Eike Schmidt: il futuro degli Uffizi tra tutela e valorizzazione

by • 25 settembre 2017 • Inchieste, Interviste509

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Nell’ambito dell’inchiesta su Firenze, il direttore degli Uffizi illustra un panorama ricco di numerose offerte culturali

FIRENZE. A metà mandato, il direttore degli Uffizi Eike Schmidt traccia un bilancio dell’attività svolta e dei prossimi programmi che lo impegneranno fino al 2020, anno in cui è previsto il suo trasferimento al Kunsthistorisches Museum di Vienna. La notizia è stata annunciata in conferenza stampa l’1 settembre dal ministro della cultura austriaco, Thomas Drozda.

Nominato direttore nel 2015 a seguito del concorso internazionale bandito dal MiBACT nel quadro della Riforma voluta dal Ministro Dario Franceschini, che prevedeva per 20 musei di interesse nazionale – tra cui gli Uffizi – una selezione della direzione a livello internazionale. La modalità di nomina dei dirigenti ma, soprattutto, la semplificazione e lo snellimento del modello amministrativo dei beni culturali italiani, seppur ispirati ai principi della spending review nel prevedere il taglio di 37 figure dirigenziali, sono parte di quella “grande rivoluzione” che aspira ad un’ampia revisione del ruolo dei musei, riassumibile nei seguenti punti chiave: l’integrazione definitiva tra cultura e turismo; la valorizzazione dei musei italiani (20 dotati di piena autonomia gestionale e finanziaria con direttori altamente specializzati e selezionati con procedure pubbliche); il rilancio delle politiche di innovazione e formazione; la valorizzazione delle arti contemporanee e dell’architettura con particolare riferimento alle periferie urbane.

La missione di Schmidt per la Galleria Vasariana si è rivelata in sintonia con questi obiettivi e con il compito di creare un sistema museale nazionale che Franceschini auspicava di rottura con il passato. Obiettivi che il Ministro ha ribadito a marzo in occasione dei G7 della cultura a Firenze. Con questa logica d’intenti, il museo si trasforma da tempio chiuso ed elitario a luogo interattivo, digitalizzato, aperto alla ricerca e alla multidisciplinarità. Una trasformazione che vuole avvicinare la cultura alle masse, creando però anche nuovi problemi: code interminabili, bagarinaggio e degrado. Saprà Firenze aggiornare non solo l’offerta museale ma l’intero sistema infrastrutturale ed urbano per far fronte alla nuova opportunità del turismo globale, ultima risorsa per una città oramai deprivata del suo storico indotto industriale?

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La notizia del trasferimento al Kunsthistorisches Museum nel 2020, costituisce, in qualche misura, una distrazione dal programma di riforme che si era prefissato all’inizio del suo mandato?

Assolutamente no, sono solo a metà strada e ho la stessa volontà di portare avanti il programma di rinnovamento della riforma del MiBACT, che è poi in perfetta sintonia con gli obiettivi della prima riforma museale del mondo, che fu fatta nel 1769 agli Uffizi da Pietro Leopoldo di Toscana. Una riforma che già allora concepiva il museo come centro di ricerca, educazione e divulgazione.

Come immaginava e come si è rivelato nella realtà l’impegno della direzione degli Uffizi?

Quello che mi aspettavo non era un “sogno”, perché conoscevo già molto bene la realtà degli Uffizi da studioso e visitatore. Credo che questo mi abbia aiutato perché chi conosce un museo solo dall’interno, fatica a rendersi conto di molte criticità. Io stesso mi sono trovato nella situazione di essere venuto dall’estero per pochi giorni e di dover rinunciare ad una mostra per la lunghezza delle code, che possono raggiungere anche le tre ore. Così si arriva all’ingresso della Galleria già esausti. L’accorciamento delle code rimane quindi la massima priorità e il più importante impegno del mio mandato. Poi ci sono i veri sogni che si rifanno agli obiettivi della riforma, cioè valorizzare l’arte contemporanea nel museo: la danza, il teatro, la moda, la musica, in modo che si crei un dialogo, una interazione emozionale tra l’opera d’arte visiva e l’arte “dal vivo”. Così il museo non è più un “contenitore” (concetto oramai antiquato)  ma un luogo “vivo” che partecipa alla comunicazione culturale.

