Ritratti di città. La Valletta e l’ubriacatura da Capitale europea della cultura

by • 3 febbraio 2018 • Città e Territorio, Mosaico2598

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Reportage dal cuore di Malta, dove si sta concentrando l’effetto Capitale europea della cultura 2018: tra gentrificazione, boom turistico e rischio disneyzzazione

 

LA VALLETTA. Malta, l’arcipelago mediterraneo recentemente salito agli onori della cronaca per l’assassinio della giornalista investigativa Daphne Caruana Galizia e per una serie di vicende di corruzione, impunità e riciclaggio di denaro sporco, ha celebrato l’inaugurazione ufficiale di La Valletta Capitale europea della cultura 2018. L’intero Paese festeggia, ma i principali interventi dal punto di vista urbano e architettonico sono relegati alla capitale. Considerando l’importanza che La Valletta ricopre nei confronti dell’intero Paese (e viceversa), in un micro-stato che sfiora i 500.000 abitanti e appena 300 kmq di superficie, ci si aspetterebbe che i progetti legati a un’iniziativa della portata di Capitale europea della cultura siano stati considerati a scala nazionale, quelli infrastrutturali in particolare, ma così non è stato.

Uno dei punti più convincenti della candidatura presentata nel 2012 dalla V18 Foundation era proprio la prospettiva a scala nazionale, testimoniata da un accordo del 2010 in cui tutti i comuni di Malta e Gozo si impegnavano a supportare la candidatura di La Valletta, e la città s’impegnava a sua volta a consegnare un piano per lo sviluppo culturale dell’intera comunità maltese. Nelle parole dell’allora presidente della Fondazione David Felice, “Qualsiasi discussione riguardante La Valletta inevitabilmente riguarda Malta. La città e lo stato sono inseparabili”. Dal momento in cui la città si aggiudicò il titolo ad oggi, principalmente per ragioni politiche, V18 ha subito profondi cambiamenti (incluso un rebranding che l’ha ribattezzata Valletta2018), ed il piano è stato ridotto a quattro grandi progetti che interessano la sola capitale: il nuovo Museo per l’arte moderna e contemporanea (MUZA) negli spazi dell’Auberge d’Italie, la ristrutturazione dello storico mercato Is-Suq tal-Belt, la conversione del mattatoio il-Biċċerija in Design Cluster e la rigenerazione di Strada Stretta, la via sinonimo d’intrattenimento notturno preferita dai marinai inglesi un tempo e dai turisti oggi.

Se è presto per giudicare i risultati dei singoli interventi, tutti ancora in fase di completamento eccetto il mercato, si possono però analizzare gli effetti di circa dieci anni d’investimenti incoraggiati non solo dal titolo di Capitale europea della cultura (circa 48 milioni di fondi pubblici) ma anche – e soprattutto – da strategie politiche che attirano capitali stranieri grazie ad agevolazioni fiscali e vendita di passaporti europei. La Valletta è stata trasformata da capitale trascurata e anche un po’ snobbata a ostentato fiore all’occhiello dell’acceleratissimo sviluppo socio-economico del Paese. Nel solo biennio 2016-2017, all’interno degli 800.000 mq fortificati della città sono stati venduti immobili per un valore di oltre 100 milioni di euro a stranieri, il costo della vita si è impennato a livelli senza precedenti e un’ondata di circa venti nuovi boutique hotel si è abbattuta su palazzi storici portando con sé interventi di conversione poco sensibili e non reversibili. Per non parlare dell’epidemia di appartamenti airbnb.

Quello che poteva sembrare un tipico processo di gentrificazione modello Richard Florida, iniziato dalla cosiddetta “classe creativa” in maniera non esclusiva e solo in un secondo momento preso d’assalto da speculatori di vario genere, a La Valletta è stato alterato dalla concomitanza del grande evento Valletta2018 con il boom economico. A farne le spese, oltre a un’ampia fetta di cittadini ovviamente, è l’ambizione di riportare il Paese sulla scena internazionale contemporanea in veste di piccolo ma vivace laboratorio artistico-culturale europeo; un ruolo che l’isola ha ricoperto per secoli a partire dal 1530 quando fu donata all’Ordine dei Cavalieri di San Giovanni da Carlo V.

