Chiese in Germania, 500 anni dopo la Riforma

by • 29 gennaio 2018 • Mosaico, Progetti5895

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Report sull’architettura ecclesiastica, fra grandiosi cantieri e strategie di sopravvivenza, puntando su integrazione culturale, plurifunzionalità (extra-religiosa) e sostenibilità

 

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BERLINO. Il 2017 è stato l’anno delle grandi celebrazioni per il cinquecentesimo anniversario della Riforma Luterana: un’imperdibile occasione per festeggiare l’ideale nascita dell’identità nazionale tedesca che Lutero, con la lingua, per primo plasmò e che lentamente avrebbe portato, nei secoli a seguire, alla formazione della moderna Deutschland (dal tedesco antico, lett.: “terra del popolo”). Fra gadget commemorativi, fiorire di pubblicazioni storiche, mostre e incontri culturali, l’evento è stato anche terreno di grandi dispute fra gli intellettuali della nuova nazione multietnica, preoccupati che, per contrappeso (laico o religioso) ai numeri dell’incalzante immigrazione, si potesse con ciò cadere nella trappola di manipolazioni populiste e nazionaliste.

In ambito prettamente architettonico, c’è stato, in risposta, poco spazio per polemiche e discorsi politici: le chiese tedesche (non solo evangeliche), divenute committenti di nuovi progetti, hanno intelligentemente sfruttato il momento per far parlare di sé, attirare l’attenzione di media ed esperti sullo stato di degrado e abbandono dei loro edifici novecenteschi, divenuti troppo esosi da mantenere e spesso già predestinati alla demolizione. Il dibattito sulla condizione degli edifici ecclesiastici, sul loro futuro e la loro sopravvivenza ai nuovi stili di vita del contemporaneo – secolarizzato o ibrido di religioni importate e più praticate – ha mosso la Wüstenrot Stiftung a inaugurare un’azione di sensibilizzazione per lo studio di piani di salvaguardia. Se ne evince una profonda crisi delle case comunitarie, svuotatesi di fedeli, difficili da riscaldare, divenute cattedrali di cemento nel deserto delle periferie multiculturali.

La pratica del credo cristiano prevede in Germania un cospicuo coinvolgimento fiscale, fatto di esose tasse che oramai nessuno più vuole o può permettersi. Nei centri minori le Gemeinden vengono spesso soppresse e fuse insieme ad altre in nuove entità: dove si può si costruisce la nuova chiesa comune, vendendo il terreno su cui sorgevano le vecchie per raccogliere un po’ di fondi; oppure se ne restaura una vecchia, magari inglobandola in un edificio multifunzionale. Tutto si tenta contro l’estinzione.

Non in nome di linee guida alla progettazione, dettate da organizzazioni come la CEI, non per un sanguigno, rurale attaccamento alla tradizione religiosa autoctona – come scriveva Pasolini del cattolicesimo italiano – l’ecumene cristiana tedesca punta ancora una volta, per sopravvivere, sul concetto di koinè, sul bisogno di riprendere a parlare una lingua comune, a tutti comprensibile, aperta, anti-idolatrica, pluridimensionale, moderna. La strategia della sopravvivenza si colora così di valenze altre, civiche anzitutto che religiose, a sottolineare il ruolo centrale svolto dalla comunità nei territori urbani: i luoghi riformati delle due chiese di Riforma e Controriforma, le loro nuove case, puntano su integrazione culturale, attività extra-religiose e sostenibilità.

A Berlino come a Colonia non mancano iniziative e progetti per la salvaguardia di chiese come simboli costruiti della memoria: il restauro della cappella di Egon Eiermann nel complesso della Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche e il ridisegno in fieri dell’area circostante il Kölner Dom sono casi emblematici di un impegno condiviso di comunità religiosa e governo cittadino. Analogamente si è proceduto a Lipsia nell’appena conclusa, spettacolare e seguitissima, vicenda dell’Universitätskirche alias Paulinum.

Tuttavia, migliaia sono le chiese meno note e meno ricche da restaurare e salvare dalla lista nera delle demolizioni. Perciò la Wüstenrot Stiftung, madrina della riuscita campagna “Save the concrete monsters!”, ha bandito il concorso nazionale “Kirchengebäude und ihre Zukunft: Sanierung – Umbau – Umnutzung”, per invogliare i professionisti tedeschi a cimentarsi in cantieri di restauro, risanamento-rinnovamento; e gli esiti sono stati di notevole interesse.

