Luca Montuori: l’architettura è un atto politico (ma Roma se l’è scordato, lasciando mano libera ai privati)

by • 14 novembre 2017 • Città e Territorio, Interviste, Mosaico2787

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Intervista all’architetto e assessore all’urbanistica di Roma: servizi, infrastrutture, nuovo stadio e le difficoltà della città eterna a stare al passo con la concorrenza

 

Luca Montuori, architetto, professore associato di Progettazione architettonica e urbana, nipote di Eugenio Montuori (uno dei protagonisti dell’architettura romana e italiana del Novecento) e figlio di Francesco Montuori (GRAU), dalla primavera di quest’anno, dopo le dimissioni di Paolo Berdini, lei è assessore all’Urbanistica. Quali sono le sue priorità?

Noi abbiamo tre priorità di grande importanza. La prima è riuscire a indirizzare lo sviluppo della città su alcuni nodi infrastrutturali importanti e nonostante si sia parlato, fin dal 1995, di cura del ferro, la città è cresciuta pensando unicamente al trasporto su gomma. A tal proposito abbiamo a nostro vantaggio alcuni articoli della legge sulla rigenerazione urbana. Un altro problema riguarda i Piani di zona, con infrastrutture non finite, proponenti che non hanno rispettato i patti e quindi cittadini che pensavano di aver acquistato casa e si ritrovano a non essere più proprietari… C’è un problema politico che va oltre la forma della città. E poi il completamento del secondo PEEP e in che modo lo facciamo, con l’obiettivo di realizzare almeno le infrastrutture primarie. Contemporaneamente, dal fronte dell’architettura, che forma deve assumere la città? Roma è fatta di pieni e vuoti che ne hanno definito l’immagine storica, perché non nasce sul cardo e decumano, ma sulla forma del suo territorio e del suo paesaggio e quindi questa caratteristica determina il corpo e la forma della città. E di conseguenza assume rilevanza il rapporto tra la città e il suo patrimonio in un’ottica contemporanea di sviluppo della città stessa, che ha impedito a Roma di essere moderna. Se da una parte troviamo il centro storico isolato dal resto, eletto a parco divertimenti, non più per turisti ricchi bensì per la massa, dall’altra abbiamo una modernità relegata in quella periferia dove tutto è possibile. In fondo cos’è Roma moderna? E’ un problema, come nel caso del Villino di Gino Coppedè (recentemente abbattuto) che andava bene a Torvaianica ma non nel centro, la stessa cosa che disse Gianni Alemanno della teca di Richard Meier. Come se esistesse un’architettura del centro e una della periferia… Oggi stentiamo a capire qual è stato l’apporto della modernità italiana alla modernità europea: non è l’architettura della macchina di Walter Gropius o Mart Stam ma un’architettura che riflette sulle forme, sul rapporto con il territorio, antico e moderno, un’attitudine più romana che milanese. Estromessa volontariamente anche dai libri di storia…

Esiste un “progetto politico” di città per la metropoli romana del Movimento Cinque Stelle? Se sì, quanto la può condividere un assessore, che apparentemente è un tecnico ma di fatto ha un ruolo politico?

L’architettura in ogni sua scelta è politica, il fatto che io sia in questa giunta dimostra un’apertura al dialogo che in altre stagioni non c’è stata perché ideologica. Dopotutto io ho smesso di identificarmi con i partiti politici tradizionali ormai da molto tempo. Trovo che ci sia stato un difetto nel leggere le trasformazioni in atto.

Le scelte non sono mai meramente tecniche, la sfida è immaginare il futuro della città al di fuori dei processi lineari di pianificazione del moderno, in una forma fluida fuori dagli schemi precostituiti che le città e i loro amministratori hanno immaginato. Ad esempio in America Latina la capacità degli amministratori è stata individuare dei poli forti, edifici senza consequenzialità forma-funzione, come nelle basiliche romane, nelle quali possono succedere molte cose e questo approccio ti aiuta a tirar fuori delle narrazioni che noi amministratori non conosciamo. Mentre nel passato si pensava allo sviluppo delle città seguendo lo zoning o il funzionalismo, oggi bisogna intercettare le cose che succedono e farle emergere, costringendo gli architetti a lavorare sulle infrastrutture. Pongo anche la questione del progetto dell’oggetto architettonico: dev’essere un elemento neutro, non figurativo, di cui i cittadini si appropriano, oppure dev’essere un oggetto espressivo che diventa un’icona con cui le persone s’identificano?

