In Emilia dopo il sisma, tra zucche e rotoballe

by • 10 gennaio 2018 • Città e Territorio, Mosaico, Progetti3423

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Report dalla ricostruzione: le opere griffate Mario Cucinella Architects, l’impegno civile, la voce dei pubblici amministratori

 

A cinque anni e mezzo dalle scosse che colpirono l’Emilia il 20 e 29 maggio 2012, il lavoro di ricostruzione prosegue alacre: grazie alla proroga dello stato di emergenza al 31 dicembre 2020, le amministrazioni del “cratere” prevedono di terminare gli interventi allo scoccare dell’ottavo anno. Un’azione resa possibile anche dall’assunzione interinale di giovani per l’ufficio MUDE, la piattaforma unica per le pratiche edilizie mutuata dalla Regione Piemonte. Nonostante la dinamicità e l’ineguagliabile resilienza di queste campagne, camminare oggi per i paesi colpiti dal sisma provoca ancora una profonda sensazione di straniamento: il terremoto si è portato via i simboli identitari del paesaggio, lasciandosi dietro puntelli e centinature che trasformano l’edilizia padana in Fachwerkhäuser fantasma, fuori luogo e fuori tempo.

 

Un laboratorio, cinque opere “impegnative”

Tra i pochi tentativi di restituire al territorio nuovi monumenti comunitari e fruibili, vi è l’esperienza del Workshop Ricostruzione, coordinata dallo studio Mario Cucinella Architects: un fondo di 7 milioni, raccolto grazie ad una cordata tra Confindustria e sigle sindacali, per colmare le carenze dei finanziamenti regionali e statali e donare architetture ai comuni più colpiti. Nel 2013 erano stati individuati cinque comuni, uno per ciascuna delle provincie interessate dal sisma.

All’inaugurazione in pompa magna della Casa della musica a Pieve di Cento, nel maggio 2017, sta seguendo veloce il completamento delle altre opere. Tuttavia, il loro trasformarsi da eterei render in strutture reali lascia alcuni dubbi sugli esiti dello sforzo progettuale. In bilico tra l’essere «pillole di bellezza», secondo la definizione dello stesso Mario Cucinella, e aliene astronavi nella bassa padana, le architetture rischiano infatti, da lontano, di apparire imbevute di una retorica che difficilmente s’accorda con la pragmaticità di questi luoghi e di chi li abita.

«Qui non siamo abituati alle strutture di design!», ammette Simone Saletti, vicesindaco di Bondeno (Ferrara): il Comune ha appena inaugurato il nuovo Centro polifunzionale e ancora si respira quell’atmosfera mista di esaltazione emozionata e interrogativi coscienti, tipica di ogni novità. Sotto le parvenze di un atteggiamento scettico, la preoccupazione degli amministratori consiste infatti nel saper gestire strutture più “impegnative” del solito. «Abbiamo provveduto con fondi propri alle sedie, ma ci mancano 20mila euro per le tende», commenta Maria Orlandini, ingegnere dell’Ufficio tecnico comunale, indicando le alte pareti vetrate del centro polifunzionale.

Altrove, l’apprensione si focalizza sulla manutenzione di materiali atipici per le umide terre di pianura, come il legno. In fase di cantiere Roberto Angeli, sindaco di Reggiolo (Reggio Emilia), ha così suggerito di adottare listelli in resina per realizzare il cestino esterno della Scuola di danza. Addossata agli spogliatoi del centro sportivo, la “zucca di Reggiolo” agisce in modo parassitario: doterà entrambe le strutture di un unico impianto di cogenerazione, oltre ad avvicinare il mondo della danza a quello del calcio. Il connubio ha subito stuzzicato l’amministrazione, che ci ha visto la possibilità di rivitalizzare un’area residenziale ai margini del centro abitato: «Ai 700mila euro del Trust, il Comune aggiungerà in primavera una quota di 500mila euro per realizzare infrastrutture di collegamento, tra cui alcune piste ciclabili».

Analogamente, anche la Casa della musica a Pieve di Cento (Bologna) si è trasformata in un pretesto per rilanciare un intero comparto. Realizzata nei brownfields bonificati della Lamborghini, la sua presenza ha innescato un processo di rigenerazione tramite nuove aree verdi e colorati murales, entrando a pieno titolo in quello che Valerio Borgonuovo, assessore alla Cultura, definisce «quartiere delle arti». Senza dubbio la vicinanza alla Città metropolitana di Bologna permette una pianificazione più attenta del panorama culturale locale, ma lo sforzo locale non è così scontato. Infatti, in un territorio ormai purtroppo votato unicamente al turismo del cibo di massa, a Pieve, nonostante le ferite ancora aperte del terremoto, si scommette con orgoglio sulla cultura.

A uno sguardo più attento, dunque, e interrogando gli amministratori che, uno dopo l’altro, stanno prendendo in carico le architetture progettate dal Workshop, si comprende come questi progetti siano davvero specchio di esigenze reali. Come il piccolo Hub Oltrepò Mantovano, incastonato nel centro storico di Quistello (Mantova), che offre ad aziende e privati la possibilità di affittare uno spazio professionale, con una flessibilità d’orario inusuale per una realtà di provincia. Ma anche la necessità di restituire spazi consoni alle storiche scuole di musica a Pieve e di danza a Reggiolo, o di far convergere nella cucina didattica di Bondeno le locali eccellenze alimentari su cui il Comune sta scommettendo.

In coda a un’antologia di architetture ludiche e aggregative, il Comune di San Felice sul Panaro (Modena) ospiterà un nuovo centro assistenziale per persone con disabilità gravi: «Il progetto, in linea con le micro-residenze per persone anziane inaugurate nel 2014, aumenterà l’attuale capacità residenziale, con ulteriori posti letto: l’inaugurazione è prevista per la prossima primavera», spiega con acceso pragmatismo il sindaco Alberto Silvestri. Accanto al suo ufficio, nel Municipio provvisorio, si estendono i due maggiori locali della struttura: sono gli uffici dedicati alle pratiche MUDE, che assorbono la maggior parte delle energie dell’amministrazione.

 

Retorica vs catarsi

“Pillole” di una bellezza non solo estetica, insomma, e intrise di urgente utilità. La retorica rimane forse solo nel gesto architettonico: spesso, infatti, appare scontata la formauna scuola di musica come una batteria, una scuola di danza come una zucca di Cenerentola, l’edificio bondenese che evoca silos di grano e balle di fieno (ormai affettuosamente soprannominato “rotoballe” dagli abitanti). Tuttavia, di fronte al loro ruolo nelle piccole comunità che le hanno accolte, l’architettura passa in secondo piano e la retorica svanisce.

Il futuro potrà forse nascondere insidie economiche e gestionali per questi edifici, ma l’impegno delle amministrazioni dimostra la buona volontà di non far cadere nel vuoto l’investimento del Trust. Il Workshop Ricostruzione, più di altre esperienze simili (il costosissimo Auditorium del parco firmato RPBW all’Aquila o l’altrettanto oneroso polo “Amate Amatrice” di Stefano Boeri), sembra aver raggiunto con velocità e attenzione due difficili obiettivi: caricare l’architettura del suo miglior potere catartico, in grado di superare la tragedia pur ricordando il terremoto e, al tempo stesso, distribuire equamente risorse tra i comuni colpiti.

La speranza è che dopo i presidenti e le inaugurazioni, i fotografi e i giornalisti, le architetture del Workshop non siano solo «pillole» placebo per rendere più digeribile il processo di ricostruzione, ma possano davvero configurarsi quali motori di una rigenerazione capace di valicare la memoria del sisma.


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