Lipsia, Universitätskirche alias Paulinum

Lo spettacolare cantiere ha fatto molto discutere: dopo tredici anni di difficoltoso, osteggiato lavoro, l’architetto olandese Erick van Egeraat ha portato a casa la ricostruzione dello storico polo universitario dell’Alma Mater Lipsiensis, già cattedra del filosofo-matematico Leibniz e prestigioso palcoscenico per le esecuzioni live di Bach e Mendelssohn. Il luogo cultuale originario (1245), domenicano prima, gotico-riformato poi, infine trasformato in neogotica Aula accademica sopravvissuta persino ai bombardamenti del 1943-45, fu fatto demolire, insieme all’attiguo Augusteum di Karl Friedrich Schinkel (1830) e al Café Felsche sull’Augustus Platz, dal governo socialista nel 1968: una pagina triste per la città di Lipsia, che metteva così una pietra sul passato, sulle sue eccellenze e tradizioni, spezzando il secolare legame Chiesa-sapere. Oggetto di terribili critiche sul gusto dell’intervento e tuttavia accolto con trionfale entusiasmo dalla cittadinanza, il nuovo edificio plurifunzionale di van Egeraat è insieme intelligente e straordinario: fonde secolarismo e mistica religiosa, logica ed effetto, presente e memoria, spazio-tempo-architettura. Come non rimanere affascinati dalle stalattiti auto-producenti luce che ricordano gli schizzi di Marlene Moeschke per la Großes Schauspielhaus berlinese o i dipinti di frammentazioni espressioniste di Lyonel Feininger?

Nel nuovo Paulinum (al contempo aula e spazio devozionale), il nitore di gesso e pietra calcarea non svela le vetrate che separano gli spazi, ariosi, non più tripartiti, di un’accennata basilica con transetto: qui è lo spazio sacro, separato dal luogo profano da un diaframma in vetro di oltre 15 spettacolari metri di altezza, mentre gli antichi arredi sopravvissuti decorano musealmente le pareti. Accanto, dov’era un tempo l’Augusteum schinkeliano, sorge l’omonimo nuovo complesso, edificio centrale con aula magna dell’Università, richiamato in esterno dai piani multilivello di copertura in vetro, una lega di zinco e titanio e l’italiano serpentino verde “Vittoria”. In esso il passato fa la sua ricomparsa sotto forma di esili colonne sormontate da statue allegoriche delle virtù profane, nelle gallerie di ritratti e lapidi dei grandi cittadini e nella porta (copia dell’originale da Schinkel) che collega le vestigia dell’antico convento col moderno foro leibniziano.

Il concorso della Fondazione Wüstenrot

Fra i 291 partecipanti, la giuria presieduta da Kerstin Wittmann-Englert (TU Berlin) ha premiato con un democratico, ecumenico ex aequo (e 10.000 euro ciascuno) i progetti di Schilling Architekten (Colonia) per la chiesa cattolica dello Spirito Santo della comunità di San Martino a Olpe, e di Soan Architekten (Bochum) per l’evangelica Friedenskirche a Bochum, con motivazione: “per aver offerto alcune possibili letture e strategie di preservazione di edifici ecclesiastici e loro centri comunitari, in quanto confessioni pubbliche e parti visibili dell’identità culturale, indicando la loro condivisa responsabilità concettuale, economica, sostenibile per la salvaguardia anche del patrimonio architettonico”. I due progetti hanno dato forma con competenza ed estro alla sfida centrale di molte comunità cristiane tedesche, padroneggiandola, ridisegnando e reinterpretando gli spazi sacri al fine di renderli sostenibili a 360°; le due diverse strategie messe rispettivamente in campo possono essere considerate come approcci complementari allo stesso tema.

A Olpe (Heilig-Geist-Kirche) si è risposto con un progetto di estroflessione fisica, quasi mediterranea, di un’identità altrimenti troppo intima e chiusa in se stessa, per creare un dialogo, spaziale e umano, con l’esterno. È nata una nuova chiesa (cattolica), aperta di grandi scorci sull’intorno e vetrate, condivisa, che perfeziona in maniera esemplare, col suo nuovo profilo disegnato da e per la comunità, quanto già esisteva, pastoralmente, liturgicamente e architettonicamente.

