Stati Uniti, così si sono riciclate le fabbriche/2. Il caso di Pittsburgh

by • 18 dicembre 2017 • Città e Territorio, Mosaico2213

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Seconda parte del report dai luoghi dell’urban manufacturing. Con un affondo su Pittsburgh, dove la produzione sta riconfigurando la città

 

Leggi la prima parte

 

Sempre più piani e progetti lavorano sulla reintegrazione della produzione in città, facendo delle attività job/income-generating i principali catalizzatori della rivitalizzazione urbana. Riprendendo le parole di Maarten Hajer in The Next Economy (Rotterdam 2016), si tratta di un’opportunità per affrontare le principali sfide delle città nel XXI secolo: disoccupazione, disuguaglianze, sfruttamento delle risorse e una crescita urbana basata su infrastrutture obsolete e sovra tassate. A queste si aggiunge, a maggior ragione negli Stati Uniti, la crescente insostenibilità economica delle città, soprattutto da parte di quei lavoratori che svolgono attività chiave per il funzionamento di esse. Se il lavoro e le opportunità economiche sono i principali motori di attrazione delle persone in un luogo per rivitalizzarlo, diventa dunque centrale nelle politiche urbane il “fare/rifare spazio” per la produzione (urban manufacturing) così come ripensare il diritto alla città attraverso tematiche quali i trasporti pubblici, laffordable housing e l’adeguamento dei programmi educativi alle trasformazioni industriali. Fondamentali in questo senso sono state le ricerche condotte dal MIT-Industrial Urbanism, Nina Rappaport-Vertical Urban Factory, Pratt Center for Community Development, Urban Manufacturing Alliance, Brookings Institution, SFMade, Detroit Future City, Portland Made/Portland State University, e molte altre.

 

La prassi del riuso

La reintegrazione della produzione in città attraverso interventi di riuso di edifici industriali esistenti pone le sue radici negli anni ’80 (se non prima) e continua ancora oggi, sebbene le politiche siano acerbe, disattente o inesistenti. I progetti di riuso constano di “semplici” rifunzionalizzazioni dello spazio: dalla messa in sicurezza all’installazione di servizi e all’ammodernamento di reti tecniche (soprattutto internet ed elettricità). Lo spazio viene suddiviso in moduli minimi aggregabili e gli elementi distributivi vengono ripensati per garantire la massima funzionalità nei flussi di merci e persone. Elemento chiave risulta inoltre la gestione della durata e del canone di affitto. Queste attività investono in tecnologie e forza lavoro piuttosto che in infrastrutture, in particolare nelle prime fasi che più esigono una collocazione urbana; non posseggono un proprio spazio produttivo ma lo affittano o, ancora meglio, lo condividono. Per questo (e per necessità) si tratta d’investimenti e interventi minimi sull’edificio che si sviluppano in modo incrementale in un arco temporale lungo. Strategie alternative rischierebbero d’implicare affitti inaccessibili, con conseguente espulsione dalla città. Vista la forte interdipendenza tra la presenza di grandi imprese tecnologiche, centri di ricerca, università e il proliferare di piccole/medie attività produttive, investire su queste ultime garantisce a sua volta una maggiore competitività per le città quando si trovano, ad esempio, a dover concorrere per aggiudicarsi il nuovo headquarter di Amazon. Da qui la necessità di prevedere nelle città spazi capaci di assorbire differenti fasi di sviluppo di una manifattura: dalla singola persona in un makerspace o in un garage, alla start-up in un incubatore o in un hub multi-impresa, fino a crescere a volumi incompatibili con la città ma adatti ad insediarsi in zone urbane periferiche più funzionali ed efficienti.

 

Il caso di Pittsburgh

Pittsburgh ci racconta come queste dinamiche prendano via via forma e influenzino il tessuto urbano, sociale ed economico.

Nel 1996 il National Robotics Engineering Center (NREC), centro di ricerca della Carnegie Mellon University, si ricolloca in un’ex fonderia di Lawrenceville, quartiere che riflette un modello ricorrente a Pittsburgh: una strip di fabbriche lungo il fiume adiacenti alle residenze operaie, anch’esse situate sul terrapieno pianeggiante creato appositamente per l’industria – l’upper class risiedeva sulle upper hill. Tra il 1996 e il 2002 la no-profit Regional Industrial Development Corporation (RIDC) acquisisce due siti confinanti con NREC occupati dalla Chocolate Factory (dismessa nel 1996) e dagli edifici abbandonati (in larga parte demoliti) della Happenstalle Steel Company, che insieme costituiscono oggi il Lawrenceville Technology Center. Il primo inizia lentamente ad essere riconvertito da edificio mono a multi-impresa, ma il vero impulso per l’area arriva nel 2013 con la riqualificazione di una parte della fonderia per la Carnegie Robotics, spin-off di NREC.

