Barcellona, Gaudí senza segreti a Casa Vicens

by • 14 novembre 2017 • Mosaico, Patrimonio1620

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Casa Vicens, l’ottavo edificio di Gaudí dichiarato Patrimonio dell’Umanità, diventa un museo grazie al restauro dello studio Martínez Lapeña-Torres insieme a Daw Office

 

BARCELLONA (SPAGNA). Il 16 novembre apre al pubblico Casa Vicens, ottavo (e ultimo) edificio di Antoni Gaudí dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco (2005). Terminata nel 1888 e rimasta residenza privata fino al 2007, la casa è stata acquistata nel 2014 dalla banca andorrana MoraBanc, che si è accollata i 4 milioni del restauro e del progetto di riabilitazione, impegnandosi a trasformarla in casa-museo. Indetto un concorso a inviti vinto dal team composto dallo studio Martínez Lapeña-Torres insieme a Daw Office, l’intervento si conclude con un anno di ritardo sulla tabella di marcia.

Mercedes Mora, rappresentante di MoraBanc, ha sottolineato il ruolo di mecenatismo sostenibile della nuova proprietà: «Casa Vicens non è una fondazione e per tanto deve essere autosufficiente dal punto di vista economico». A questo scopo il business plan e il progetto museologico sono stati studiati attentamente da un’equipe altamente qualificata (tra cui Joan Abellà, ex direttore del MACBA), che dovrà lavorare per garantirne la redditività nel tempo. Da un punto di vista progettuale, l’obiettivo principale è stato quello di riportare la casa all’anno 1885, così come l’aveva disegnata Gaudí, intervenendo sulle modifiche realizzate negli anni. La prima importante Risale al 1925, quando i secondi propietari, la famiglia Jover, incarica un amico di Gaudí, Joan Baptista Serra de Martínez, di un ampliamento per trasformare la casa in residenza abituale. Sotto l’approvazione del maestro, Serra de Martínez raddoppia la superficie edificata così come il giardino, grazie all’acquisizione di parcelle adiacenti; allo stesso tempo l’ampliamento del carrer Carolines obbliga a una modifica dell’accesso alla casa. L’intervento del 1925 trasforma così una casa unifamiliare in edificio plurifamiliare: tre appartamenti per piano sono collegati tra loro da una nuova scala, mentre quella originaria viene demolita per dare aria e luce a un nuovo patio interno. Modifiche sia dell’edificato sia del giardino (che si riduce drasticamente) si sussegguono fino al 1963, quando raggiunge l’aspetto definitivo al momento della vendita alla banca.

Se da un lato il piano museologico ambisce a trasformare Casa Vicens in uno “spazio vivo” aperto ad esposizioni temporali, punto di riferimento per i barcellonesi così come per i visitatori, fruibile a prescindere dalla visita grazie ad attività e proposte diverse, dall’altro è chiara la volontà di evitare l’ennesima attrazione turistica di massa, come succede per le altre opere cittadine di Gaudí. In collaborazione con il Comune, che con il “Piano strategico di sviluppo turistico 2020” sta mettendo in discussione le strategie di gestione del turismo cittadino e gettando le basi di una road map che garantisca il più possibile un ritorno sociale dell’attività turistica senza danni collaterali per i residenti, Casa Vicens imporrà un concetto di visita “senza fretta” a una media di 550 visitatori al giorno, che dovranno acquistare i biglietti (preferibilmente) online, per produrre impatti minimi sul quartiere. I 150.000 visitatori annui previsti dovrebbero garantire la redditività dell’operazione. La formula della visita sarà preferibilmente “alla carta”, con spiegazioni puntuali, su richiesta, da parte del personale appositamente formato, a un costo di 16 euro, con anche la possibilità di visite guidate. Oltre agli ambienti residenziali originali, la visita offre un’esposizione permamente che occupa il secondo piano dell’edificio, dedicata a Gaudí e al contesto in cui sorge la casa, e un’esposizione temporanea all’ultimo piano. Immancabile il negozio nei sotterranei, gestito da una cooperativa di architetti, e la caffetteria mignon ricavata in un nuovo volume in giardino, affidata a una scuola alberghiera di prestigio del panorama gourmet barcellonese, nell’ottica di offrire al pubblico una “top quality experience”.

Manifesto del Gaudí che verrà

Quando nel 1883 l’impresario barcellonese Manuel Vicens dà l’incarico a un Gaudí appena laureato di costruire la casa di vacanza di famiglia, la Vila de Gràcia era una meta ambita dalla borghesia cittadina per trascorrervi i mesi estivi. In questo suo primo progetto residenziale, il giovane Gaudí getta le basi di quello che sarà il suo particolare modo di intendere l’architettura, intrinsecamente legato alle arti plastiche, a partire dall’attenta osservazione della natura, con un linguaggio impregnato di simboli che si andrà accentuando con gli anni. Influenzato dall’architettura mudejar promossa in quegli anni da Owen Jones, l’architetto catalano introduce un personalissimo mix stilistico mai visto fino a quel momento, con l’ornamento protagonista, pur restando ancorato alle tecniche costruttive tradizionali. La libertà con cui affronta il progetto in ogni dettaglio si riflette nella grande varietà di motivi ornamentali vegetali (altamente simbolici) con cui riempie la casa: le foglie di palma riprodotte nella recinzione di ferro battuto o i tagete gialli sulla ceramica che riveste le facciate rimandano alle essenze presenti nel giardino che circonda la casa, mentre i cespugli di more o la passiflora riprodotti su soffitti e pareti manifestano una conoscenza del simbolismo religioso in seguito così preponderante nell’opera gaudiana. Se del “trencadis” a cui l’architetto ci ha abituato in numerosi interventi non c’è ancora traccia, l’ampio uso della ceramica ornamentale è già evidente: 14mila pesetas il conto pagato dal signor Vicens per le piastrelle, una fortuna per quei tempi.