A Bochum (Friedenskirche) il ridisegno della Chiesa della Pace rientrava in un progetto pilota di cooperazione con associazioni impegnate nella cura dell’infanzia, della gioventù e per l’immigrazione, al fine di creare un attraente polo distrettuale calato nel contesto sociale e urbano. L’apertura del nuovo spazio di culto è qui da intendersi in senso più metaforico che spaziale: la nuova Sala del silenzio situata al centro del complesso edilizio è infatti multireligiosa e, pur non dimenticando l’origine cristiana, sceglie di non imporsi – con una morfologia sensibile al tema della “soglia” e alle esigenze di ogni credo accolto – sulle differenti estrazioni culturali e religiose dei suoi frequentatori.

Meritano di essere inoltre segnalate altre due proposte, rispettivamente nelle città di Osnabrück (Niedersachsen) e Mannheim (Baden-Württemberg), entrambe destinate a comunità evangeliche-luterane.

Nel progetto per la Kolumbariumskirche Heilige Familie a Osnabrück, Klodwig & Partner Architekten (Münster) hanno felicemente combinato due differenti e impellenti esigenze della comunità basso sassone, consentendo da un lato di preservare dalla programmata distruzione gli edifici della chiesa nella loro forma originale, dall’altro rispondendo al crescente bisogno di nuovi luoghi di sepoltura delle urne (il colombario): la quasi fusione dei due tipi in un unico luogo per preghiera e memoria è suggestiva e dà l’idea di un eterno, caldo abbraccio dei defunti ai cari che partecipano all’assemblea liturgica.

Lo studio Veit Ruser + Partner (Karlsruhe) ha invece firmato il progetto di conversione della Philippuskirche a Mannheim, con soluzioni in grado di rispettare l’identità dell’edificio storico degli anni ’60 – pur rinnovandolo nell’organizzazione spaziale degli interni e dei materiali per i complementi di arredo – divenuto ora al servizio dell’intera parrocchia, non più solo, separate, chiesa e casa canonica.

Lipsia, Universitätskirche alias Paulinum: la carta d’identità del progetto

Committente: Freistaat Sachsen

Progetto: Erick van Egeraat (Rotterdam)

Cronologia
1240: consacrazione della chiesa conventuale domenicana;
1485-1521: riattamento a cattedrale gotica;
1543: passaggio di proprietà all’Università e primo parziale cambiamento di destinazione d’uso ad Aula;
1545: Lutero stesso celebra il rito in occasione della conversione a “chiesa evangelica universitaria”;
1709-1712: costruzione del portale ovest barocco;
1723-1750: luogo di lavoro per J.S. Bach;
1831-1836: costruzione dell’Augusteum su progetto di Albert Geutebrueck – la facciata neoclassica fu progettata da Karl Fredrich Schinkel (1830); degli stessi anni è anche il Café Felsche che chiudeva a destra la facciata della chiesa sull’Augustusplatz;
1943-1945: la quasi totalità degli edifici sulla Augustusplatz viene distrutta dai bombardamenti alleati, eccetto la Paulinerkirche;
30 maggio 1968: demolizione della chiesa rimasta intatta per ordine dei consiglieri comunali e del senato dell’Università Karl Marx, ovvero del governo della DDR, nonostante le proteste di migliaia di cittadini. Fu un atto di rappresaglia: al suo interno, così come nella famosa Zionskirche di Berlino-Mitte, si svolgevano incontri di dissidenti politici e attività carbonare. È interessante ricordare che la rivolta popolare che avrebbe portato alla caduta del muro di Berlino ebbe inizio proprio a Lipsia e nei suoi circoli universitari;
2004: Erick van Egeraat viene incaricato dalla giuria del concorso bandito ad inizio anno della ricostruzione del moderno Paulinum; il suo progetto viene scelto fra i quattro che avevano superato la prima selezione: Behet, Bondzio, Lin (Münster); Peter Kulka (Köln); H.G. Merz (Stuttgart).

Costo dell’opera: circa 120 milioni

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