Può parlarci degli eventi realizzati con questo spirito di intenti?

Riportare la musica a Palazzo Pitti è stata una sfida importante. Anni fa avevo assistito ad alcune rappresentazioni di modesta qualità al giardino di Boboli, fatte da associazioni che non arrivavano al livello del Maggio musicale, e che mi fecero pensare come in un luogo così importante si dovrebbero mettere in scena solo lavori di prim’ordine. Così, tra i primi impegni al mio arrivo c’è stato quello d’incontrare Francesco Bianchi, ex Soprintendente del Maggio Musicale, ed insieme abbiamo potuto inaugurare la prima stagione lirica dentro il cortile dell’Ammannati a Palazzo Pitti. Ora abbiamo avuto la seconda, sempre con il tutto esaurito. La cosa bella è che sono tornati i fiorentini, che nel periodo estivo non si vedono proprio vicino ai musei. Questo è un sogno che pensavo di realizzare dopo anni di lavoro mentre invece ci sono voluti solo sei mesi.

In modo analogo anche la moda; era un peccato che dal 1982 la moda fosse esclusa da Palazzo Pitti dove è nata. In maniera miracolosa, nell’estate 2016 siamo riusciti ad inaugurare la prima mostra di moda in piazza Pitti. Poi, a gennaio 2017, nella Sala Bianca, abbiamo presentato la prima sfilata di moda maschile di Stefano Ricci e, a maggio di quest’anno, la collezione Cruise di Gucci con la donazione di 2 milioni per il giardino di Boboli. Sempre quest’anno, abbiamo inaugurato il Museo della Moda e del Costume con la grande mostra curata da Olivier Saillard, “il Museo Effimero della Moda”. Due sogni, la musica e la moda, che ho potuto realizzare in tempi rapidissimi, se si pensa alla burocrazia non solo italiana.

Il terzo sogno rimane quello di abbattere le code e rendere più umana la visita alle Gallerie degli Uffizi, problema per la cui soluzione ho coinvolto l’Università dell’Aquila. Loro stanno mettendo a punto degli studi sui flussi – che sono anche una materia sociale e sociologica – e presto dovremmo vederne i frutti.

Quali sono oggi le maggiori criticità gestionali?

Lo snellimento delle procedure è un obiettivo fondamentale che ho perseguito alleggerendo il peso di alcune responsabilità gestionali ai funzionari storici dell’arte per darle ai funzionari amministrativi. Le procedure di affidamento sono super burocratizzate: ad esempio, c’è voluto oltre un anno per acquistare delle radioline per il nostro personale perché devono essere acquistate sul MEPA (Mercato Elettronico delle Pubbliche Amministrazioni). Così, ho fondato un dipartimento legale con cinque avvocati, di cui tre sono già arrivati. Questo aiuterà molto a velocizzare i processi e ad assicurarsi che tutte le regole siano rispettate. Le leggi in materia sono molto complesse e uno storico dell’arte non deve trascorrere il suo tempo a districarsi nei labirinti legislativi, non sono il suo campo. Non ultimo, sottrae tempo alla ricerca e all’educazione. Questa riorganizzazione amministrativa non è evidente al grande pubblico, ma è fondamentale per preparare il terreno e credo che i frutti si vedranno già non solo nelle mostre, ma anche nelle pubblicazioni in programma per la fine di quest’anno.

Tutti i principali musei europei sono stati aggiornati per far fronte alle nuove sfide del millennio. Quando sarà completato e come valuta il progetto dei Nuovi Uffizi? Lo ritiene adeguato a gestire l’offerta culturale e il flusso turistico del futuro?

