J’aDior, ma non troppo: mostra bellissima e impossibile da visitare

by • 19 dicembre 2017 • Mosaico, Reviews1647

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Confusioni tra scenografia e allestimento per la mostra Christian Dior, Couturier du Rêve al Musée des Arts décoratifs di Parigi per festeggiare i 70 anni della casa di moda francese

 

 

PARIGI. L’occasione è delle più uniche: settant’anni di storia della maison Dior raccontati attraverso trecento abiti, materiali originali, opere d’arte e quanto di meglio e di più si possa immaginare nella cornice delle sale del Musée des Arts décoratifs nel complesso del Louvre per un totale di 3.000 mq.

A dispetto delle premesse, però, la visita non è priva di sorprese.

Su un noto sito dedicato alle recensioni di viaggio compare l’apodittico giudizio «mostra bellissima, impossibile da visitare». Al di là delle nevrosi che colgono il turista anche nelle migliori occasioni, l’affermazione non è priva di fondamento. Non tanto e non soltanto perchè la mostra presenta un evidente problema di sovraffollamento (troppe opere per questi spazi e un’evidente sottovalutazione dei flussi di visitatori attirati da eccezionali materiali esposti), ma perchè visitandola si assiste e si è vittime di un evidente contrasto fra la scenografia, realizzata come strumento per la messa in scena delle opere, e l’allestimento che avrebbe dovuto essere il mezzo per organizzare lo spazio nel modo migliore per comunicare la straordinaria avventura del “sarto del Sogno” e, nel caso, anche per esporre le scenografie a lui dedicate. La mostra è un susseguirsi di scene, porzioni di spazio che deveno essere inquadrate dal visitatore, quasi una macchina da presa umana, e che costituiscono lo sfondo di una rappresentazione costituita dai settant’anni di storia della Maison.

Nella prima parte il modulo espositivo è quasi sempre una vetrina sulla quale schiacciarsi per vedere abiti, modelli, foto, quadri, documenti, opere ammassate contraddistinte da un horror vacui non così facile da trovare in tempi recenti nei musei. Le persone lasciano impronte sui vetri, alcuni come bambini felici che desiderano ammirare i propri giocattoli, altri costretti dall’impeto altrui e visibilmente infelici. Così si susseguono una galleria d’arte, un atelier, una strada, un boudoir e un giardino, sempre scene statiche sulle quali il pubblico si affaccia e, anche quando entra nello spazio del giardino pensile, creato dagli artisti Wanda, la moltitudine di fiori di carta è sempre un effetto decorativo e mai un elemento di costruzione dello spazio.

L’allestimento come architettura della comunicazione in una dimensione temporale data è qui materia sconosciuta. Al punto che, quando, dopo aver lasciato le basse sale del museo tradizionalmente dedicate alla moda, si riattraversa l’ingresso per recarsi nella grande navata che caratterizza la manica dell’edificio lungo rue de Rivoli – quale superiorità rispetto alle elementari norme di costruzione di un percorso! -, provati da una serie d’invenzioni che vanno da un bianco casellario ad una sfilata di stanze dedicata agli stilisti dei sei decenni venuti dopo Christian, quando, dopo tanta fatica, si giunge alla fatidica navata sembra che, francamente, più che ad una citazione della sala degli specchi di Versailles ci si trovi di fronte ad una gigantografia del castello di Barbie. Il cambiare delle luci, dall’azzurrino principe al rosa tutto confetto, non fa che confermare la sensazione. Gli abiti meravigliosi e le icone delle bellissime e famosissime donne che li hanno indossati sono sublimati da alzate di torte nuziali e presentati su vassoi da pasticceria. Si esce da un lato, quasi espulsi casualmente e, con dolore, ci si scontra nuovamente con il flusso degli entranti impegnati nella traversata di cui sopra.

Mostra dunque bellissima, ma impossibile da visitare? Forse sì, almeno nella misura in cui gli stilisti dovrebbero costruire sogni lunghi settant’anni, gli scenografi disegnare scene nelle quali la vita umana è ricreata dagli attori, gli architetti concepire allestimenti che servano ad esporre, al servizio del pubblico e delle opere, senza mettersi in mostra.

Christian Dior, Couturier du Rêve

Musées des Arts décoratifs, Parigi

Dal 5 luglio 2017 al 7 gennaio 2018

Curatori :

Olivier Gabet, Direttore dei Musées des Arts décoratif

Florence Müller, Conservatore per le arti tessili e la moda, Avenir Foundation, Denver Art Museum

Scenografia :

Nathalie Crinière

Christian Dior, Couturier du Rêve

L’esposizione celebra il sarto del sogno, il mito senza tempo di Dior. Strutturata in ordine cronologico dal 1947 al 2017, è articolata nei vari periodi scanditi dagli stilisti della maison, da Dior a Yves Saint Laurent, Marc Bohan, Gianfranco Ferré, John Galliano, Raf Simons, fino alla più recente ed acclamata Maria Grazia ChiuriLa scenografa Nathalie Crinière ha inteso dividere la prima parte della mostra in diversi contesti rappresentativi dello stile di Dior: una galleria d’arte, un atelier, una strada, un boudoir e un giardino. Nella seconda parte, un percorso suddiviso in stanze ripropone cronologicamente i “grandi stilisti” di Dior, dividendo la storia del marchio in diversi periodi.

I grandi protagonisti della mostra sono – naturalmente – gli abiti. Oltre agli abiti, in maniera esaustiva, sono esposte tele, fotografie di moda nonché illustrazioni, schizzi, fotografie di reportage, lettere e manoscritti, documenti pubblicitari nonché cappelli, gioielli, borse, scarpe, flaconi di profumo ed altro ancora. Dior è stato prima gallerista e poi appassionato d’arte e di musei. Nella sua opera creativa si nota l’interazione con quadri, mobili e oggetti d’arte anch’essi presenti in mostra, rivelando le relazioni che il couturier ha saputo costruire tra moda e arte, definendo così l’essenza della Maison. I commissari, Florence Müller e Olivier Gabet, hanno concepito l’ordinamento della mostra secondo un percorso cronologico e tematico che unisce, per la prima volta, gli spazi dedicati alla moda e quelli della navata del museo, per un totale di quasi 3.000 mq.

La passione di Dior per i fiori e i giardini, che ispira da sempre le creazioni della Maison, è servita agli artisti Wanda per concepire un’istallazione fatta di una moltitudine di fiori di carta a guisa di giardino pensile. Al centro si ammirano gli abiti a fiori di Dior e dei suoi successori fino a Maria Grazia Chiuri, collocati tra le opere di Claude Monet e Marc Quinn. L’esposizione vuole raccontare come e quanto Dior sia stato importante per la storia della moda da quando, negli ormai lontani anni ’40-’50, fece dimenticare le ceneri del dopoguerra inventando un nuovo, irresistibile modello di femminilità fatto di pizzi, ricami, lavorazioni raffinate, gonne a corolla all’insegna di un’eleganza senza tempo.

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