Baluardo della cristianità, crocevia delle rotte commerciali del Mediterraneo, corte fastosa ed infine colonia inglese, Malta si potrebbe definire incubatore dell’identità europea ante litteram, e la stessa La Valletta ne costituisce tuttora l’esempio più interessante. Fondata in omaggio al Gran Maestro francese Jean de la Vallette da Filippo II di Spagna e da Papa Pio V, che inviò l’architetto cortonese Francesco Laparelli a progettarla nel 1566, conserva intatti la rigida griglia di “città nuova” e l’aspetto barocco pur avendo subito nel tempo profonde trasformazioni: L’ultima di esse reca la firma di un altro italiano, Renzo Piano, il cui masterplan è ora nella fase finale di rigenerazione del fossato e della piazza della Fontana dei Tritoni, adiacente alla nuova porta d’ingresso.

Gli studi maltesi contribuiscono ai processi di trasformazione e stratificazione della città in maniera altrettanto significativa: oltre al citato progetto per il MUZA a firma dello studio DTR, sono in cantiere un vasto ampliamento del Museo della cattedrale di San Giovanni (Architecture Project), e la trasformazione di un intero isolato di Strada Stretta, abbandonato da oltre cinquant’anni, in boutique hotel con tanto di bar e ristoranti di lusso (Chris Briffa). E poi i grandi interventi di restauro del Manoel Theatre, terzo più antico teatro funzionante in Europa (1731), e della cattedrale Anglicana di San Paolo, edificata sulle rovine dell’Auberge d’Allemagne per volere della regina Adelaide nel 1844 (entrambi firmati da Architecture Project).

Strato dopo strato, La Valletta mantiene la propria dinamicità e (si spera) resisterà alla cosiddetta disneyficazione carica d’ingannevoli promesse di rigenerazione che rischia di trasformarla in una noiosa città-museo, un centro di consumo turistico superficiale e parassitario privo di abitanti ma affollato di visitatori.

Il caso del mercato Is-Suq tal-Belt

Costruito nel 1859-61 sul modello di grandi strutture mercatali quali Covent Garden a Londra e Les Halles a Parigi, ha subito negli anni numerose alterazioni – le più significative durante la ricostruzione post-bellica del 1946-50 e successivamente negli anni ’80 in un goffo tentativo di ammodernamento e conversione in centro commerciale che lo ha portato a un rapido declino. Nel 2015, con un bando di concorso pubblico, il Governo maltese ha deciso di affidare il bene in concessione per 65 anni al gruppo Arkadia che, con un investimento di ben 14 milioni, ha portato a compimento in tempi record l’ennesimo progetto di ammodernamento della struttura, ora supermercato, food court e spazio espositivo. Lo studio Archea Associati (Marco Casamonti), specialista nella trasformazione di edifici storici in lounge d’aeroporto (vedi Eataly Trieste, Mercato San Lorenzo a Firenze), ha ripulito gli interni delle superfetazioni non coerenti con il progetto originario, inserendo un’infilata di bar e ristoranti al piano terra e un supermercato al piano interrato. Controverso l’ampliamento al piano superiore, che ha subito varie modifiche in corso di costruzione a causa di petizioni dei residenti che rifiutavano una terrazza per eventi a pochi metri dalle proprie abitazioni (o forse dai loro airbnb). L’incompetenza della Planning Authority maltese nell’affrontare il problema ha portato a un volume modello “navicella-spaziale-atterrata-per-caso” su quel che resta della struttura originaria: vicenda pasticciatissima nella quale ci si chiede dove fosse l’UNESCO. Insomma, dello spirito del mercato rimane poco o nulla. Al posto delle bancarelle che si aspettava da quello che doveva essere, nelle parole di Casamonti stesso, “un mercato modello Boqueria di Barcellona, San Miguel di Madrid”, ci sono sushi take away, catene di gelaterie italiane e un supermercato “di lusso” che vende prodotti inglesi. Quest’ultimo, ad ogni modo, apprezzato dai pochi residenti rimasti, che un supermercato a La Valletta non l’hanno mai avuto.


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