o il ripristino di edifici in parte perduti, fino alle loro basi. Alla fine del XIX secolo si assistette al cosiddetto boom delle sinagoghe (100 nella sola Berlino): ovunque sorgevano imponenti costruzioni, altissime come la torinese Mole Antonelliana (in origine, tempio israelitico di 170 m, più alto della Cattedrale di Colonia!), in linea coi precetti del Talmud che vogliono il tempio l’edificio più alto in città. Il nuovo boom delle costruzioni nei moderni Länder ci ha poco a che fare e non dissimula la triste presenza di sinagoghe inutilizzate, abbandonate, destinate ad essere demolite e perdute per sempre. Le comunità ebraiche tedesche furono spazzate via dalla Shoah, i superstiti costretti alla fuga; fra loro erano gli architetti che portavano la memoria del costruito e di un costruire forse altro. Curioso rimane il fatto che il più celebre tempio europeo di quell’età dell’oro, la neo-romanica Dresdner Synagoge (1840) distrutta dai nazisti nella terribile Novemberpogromnacht (1938), fu progettato e realizzato da Gottfried Semper, un non ebreo.

A Magonza (“luce della diaspora”) si doveva ridare una casa alla comunità israelitica forse più prestigiosa di Germania, più antica e più volte nei secoli perseguitata e dispersa. L’architetto Manuel Herz (Colonia), convinto non esista una tradizione costruttiva giudaica, che questa sia un ibrido di molte, differenti forme – o che il linguaggio dell’architettura debba sempre essere libero e universale – interpreta il progetto sul binomio distruzione-decostruzione, conciliando simbolicamente (cabalisticamente) libertà di forma e tradizione. Cinque caratteri quanti sono quelli che compongono la parola Kedushah (“benedizione”), per cinque singole strutture o corpi di fabbrica collegati, ciascuno con la propria funzione: la forma delle lettere dell’alfabeto ebraico, crea la plastica di cinque elementi vivi e simbolici al contempo, riuniti in un’altra morphé modernamente rivisitata, quella della Shofar – il corno d’ariete, il più antico simbolo ebraico dalla storia di Isacco: “La forma della sinagoga, con il suo tetto a imbuto rivolto a est, esprime la chiamata a Dio, l’ascolto di Dio e la ricezione della luce divina e della sua saggezza”. I prospetti in ceramica smaltata verde sono l’irrompere del moderno sulla tradizione, “scrivono nella Scrittura”, offrono innumerevoli punti di fuga nei profili delle cornici concentriche delle finestre, che come occhi profondi emergono dal luminoso insieme. L’esterno ricorda le fughe prospettiche delle scene del Golem di Wegener o un’immaginaria Praga sul grande schermo. “La nuova sinagoga – spiega un ispirato Herz – è un edificio che vuole suscitare attenzione, forse domande, dubbi, interessi, forse anche rabbia, ma soprattutto vuol suscitare speranza. È anzitutto un edificio che vuole rendere gli ebrei di Mainz una parte visibile e attiva della società. In Germania, un paese in cui le sinagoghe hanno sempre (avuto) una rilevanza politica, questo edificio mostra il potere della diaspora”.

 

E la vocazione tedesca al laicismo?

Secondo gli ultimi dati (inizio 2018) dell’Istituto internazionale di statistica, in Germania sono presenti 45.600 chiese (24.500 cattoliche, 21.100 evangeliche), 2.803 moschee, 100 sinagoghe, per circa 37 milioni di cristiani praticanti, 5 milioni di musulmani praticanti le diverse confessioni (più presenti, sunnita e alevita), 100.000 ebrei iscritti al registro dell’Unione delle comunità ebraiche tedesche (oltre 90.000 registrati sono invece non praticanti). Complessivamente il 58% della popolazione (84 milioni circa) si dichiara credente (non sempre praticante); i numeri cambiano sensibilmente fra Ovest (67%) ed Est (25%). Se oltre la metà della popolazione tedesca è – per scelta fiscale o per convinzione – non praticante o atea, in molti si domandano, soprattutto nella “aufgeklärtes Berlin”, che senso abbia investire risorse in iniziative come quella della House of One (o dei molti asili interreligiosi che stanno sorgendo fra Berlino – col progetto “Drei-Religionen-Kita Haus” – e Pforzheim, nel Baden-Württemberg) nel cuore dell’Europa, ovvero in una realtà che, pur spinta da filantropici intenti di pace, anziché accentrare possibilità e risorse nelle mani delle tre grandi religioni e balzare così indietro di oltre duecento anni, dovrebbe puntare a valori universali condivisi, all’uguaglianza di tutti i cittadini, donne e uomini, e alla loro parità di diritti e doveri di fronte allo Stato. L’architettura risponde come può, l’entusiasmo palpabile dei progettisti che cercano, con incredibili equilibrismi sul solco della tradizione, di rinnovare e riconciliare nel linguaggio delle forme, cade spesso sotto i colpi di retorica e intolleranza-inflessibilità di norme.

D’altro canto la pratica religiosa, come dimostra la storia dell’architettura di per sé (e ricordando Richard Krautheimer), non è mai un fatto privato: vedremo come influirà nel disegno della città europea dell’immediato domani.

 

House of One, Berlino

Committente: Stiftung House Of One – Bet. Und Lehrhaus Berlin
Progetto: Kuehn Malvezzi Architekten (Berlino)
Costo: circa 43 milioni
Consegna prevista: 2019

 

Moschea centrale DITIB, Colonia

Committente: DITIB-Dachverband
Progetto: Architekturbüro Paul Böhm (Colonia); in seguito: Selim Mercan (membro del direttivo DITIB), Merih Aykaç (Istanbul) e Semih İrteş + Atelier NAKKAŞ (Istanbul)
Superficie totale: 11.000 mq
Costo: oltre 34 milioni (dato non ufficiale, reso noto nel 2011)
Inaugurazione sala preghiera: giugno 2017 (cronologia completa su koelnarchitektur.de)

 

Nuova sinagoga, Magonza

Committente: Comunità israelitica di Magonza
Progetto: Manuel Herz Architekten (Basilea e Colonia)
Superficie totale: 2.500 mq
Costo: circa 6 milioni
Consegna: settembre 2010

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