Contemporaneamente, anche il focus della Chocolate Factory si sposta su piccole imprese o start-up operanti nel settore dell’innovazione e della robotica. Forti dell’esperienza acquisita dai progetti di rifunzionalizzazione industriale, la RIDC costruisce ex novo nello stesso sito il Tech Forge, edificio che offre spazi flessibili ad uso industriale. A questi si affianca l’Ice House, riqualificato a partire dal 2000 per ospitare una comunità di artisti, e attualmente occupato principalmente da imprese di robotica e creativi, altro settore protagonista della rigenerazione dell’area. Nel 2013 Tech Shop, catena statunitense di makerspace, apre a Bakery Square, ex Nabisco Factory dove Google si trasferisce pochi anni prima. Come avviene per altri shop della catena, questo spazio consente a numerose imprese di formarsi e crescere: alcune rimangono attive dentro il makerspace, mentre altre si trasferiscono in edifici industriali che in questi stessi anni vengono rifunzionalizzati.

Negli stessi anni, Howard Eisner decide di affittare come magazzino parte del suo edificio industriale, adiacente al sito, di cui al momento occupa solo parzialmente il piano terra con la sua attività. Contrariamente ai piani, si presentano artigiani, artisti, startup e piccole imprese, trasformando così l’attuale X Factory in un coworking, hub di produttori alimentari, artisti, e altre imprese manifatturiere.

Sempre nel 2013, una manifattura di componenti per macchinari CNC mette sul mercato l’edificio al 7800 Susquehanna Street (ex Westinghouse Electric Company) occupato dall’attività solo al piano terra: ispirandosi ai modelli del Brooklyn Navy Yard e del Greenpoint Manufacturing and Design Center, nel 2014 Bridgway Capital acquista e riqualifica l’edificio. BoXZY, produttore di stampanti 3D multifunzione nato dentro Tech Shop, è uno dei primi a stabilirsi nell’edificio, occupato attualmente all’80% da artisti, altre manifatture e laboratori di formazione professionale. È in chiusura la riqualificazione dell’ultimo piano che, data l’imminente chiusura di Tech Shop causata anche da un affitto diventato ormai insostenibile, si prepara ad ospitare il makerspace riorganizzato sotto forma della no-profit Protohaven.

Tra il 2014 e il 2015 un developer privato acquisisce un complesso di edifici industriali, informalmente chiamato Mine Factory, a Point Breeze (tra la X Factory e 7800 Susquehanna Street), precedentemente occupato dalla Mine Safety Appliance (MSA) e da un servizio di self-storage. Rimasto vacante, l’edificio viene qualche anno prima rioccupato da diversi artisti e dallo Studio 201 della Carnegie Mellon School of Drama. Con il cambio di gestione a questi si aggiungono associazioni no-profit e piccole imprese manifatturiere, tra cui Kerf Case nata tra Tech Shop e il woodshop della Carnegie Mellon University; i progetti futuri prevedono un mixed-use di spazi pubblici, attività industriali e commerciali e si auspica che si attivino internamente al progetto politiche di supporto delle attività manifatturiere, che potrebbero altrimenti competere con gli affitti previsti per commercio e uffici, con conseguente espulsione. Infine, nonostante le controversie, con l’avanzamento dei progetti dell’Almono (Mill19) e dell’Uptown Innovation District ci si aspetta che dinamiche simili prendano forma anche lungo la riva nord del fiume Monongahela.

Concludendo, è importante sottolineare che Pittsburgh città industriale inizia già dagli anni ’40 a prendere consapevolezza della necessità di diversificare la propria economia a fronte dei cambiamenti in corso nell’industria e delle sempre più insostenibili problematiche ambientali e sociali che ne derivano. Da qui la scelta di puntare su educazione e innovazione come settori trainanti, scelta che ha visto i suoi frutti nei decenni successivi e ci consente di osservare le conseguenze della rivoluzione industriale attualmente in corso e dagli esiti ancora molto incerti. I luoghi della rioccupazione industriale possono dunque fornirci alcuni spunti di riflessione al riguardo, per lo meno per quanto riguarda la relazione tra produzione, città e società.

 

 

 


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