Quello che dice è vero per il passato, ma a Roma abbiamo assistito alla città immaginata da Francesco Rutelli e Walter Veltroni, con il fallimento del progetto delle centralità e delle 100 piazze, e come altre capitali europee la trasformazione urbana basata sui grandi eventi (dalle Olimpiadi alle Capitali europee della Cultura) che tuttavia non ha risolto i problemi infrastrutturali…

Non accosterei le centralità con le 100 piazze e non parlerei di fallimento in quanto vanno contestualizzate con gli spazi pubblici di Barcellona a cui si riferivano; di fatto nella città catalana il rapporto tra spazi pubblici e forma della città è diverso. In una città c’è bisogno del grande museo MAXXI, della piccola piazza in periferia e di quello che sta nel mezzo; ma questo mezzo non è stato progettato. In Italia, a Roma in particolare, l’azione politica delle trasformazioni è stata affidata all’imprenditoria privata e agli investitori, ignorando quanto l’architettura sia un atto politico. In passato ricordo che il concorso Meno e Più era l’imposizione ai privati di fare concorsi di progettazione per le opere pubbliche altrimenti realizzate a scomputo (scuole, centri civici, piazze); un’operazione che serviva a realizzare quella struttura di mediazione culturale che parlasse ai cittadini, agli imprenditori, alla politica che manca in Italia, ma è presente in Francia, necessaria per far crescere la consapevolezza del ruolo che l’architettura ha nel governo della città. Qui era stata fondata la Casa dell’Architettura che doveva avere un ruolo di mediazione culturale e dobbiamo fare di tutto per recuperare il suo ruolo originario.

Roma è una città ingovernabile, che si è sviluppata attraverso un complesso e spesso perverso rapporto tra pubblico e privato. Questo rapporto ha dato qualche risultato positivo nel dopoguerra, ma dagli anni settanta a oggi, si sono verificati una serie di esisti negativi, come testimoniano i molti quartieri senza servizi…

La città si governa in collaborazione con i privati, che a loro volta nel tempo hanno sostituito gli urbanisti e, agevolati da leggi nazionali, sono diventati soggetti proponenti di piani urbanistici anche in deroga al Piano Regolatore. Questo dà un’idea della politica che rinuncia a definire la forma della città e la qualità dei suoi spazi. Lo Stato prima di tutto dovrebbe riconoscere attraverso il MIBACT che l’architettura è un dato culturale, ad esempio approvando una legge sull’architettura tuttora inesistente. Così si potrebbe recuperare quel ruolo centrale di attore protagonista delle trasformazioni che è avvenuto fino alle Olimpiadi del 1960 e nella prima esperienza post Ina-Casa. Dopo c’è stata la rinuncia nel governare il rapporto con il privato sia a livello statale sia comunale. A livello comunale si può fare attraverso la ricostruzione di un rapporto con un’imprenditoria sana. Questo si può attuare se esiste un sistema di relazioni basate su rapporti chiari tra governo del territorio, imprenditoria, economia e cultura, un sistema che oggi dovrebbe basarsi sul riconoscimento della fine di una fase economica e dell’inizio di una fase nuova in cui queste relazioni devono ridefinirsi guardando a un futuro diverso.

Questa mediazione culturale può avvenire anche con il costruttore Parnasi per lo stadio della Roma oppure è difficoltoso?

Difficoltoso in generale non con soggetti specifici. Il problema è culturale, generale; io non ho la bacchetta magica e per ricostruire una cultura dell’architettura occorrono venti anni. Penso sia fattibile attuarla in periferia con le scuole, i centri civici, il ritorno dei concorsi di progettazione per gli spazi significativi della città. L’utopia è far comprendere come la politica e l’università non devono dialogare al loro interno, ma Roma deve essere il centro di un dibattito che esca fuori dai suoi confini.

Nel caso specifico dello stadio si ha la sensazione che Parnasi stia occupando il quadrante sud-ovest della città in una logica di spartizione tra costruttori, laddove un tempo c’era Caltagirone. Nel momento in cui questi è in fase decadente, nuovi costruttori rampanti come Parnasi conquistano fette di mercato: dalla Città del Sole a Tiburtina fino allo stadio, quasi a voler creare dei “poli”. Qual è la sua posizione in merito?

Questa rappresentazione per poli credo che non corrisponda più di tanto alla realtà. Noi stiamo vivendo un periodo di crisi e siamo di fronte ad una diversa gestione dell’economia. Quello che noto sono i vecchi attori della città sparire ed apparire al loro posto i fondi di investimento recuperando in parte il debito che i vecchi attori avevano. È vero che esistono idee politiche della città come lo sviluppo lungo la Cristoforo Colombo e l’autostrada Roma-Fiumicino, legate però all’uso dell’automobile. Io credo che la città si deve porre in relazione con la rete delle altre città europee e crescere attorno alla stazione Alta Velocità di Tiburtina. Yona Friedman ha detto che la rete ferroviaria ottocentesca costruisce l’intelaiatura dell’Europa mettendo in relazione le città (e ancora prima la rete dei conventi tra Medioevo e Rinascimento), rendendo vana la forma della metropoli. Oggi non possiamo non immaginare una città interconnessa con le reti ferroviarie. Ritornando al discorso dei costruttori che faceva, bisogna agire liberamente per il bene della città, uscendo da quei rapporti consolidati…

Quali sono però i progetti in atto, concreti, in questa visione che lei ha per Roma?

