Architetti italiani in Cina, istruzioni per l’uso

by • 20 ottobre 2017 • Inchieste3156

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Settima puntata dell’inchiesta sulla Cina e la scena dell’architettura globalizzata. A fronte delle grandi opportunità, Massimo Bagnasco (Progetto CMR), ricorda che occorre sapersi attrezzare…

 

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Nelle scorse puntate abbiamo osservato il lavoro di studi internazionali che operano in Cina in differenti settori della progettazione. E gli italiani come se la passano laggiù? Da un confronto con Massimo Bagnasco emergono le opportunità (data la domanda di abitazioni e la scarsa presenza di professionisti se paragonata all’Italia), ma anche le difficoltà per i nostri connazionali, soprattutto alla luce dei recenti cambiamenti nel paese asiatico. 

 (Filippo Fiandanese, curatore dell’inchiesta)

 

 

La presenza di architetti italiani in Cina pare ormai affermata: basti pensare al ruolo che le lussuriose foreste verticali di Stefano Boeri sembrano destinate ad assumere nella corsa cinese verso la sostenibilità urbana. Secondo alcuni dati, l’Italia conta un architetto ogni 414 abitanti e si afferma come paese in cui la presenza di architetti è la più alta in assoluto: all’altro capo dello spettro, la Cina conta un architetto ogni 40.000 abitanti. L’immagine della Cina si è ormai consolidata come un territorio in cui una crescita economica inarrestabile si accompagna alla necessità di importare competenze e know how e alla possibilità di realizzare le più audaci sperimentazioni formali a una scala altrove inimmaginabile. Tuttavia, come mostrano le puntate precedenti di questa inchiesta, il panorama professionale cinese si sta differenziando per rispondere a cambiamenti che, a livello politico, sembrano deviare dalla crescita ad ogni costo, attribuendo sempre maggiore attenzione a fattori come qualità e sostenibilità.

Del fenomeno abbiamo parlato con Massimo Bagnasco, partner e managing director presso Progetto CMR (Beijing) Architectural Design Consultants Co., Ltd., nonché vicepresidente della Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina. Bagnasco ci racconta le possibilità (e le criticità) del lavoro di architetti italiani in Cina attraverso la sua duplice esperienza: di professionista che lavora con uno studio italiano con sede in Cina dal 2002 (a Pechino dal 2004), e di negoziatore di occasioni di scambio commerciale nonché osservatore diretto dei cambiamenti politici in corso.

In effetti, sostiene Bagnasco, la presenza internazionale in generale e italiana in particolare è molto variegata, ma gli ostacoli esistono. «Gli studi cinesi stanno acquisendo profili di alto livello, e se la concorrenza è sempre positiva per portare a un miglioramento, deve però essere leale e paritaria. Spesso in Cina questo non è possibile». Le grandi realtà professionali locali che esistono in partenariato con il pubblico godono di privilegi – in particolare nei rapporti col cliente e nell’ottenimento di finanziamenti – che rendono difficile la vita a realtà straniere, soprattutto in città di seconda e terza fascia. In più, ottenere la qualifica professionale in Cina è molto difficile, per cui c’è un gran numero di studi di piccole e medie dimensioni che devono necessariamente lavorare – talvolta anche a distanza – in partnership con i Design Institutes locali che si occupano delle pratiche amministrative e dell’esecutivo. «Spesso chi viene pagato è il Design Institute, che a sua volta corrisponde il pattuito al partner internazionale, nei tempi e modi a esso più congeniali. È un aspetto che sto facendo presente da tempo».

Tuttavia, qualche cosa pare si stia muovendo in questo senso. Il 17 gennaio 2017 a Davos Xi Jinping ha dichiarato che la Cina doveva puntare a essere una leader negli scambi globali, e la circolare n. 5 pubblicata lo stesso giorno dichiara, almeno nelle intenzioni, un interesse forte a promuovere investimenti stranieri nella forma di iniziative private, public procurement, qualifica professionale.