Intervista al progettista David García

David García, di Daw Office, è l’architetto che ha firmato insieme allo studio Martinez Lapeña-Torres Arquitectes il progetto di Casa Vicens. Un progetto  complicato, che a suo dire è stato disegnato e ridisegnato moltissime volte. Una complessità dovuta alla difficoltà di convertire una casa sottoposta a diversi rimaneggiamenti in un museo, dove la sfida, lungi da essere solo funzionale o normativa, è quella di conciliare in un unico progetto architetture diverse, apparentemente inconciliabili.

In un progetto di questo calibro, com’è stata la relazione con la pubblica amministrazione?

Innanzitutto bisogna chiarire che tutta la proprietà era stata catalogata come Patrimonio dell’Umanità nel 2005, compresi i volumi e le aggiunte realizzate negli anni, per cui nè opera di Gaudí, nè di Serra de Martínez. Stiamo parlando di garage, terrazze, chiusure varie. Per cui il primo grosso scoglio è stato quello di convincere il Comune e i politici che non tutto quello che era catalogato come Patrimonio aveva un valore architettonico. Il processo è durato diversi mesi. Si è arrivati a redigere un Piano speciale urbanistico per poter demolire. È stato un lavoro complesso per la quantità di organismi pubblici coinvolti, ma dove tutti hanno collaborato perchè il risultato fosse di qualità, rispettoso del patrimonio. In questo senso la pubblica amministrazione ha sempre cercato di agevolare il processo.

Qual è stato il vostro approccio al progetto?

Ci siamo trovati ad operare in una casa unifamiliare che era stata trasformata dalla proprietà in un edificio di appartamenti collegati da una scala che non era più quella originaria. Il progetto doveva prevedere un uso pubblico, con la mole di normative che questo comporta. Non sapevamo come funzionasse esattamente in origine la casa, perchè il materiale grafico originale era scarsissimo, per cui alcune decisioni, come la posizione della scala, sono state prese in seguito alla ricerca e alle prove realizzate in cantiere. Questo ha comportato complicazioni e un modo di procedere graduale. Di fatto ci sono due case Vicens, realizzate a 35 anni di distanza, una con dei condizionamenti molto diversi da quelli dell’ampliamento successivo. Ciò che hanno in comune è l’involucro, che Serra de Martínez ha voluto mimetizzare con l’edificio precedente e che induce a credere che si tratti dello stesso intervento. La realtà è che l’ampliamento ha snaturato l’idea originaria di una casa unifamiliare rivolta a ponente, e una volta dentro la casa questa differenza è evidente.

In cosa consiste il vostro intervento?

Il progetto si può suddividere in due parti distinte: da un lato il restauro conservativo della parte originale risalente al progetto di Gaudí, compreso l’involucro, a cui hanno collaborato maestranze specializzate e restauratori. Dall’altra, il progetto di riconversione di una casa diventata plurifamiliare in casa-museo. L’intervento, oltre che rispettoso, doveva essere funzionale, e consentire la realizzazione di spazi adatti al nuovo uso, secondo la normativa. Tre gli obiettivi: rispondere alla normativa per quanto riguarda accessibilità, antincendio e sicurezza, tornare  all’idea originaria di casa unifamiliare così come l’aveva voluta Gaudí e per ultimo mettere comunque in valore il progetto di Serra de Martínez. Abbiamo optato per un intervento che in qualche modo mettesse in relazione due progetti che fino ad ora erano antagonisti: da un lato riportando la scala dove l’aveva progettata Gaudí, e allo stesso tempo valorizzando il patio realizzato da Serra de Martínez che, ampliando la casa, aveva dovuto realizzare uno spazio centrale per illuminare gli ambienti con luce zenitale. Il fatto che l’ampliamento del 1925 sia arrivato ai giorni nostri privo degli ornamenti originali ci ha indotto a destinare questa porzione a spazi complementari quali sale espositive e servizi diversi. Abbiamo anche reso visitabile una parte della copertura. Per ultimo il giardino, che ha perso totalmente le sembianze di quello originario: qui l’obiettivo è stato quello di recuperare l’ambiente dell’epoca e la relazione con la casa, piantumando le specie vegetali che tanto colpirono Gaudí e rivestendo il perimetro con vegetazione rampicante per dare un senso di profondità che è andato perso a causa della riduzione della parcella.

La soluzione progettuale proposta si stacca in maniera netta dallo stile gaudiano.

Assolutamente. Non volevamo mimetizzarci in alcun modo con il linguaggio della casa. Il nuovo nucleo centrale di scale e ascensore con il lucernario integra le due architetture, dando ampio respiro alle zone nobili progetatte da Gaudí. Abbiamo scelto di rivestire le superfici del vano con uno stucco alla calce, per cui utilizzando una tecnica costruttiva dell’epoca, in un colore bianco che per contrasto sottolinei il valore dell’opera di Gaudí, senza creare continuità e allo stesso tempo indurre in confusione. Una sorta di cornice neutra che non fa altro che mettere in risalto Gaudí.


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