Con l’assessore alla mobilità stiamo lavorando al PUMS (Piano Urbano della Mobilità Sostenibile), ovvero una mobilità alternativa sostenibile. Noi abbiamo diversi livelli come il recupero delle piccole stazioni, spesso abbandonate, come quella di Torricola sull’Appia da collegare con pista ciclabile ai quartieri limitrofi nel quadrante sud della città. Penso a nodi di scambio nati spontaneamente, come quello alla stazione di Colle Mattia, dove gli abitanti dei Castelli Romani ogni giorno parcheggiano per prendere il treno per Roma. E’ un dovere per noi fornire quei servizi necessari a migliorare la situazione. Ma allo stesso tempo lavorare sui grandi nodi come la Stazione Tiburtina, dove il PUMS prevede l’arrivo del tram sul piazzale della stazione che deve essere collegato alla rete viaria esistente, e la demolizione della tangenziale. Indire un concorso di progettazione per risistemare il piazzale ovest della stazione, che è la porta d’ingresso a Roma, ripensando la stazione dei bus che andrà delocalizzata.

Nonostante il PRG del 2008, o forse anche a causa di esso, negli ultimi anni la città ha continuato a svilupparsi senza regole urbanistiche. I fallimentari Piani di zona non solo non hanno risolto il problema della casa, ma hanno consentito un’edificazione selvaggia di bassa qualità urbana e architettonica ancora senza servizi. Questo ha determinato la frammentazione del patrimonio paesaggistico delle aree agricole verdi a cavallo del GRA. Oggi sembra che si proceda con le stesse modalità. Come intende muoversi per risolvere il problema, e con quali strumenti?

Sui Piani di zona ci sono richieste di revisione anche dagli stessi soggetti proponenti. Sono falliti alcuni tentativi di densificazione proposti dalle precedenti amministrazioni per problemi normativi e dobbiamo stare attenti a non commettere errori che determinino un progetto poi indebolito dai ricorsi al TAR, che è uno dei problemi attuali. C’è un’esigenza di realizzare le cubature di compensazione, come nel caso dell’Ater che deve costruire 600.000 metri cubi di housing sociale. Quindi occorre lavorare sui Piani di zona e tra zone di espansione spontanea, rinsaldando, ad esempio, telai stradali che non sono collegati tra loro. Se da una parte si deve ripristinare la legalità attraverso una commissione di inchiesta sui Piani di zona che l’amministrazione ha fortemente voluto, dall’altra ci sono gli imprenditori intrappolati in consorzi in cui sono falliti alcuni grandi operatori e in situazioni che di fatto rendono impossibile ogni ipotesi di completamento. Così risulta necessario rivedere lo strumento urbanistico di questi piani. Una parte dell’imprenditoria romana dovrebbe prendere atto di cambiare paradigma individuando profitti diversi dalla rendita fondiaria, quello che peraltro succede già in altre città.

Mentre le grandi metropoli europee investono risorse per immaginare il loro futuro (si veda il Grand Paris), Roma pare essere ancora indietro nel riflettere sui grandi temi contemporanei, come il riuso degli immobili pubblici, le infrastrutture viarie, la viabilità leggera, le tematiche sul green urbanism e sulle smart cities. Qual è l’eredità che lascerete ai romani?

Il Grand Paris evidenzia come il problema sia chi guida la trasformazione. Un esperimento che mi interessa moltissimo è quello messo in atto con i progetti di Re-inventer Paris perché stabilisce un nuovo sistema di regole e chi governa la città mette a disposizione dei luoghi da trasformare, poi sono gli imprenditori stessi che si occupano di capire i programmi migliori confrontandosi con i cittadini. Questo approccio determina che amministrazione, imprenditori e cittadini agiscano insieme. Gli imprenditori prendono dei rischi sulle basi di quello che l’amministrazione gli ha fornito immaginando una nuova idea di città.

Da una parte, come dice, le città pensano al futuro ma, dall’altra, in quelle stesse città europee mi sembra che ci sia un’omologazione, dove il rapporto pubblico-privato non funziona. Recentemente sono stato a Helsinki e Lione, città che stanno cambiando rapidamente, dove la dimensione dei lotti urbani è identica. Questo è determinato dal privato che definisce una quota di investimento per realizzare quelle casette tutte uguali nelle forme e nei colori, decretando la fine del blocco urbano in stile Vienna Rossa.


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