Progetto CMR è un’azienda globale sotto ogni aspetto geografico e logistico, ma la sede di Pechino ha sempre cercato di mantenere una forte maggioranza di clienti cinesi – il 95% circa. In gran parte si tratta di attori pubblici, non solo municipalità ma anche società di developer con partecipazione statale consistente. Un esempio è la China-Europe Future City di Shenzhen, in cui il developer è una joint venture a maggioranza europea. Si tratta di un progetto di trasformazione alla grande scala – più di 4 milioni di metri quadrati – che propone un nuovo modello rispetto a quello delle aree industriali che avevano successo negli anni ’90 e 2000, nel quale la componente d’innovazione è decisamente preponderante e l’attenzione ad aspetti di sostenibilità urbana gli è valso il riconoscimento di prestigiosi premi. Però non sempre è facile trovare una committenza ideale, così come non sempre le linee guida dell’ultimo piano quinquennale vengono interpretate nel migliore dei modi dai decisori locali. È il caso, per esempio, del centro culturale italiano a Tianjin, il cui progetto fu commissionato a Progetto CMR nel 2005. La proposta utilizzò caratteri tipologici dell’architettura italiana, come la piazza, il porticato e il giardino pensile, reinterpretati in chiave contemporanea, ma il sindaco lo considerò troppo poco italiano e il compromesso fu trovato nel trasformare alcuni elementi puntuali, come gli archi squadrati del porticato in archi a sesto ribassato. «C’è un problema di preparazione dei funzionari dei governi locali, che per esempio traducono l’idea di characteristic town (promossa dal MoHURD come una visione di sviluppo urbano a cluster per avere una pianificazione urbana più controllata) in una semplice copia fisica di Parigi o Londra».

Altre limitazioni sono strutturali, e valgono anche per i grandi studi: un esempio è il mercato della progettazione residenziale dei grandi numeri, affidato quasi unicamente ai Design Institutes locali. Si tratta di progetti alla grande scala legati ad abitudini pianificatorie consolidate ed a tradizioni locali, in cui il valore aggiunto che gli studi internazionali potrebbero apportare viene considerato minimo. Tuttavia, il recente rallentamento del mercato immobiliare fa sperare che ci sia un effettivo incremento d’interesse a migliorare la qualità della progettazione. «La capacità attuale offerta dal patrimonio edilizio cinese è di 1,9 miliardi di persone, a fronte di una popolazione di 1,4 miliardi. In più, solo il 17% del territorio cinese ha caratteristiche ideali per l’insediamento umano». Sarà pertanto necessario, nel futuro prossimo, ripensare le priorità della progettazione; la retorica del New Normal e l’ultimo piano quinquennale indicano senz’altro una presa di posizione ufficiale in questo senso. Tale cambio di direzione nelle linee guida per lo sviluppo urbano può significare un aumento delle opportunità per gli studi internazionali che hanno sede in Cina, anche se la sua applicazione, al momento, si sta rivelando lenta e difficoltosa.

La Camera di Commercio italiana, in collaborazione con l’Ambasciata d’Italia a Pechino e l’ICE ha pubblicato una brochure informativa che vuole promuovere l’offerta italiana a 360°, dimostrando come le aziende italiane possano intervenire in tutto il processo circolare di vita di una città, dalla pianificazione fino alla demolizione del singolo edificio e al riciclo dei materiali. Tuttavia, prosegue Bagnasco, «la Cina non è più il Bengodi. Bisogna essere preparati e preparati a investire. Gli architetti italiani sono fra i migliori al mondo per capacità di coordinare team diversi con professionalità specifiche, ma per cogliere le occasioni che la Cina offre bisogna capire come affrontare il panorama locale con un business plan e relative risorse economiche per qualche anno, studiando attentamente le peculiarità di questa realtà».


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