San Teonisto: il silenzioso segno di Tobia Scarpa

by • 4 gennaio 2018 • Interviste2144

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L’architetto racconta il sodalizio con Luciano Benetton, la stratificazione storica e il segno progettuale

 

Da spazio depauperato ad auditorium musicale. È una storia travagliata quella dell’ex chiesa di San Teonisto, attestata sin dalla prima metà dell’anno Mille come rientrante nei possedimenti dell’abbazia benedettina di Santa Maria di Mogliano e divenuta poi parte integrante d’un complesso conventuale femminile nella stessa città di Treviso. La chiesa ebbe il suo apice nel Settecento per poi conoscere le soppressioni napoleoniche e i bombardamenti del secondo conflitto mondiale. Tobia Scarpa ripercorre vicissitudini e rinascita d’un edificio o, meglio, di un «ambito sacro» che diventa «caposaldo della storia stessa della città».

L’architetto racconta il lungo sodalizio con Luciano Benetton che nel 2010 acquista il bene dal comune, la stratificazione storica emersa da ulteriori indagini della Soprintendenza per la realizzazione delle due tribune reclinabili, il loro funzionamento, il segno progettuale. Anche se, afferma, «davanti a certe situazioni, dove il passato ha diritto di rappresentarsi, l’architetto deve tacere».

 

Come si presentava San Teonisto prima dell’intervento?

Il percorso iniziato qualche anno fa, nel 2010, è frutto d’un lavoro congiunto di persone che si ritrovano e si affidano l’una all’altra: mi riferisco al rapporto di collaborazione pluriennale con Luciano Benetton e la Fondazione Benetton Studi RicercheSan Teonisto allora giaceva in uno stato di abbandono. Il fine era quello di trasformare e consegnare questo spazio di origine sacra ad una diversa destinazione d’uso (i lavori si sono conclusi nell’ottobre scorso, ndr.). È iniziata così una danza tra architetto e Soprintendenza che rientra nella mimica del tempo. Indispensabile è risultato l’inserimento di due scalinate ma con un meccanismo a scomparsa per lasciare a questo spazio ad aula unica la sua area originale.

 

Tecnicamente come funziona il sistema reclinabile delle tribune?

Si tratta di un meccanismo semplicissimo: un motore elettrico fa girare contemporaneamente due viti senza fine che a loro volta traggono o allontanano il pilastro che regge le scalinate. È stato necessario rialzare di 40 centimetri la quota del nuovo pavimento per creare il volume d’ingombro: le due strutture, piegate e abbassate vi si collocano all’interno. Gli scavi sulla pavimentazione hanno però dato alla luce cose antiche e perdute con un risultato sorprendente: hanno fatto emergere le stratificazioni di questo luogo, lasciando “parlare” la chiesa. La continuità insediativa è attestata da resti risalenti all’età del ferro, poi del periodo romano, di quello medievale sino al Settecento, fase finale e di maggior opulenza dell’edificio. Tutte testimonianze oggetto dei dovuti rilievi da parte della Soprintendenza e poi ricoperte. Questa piccola chiesa è insomma un caposaldo della storia stessa della città. Anzi, più che di chiesa parlerei di ambito. Uno spazio che si è confermato come argomento sacro e che ha dato fortemente dei segnali.

 

Che cosa è stato possibile restituire della storia dell’edificio? Possiamo affermare che il risultato attuale rimanda all’assetto seicentesco e settecentesco della chiesa, restituendola al periodo di suo massimo splendore?

Lo splendore di allora era molto alto e derivante dall’azione delle consorelle, ricche e colte. Purtroppo, in seguito al bombardamento del 1944, molto è andato perduto. La chiesa custodiva opere di pittori di fama (tra cui Giacomo Lauro, Carletto Caliari, il Padovanino. 19 opere delle 22 originarie sono appena state ricollocate, ndr.); raffinati manufatti di legno e dorati, l’organo di Gaetano Callido, perduto anch’esso come la piccola scala che serviva per raggiungerlo. Considerata la destinazione d’uso ad auditorium è stato necessario un attento studio acustico anche se le chiese antiche hanno una loro sonorità profondamente incarnata ed una particolare risposta spaziale. Dominare queste forze che oserei definire quasi “telluriche” non è facile. Ora, finiti i lavori operativi, si cercherà di mettere ulteriore ordine gestendo man mano tutte le difficoltà che emergeranno. Per esempio il concerto d’inaugurazione ha restituito un risultato meraviglioso per quanto riguarda alcuni strumenti. Per altri, come per il pianoforte, ha dato risposte in cui emergono elementi da correggere. I riverberi sonori indesiderati vanno controllati.

 

A suo avviso dove emerge maggiormente il suo segno progettuale?

Al di là di piccoli elementi formali, direi nella struttura generale, nell’aver determinato i passaggi, l’ingresso, nell’aver modificato lo spazio interno con l’aggiunta delle gradinate. Diciamo che l’elemento progettuale non è rivoluzionario, è molto conservativo proprio per non procurare perdita d’informazioni, di segni. Davanti a certe situazioni dove il passato ha diritto di rappresentarsi l’architetto deve tacere. A volte è una sofferenza per il progettista.

 

Il tratto forse più evidente è la cesura che caratterizza il soffitto…

La bomba che esplose nel 1944 ha distrutto la settecentesca decorazione del soffitto (ad opera di Jacopo Guarana, ndr.) e l’intero tetto, lasciando il bordo frastagliato delle pareti perimetrali. Questo bordo si poteva benissimo negare. L’architetto invece ha pensato bene di ricordarlo: ho voluto segnarlo e tenerlo staccato da quanto di nuovo stavo costruendo identico a quello antico. È come fosse una piccola cesura che evidenzia un’aggiunta…è come un monito che dice: “sappilo”. Avrei voluto enfatizzare questa fessura con una marcatura cromatica fatta d’un piccolo segno grigio, quasi si trattasse della slabbratura di una ferita su di un corpo: è sempre spiacevole da vedere ma se io la faccio diventare eroica diventa una cosa da esporre. Questo però non è stato apprezzato dalla Soprintendenza e ho così dovuto rinunciarvi.

 

La sua firma si riconosce anche nei quattro lampadari che illuminano l’ambiente: li ha disegnati lei…

Questi due elementi rappresentano un tentativo di esprimere l’epoca nella quale viviamo e contemporaneamente vogliono segnalare il livello di conoscenza tecnologica. I lampadari tradizionali hanno un’asta che scende, dei bracci a sbalzo con eventuali decori formali. La struttura invece da me proposta è costruita con astine curve che vengono bloccate le une alle altre. Si tratta d’una struttura quasi “spaziale” sulla quale sono posizionati piccoli elementi di decoro: le piastrine di vetro soffiato che contribuiscono a caratterizzare l’oggetto.

 

 


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