Ritratti di città. New York e la solitudine dei numeri primi

by • 24 gennaio 2018 • Città e Territorio, Mosaico2052

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Cartolina, folle ed esaltante, dalla Grande mela, in preda a una febbrile attività edilizia e alla corsa in altezza: tra grandi appetiti & grandi firme, paradossi, vedute iconiche che scompaiono

 

NEW YORK. Diller&Scofidio + Renfro, Mayne, Nouvel, Sasaki, Stern, Viñoly, BIG, KPF, SHOP, SOM. Ci sono tutte le principali firme nella grande renovatio – si fa per dire – attualmente in corso a Manhattan. L’isola – e non solo quella – pullula di cantieri. Vecchi progetti in corso di realizzazione (come Hudson Yards), o nuovissimi, stanno colmando le aree – poche – a disposizione; sovraffollando le postazioni cartolina (Central Park in testa, e in ombra perenne viste le altezze degli ultimi arrivati…) e le coste privilegiate del New Jersey o Brooklyn, con puntate persino a Long Island.

Il boom edilizio non conosce sosta e limitazioni, con alcune situazioni paradossali. Come ad esempio fasciare con una galleria vetrata di pochi piani il sunken garden del Citicorp Center (Sasaki Associates), le cui basi non saranno più apprezzabili né visibili interamente, e compromettendo così l’isolamento della chiesetta di Saint Peter fra la 53° e la 3° strada.

Appetiti irriverenti oltre che inspiegabili, che rivelano atteggiamenti culturali inesistenti e rules manipolabili. L’Università Cornell mette su un campus a Roosevelt Island e gli ultimi prati fra quello e il Roosevelt Memorial mostrano già i picchetti delle nuove perimetrazioni. Il nuovo sconfina. E ancora. La Columbia University inaugura l’ultimo suo progetto (Diller&Scofidio + Renfro) spingendosi oltre l’intervento di RPBW alle soglie del Washington Bridge, laddove è ancora possibile scorgere scorie di una metropoli pensata non come appendice urbana ma come parte di una città vivibile e riconoscibile, nella sopravvivenza di una continuità tipologica e architettonica.

Lo stesso Woolworth Building (costruito su progetto di Cass Gilbert nel 1912) è affiancato da un vicino ovviamente più alto, sebbene fortunatamente non vetrato (progetto di Robert Stern), mentre una situazione analoga si profila ai confini della Grand Central Station. La gerarchia iconica ma soprattutto mnemonica della città si avvia a mutare, e per alcuni aspetti è esaltante.

Il cambiamento è New York: e non si tratta di soli edifici. Il Path per il New Jersey, parte della Penn Station trasferita sull’adiacente ufficio postale, l’aeroporto La Guardia da rivoluzionare, piste ciclabili e pedonabilità invidiabili mostrano una vitalità di un’unicità stridente fra attrezzature urbane e modificazioni che in qualche modo contraddicono se stesse; o l’uso che i newyorkesi ne possono fare.

Il web mostra l’elenco dei nuovi dieci super grattacieli che s’insedieranno ovunque, da Wall Street su fino a dove possibile, saltando l’immane complesso sul West Side fortemente voluto dall’ex sindaco Michael Bloomberg per arrivare fino al Bronx con architetture improbabili: piramidi in alluminio, condomini che sembrano edifici del terziario e così via. Riaprendo la corsa ad un primato sull’altezza da anni ’30 ed all’accaparramento di aree su cui innestare strutture vetrate che, alterando il valore immobiliare delle aree immediatamente circostanti, costringerà i residenti a migrare verso nuovi quartieri economicamente più accessibili, ammesso che ne rimangano.

Gli stessi per i quali si allestisce una pedonabilità formidabile. È innegabile che alcuni interventi coraggiosi sul piano degli investimenti (lo stesso gigantesco Hudson Yards), come quelli sulle attrezzature e strutture, invitino a blindare capitali su un settore immobiliare in espansione da riscattare nell’immediato e chiaramente avulso dai risvolti sociali. Chi investe considera le sue luxury penthouses soldi in cassaforte. Abitate che siano o meno. Ed è anche innegabile oltre che inevitabile una mutazione urbana per altri versi auspicabile.

Resta il fatto della difficoltà di poter equiparare New York all’omologazione cui si stanno sottoponendo le principali ed affollate metropoli del globo, dove il gioco delle altezze e lo sguinzagliamento della briglia formale sono la norma (e l’indifferenziazione). Come paradigma del nuovo, New York ha rivendicato e rivendica tuttora una peculiarità che si basa sulle sue matrici culturali (con un apparato museale incomparabile, spesso intrinseco all’architettonico), reali o presunte che siano, in grado a volte di superare anche la modesta qualità di molti dei suoi edifici, qualora paragonati alla dimensione fisica e storica di Chicago.

Ma, di fatto, il problema sembra superarla. È il problema del nuovo nella città, che a New York è quello del nuovo nel nuovo, che sembra indirizzato ad essere portato fuori dalla storia – il nuovo MoMA resta un’incognita -, forzando la griglia o compromettendola quando possibile. Con una preferenza marcata per l’architettura dello “stupore” formale, quello a dimensione temporale limitata. Ground Zero insegna; e paragonare Hudson Yards al Rockefeller Center del West Side – come avvenuto recentemente – conferma lo sbilanciamento del costruito a favore esclusivo della grande finanza. Che riporta l’argomento sulla mancata incisività dell’intervento singolo all’interno del no plan, di cui il parossismo edilizio finisce per esaltare i limiti.

Chiunque volgesse lo sguardo attorno, approcciando l’iperturistica High Line, stenterebbe a localizzarsi nella Grande mela. No Empire, no Woolworth, no Crysler in vista a dare un significato a quello che comporta l’incredibile esperienza di percorrere le strade della più formidabile città del nuovo mondo.

 


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