Ferrara, nell’ex carcere la storia ebraica sta stretta

by • 20 dicembre 2017 • Mosaico, Patrimonio, Progetti1772

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Inaugurata, con una mostra di prefigurazione, la prima parte del Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah, in attesa del cantiere degli interventi ex novo

 

FERRARA. Il 13 dicembre, con la mostra “Ebrei, una storia italiana. I primi mille anni” (aperta fino al 16 settembre 2018), è stato inaugurato il MEIS, il Museo dell’Ebraismo italiano e della Shoah. Concepita dai curatori Anna Foa, Giancarlo Lacerenza e Daniele Jalla come una “prefigurazione del museo”, l’esposizione ricostruisce la presenza ebraica in Italia dal periodo dell’antica Roma, passando ai primi secoli della Cristianità, fino all’alto Medioevo. Quella che si delinea è l’articolata vicenda di una rete di diverse comunità, diffuse in particolare nel sud della penisola con caratteristiche peculiari e molto definite, in contatto con il Mediterraneo e l’Europa; la storia di una minoranza che si pone sempre in relazione alla maggioranza, salvaguardando tuttavia la propria specificità.

 

L’allestimento della mostra

Disegnato dallo studio GTRF di Brescia, presenta soluzioni molto classiche, improntate a una forte sobrietàforse troppo per un museo che vuole raccontare una storia eccezionale come quella della (bi)millenaria presenza ebraica in Italia – ed è stato realizzato all’interno del corpo celle dell’ex carcere di Ferrara, complesso costruito nel 1912 e dismesso nel 1992, individuato nel 2007 come sede del nuovo museo. Una scelta che ha generato importanti e ardue sfide progettuali.

 

Il concorso

Nel 2011, infatti, è stato bandito un concorso per adeguare la struttura dell’ex carcere alla nuova destinazione d’uso: la difficoltà della progettazione stava proprio nella gestione del rapporto tra il carattere originario dell’edificio preesistente e il suo ripensamento, attraverso un nuovo disegno che potesse trasformarne la natura. Da luogo di esclusione e reclusione a luogo d’inclusione, da spazio di coercizione a spazio di accoglienza, da area separata e recintata a nuovo giardino dal perimetro poroso. Il complesso del carcere era stato, nel bando di concorso, suddiviso in tre diversi blocchi: la palazzina d’ingresso, un corpo mediano di servizio, il corpo celle. La palazzina e l’edificio delle celle sono stati vincolati con decreto del Soprintendente Regionale del 16/9/2003 in quanto testimonianza della tipologia carceraria moderna. Rispetto all’edificio di servizio, i partecipanti erano liberi di scegliere se mantenerlo oppure sostituirlo: la scelta vincente, proposta dagli studi Arco e Scape, era stata quella di realizzare al suo posto un volume formato da quattro parallelepipedi, sospesi e permeabili, più un quinto da posizionare tra il muro di cinta e il corpo celle, disegnando così il nuovo fronte del museo, rivolto verso la darsena. Cinque volumi-libro, con un riferimento simbolico ai cinque libri del Pentateuco (simbolico, in quanto la Torah ebraica è un rotolo, non un libro).

 

La prima parte dell’intervento

In questa prima fase del MEIS ora inaugurata, i nuovi corpi del progetto di concorso non sono ancora in cantiere (tuttavia previsto in tempi brevi, grazie a un finanziamento che ne copre l’intero costo), mentre è stato completato il restauro dei due edifici preesistenti.

La palazzina è stata recuperata da un gruppo di lavoro voluto dalla Direzione generale dell’Emilia Romagna, la Soprintendenza per i Beni architettonici e per il paesaggio e il Comune di Ferrara e aperta già nel dicembre 2011.

Il corpo celle è stato restaurato secondo il sistema di certificazione GBC Historic Building, che si applica a recuperi di edifici storici rispettosi del bene ma improntati alla cultura della sostenibilità. Per ospitare lo spazio di accoglienza visitatori, i servizi e una scala di accesso ai piani del corpo celle, è stato realizzato un padiglione temporaneo – funzionale ed essenziale, quasi “di cantiere” – nell’area verde a metà tra i due edifici storici, là dove saranno costruiti i quattro volumi centrali del nuovo museo, la cui realizzazione è prevista per il 2020.

L’esposizione – che raccoglie più di duecento oggetti provenienti da musei archeologici e collezioni storiche di tutto il mondo – si propone di valutare l’impatto cognitivo del pubblico che la visiterà, traendone indicazioni per l’allestimento del futuro museo. Forse, all’indomani dell’inaugurazione di questa prima fase, è necessario anche riflettere sull’oggettiva difficoltà d’uso del corpo celle come spazio espositivo, trasformato in un percorso labirintico in spazi angusti. Dare luce all’articolata e sorprendente storia ebraica italiana merita una presentazione orientata a coniugare conoscenza, scoperta e meraviglia.


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