Il progetto dei Nuovi Uffizi di per sé non sarebbe risolutivo; risale addirittura agli anni ’70 e quello in esecuzione al 2003. Nel frattempo c’è stata un’enorme evoluzione tecnologica e i visitatori sono diventati 2 milioni all’anno (nel 2003 si stimava un massimo di 1 milione). Per fortuna è possibile adeguare quel progetto alle esigenze di oggi. Altri musei internazionali hanno radicalmente trasformato il loro progetto funzionale, pensiamo alla National Gallery di Londra o al Rijksmuseum di Amsterdam; loro però hanno chiuso per vari anni o, come a Londra, una parte della collezione è andata in una nuova ala. Noi non lo possiamo fare perché non c’è nessuna altra struttura; né è necessario perché abbiamo molti spazi inutilizzati all’interno del museo; è quindi bene recuperarli in modo più efficiente. Il Museo di Amsterdam è stato chiuso per dieci lunghi anni ma loro sono nella fortunata posizione di avere lo Stedelijk vicinissimo e il Van Gogh Museum dietro l’angolo. Per Firenze chiudere gli Uffizi sarebbe invece una catastrofe impensabile.

Un grande vantaggio è che Giorgio Vasari, nella migliore tradizione brunelleschiana, ha impostato un’architettura chiara con proporzioni perfette e senza fronzoli che si coniuga molto bene con l’architettura contemporanea. Con questi ideali estetici vasariani, noi possiamo raggiungere effetti estremamente contemporanei senza essere storicamente conflittuali.

La pensilina progettata da Arata Isozaki potrebbe quindi essere realizzata?

Dal punto di vista estetico si è già espressa una Commissione e non mi voglio esprimere prima che venga costruita.

 

Ma sarà mai costruita?

Dal punto di vista amministrativo-legale, deve essere per forza costruita perché Isozaki ha vinto un concorso internazionale e poi ha vinto anche il ricorso che è stato fatto contro il progetto; quindi soltanto le sfere più alte della politica nazionale potrebbero, a questo punto, fermarne l’esecuzione. Ma poi bisognerebbe far qualcosa d’altro al suo posto e, non ultimo, pagare i danni a Isozaki e al suo partner milanese. Così chi deciderà dovrà tenere in conto la spesa enorme per il non fare.

Si stimano oltre 16 milioni di turisti l’anno, già si parla di rischio degrado; lei cosa ne pensa e quali strategie vorrebbe suggerire al sindaco Nardella e al ministro Franceschini per garantire a tutti la fruizione dei musei e, al tempo stesso, il decoro urbano?

Premetto che anche coloro che non sono colti possono però essere coltivati grazie all’arte. Naturalmente chi viene da una nave da crociera con il pulmino e compra il biglietto dal bagarino non costituisce alcun indotto economico né culturale. Giuseppe Poggi ha tolto le mura di Firenze e quindi l’idea di far pagare un biglietto per entrare in centro storico è improponibile e irrealistico. Inoltre, non si può dire che solo chi paga può entrare e gli altri no, creare cioè una barriera economica. Ma anche se si potesse fare sarebbe anticostituzionale perché la Costituzione dà il diritto a tutti i cittadini di accedere in città, eccetto per periodi molto circoscritti, e per motivi di sicurezza pubblica, come ad esempio il giorno di San Giovanni che può prevedere l’accesso scaglionato. Quello che bisogna fare è una politica per cui tutti i mega-attrattori, come i musei, devono costruire incentivi culturali contro il degrado. Quest’anno, ad esempio, abbiamo avuto per la prima volta il Festival del Cinema al Piazzale degli Uffizi, enorme successo e gratuito per tutti. Molti fiorentini che non si avvicinano mai agli Uffizi sono venuti. Prima in questa zona di sera c’era il degrado dei bagarini e venditori abusivi di quadri e anche qualche spacciatore. Così, questi spazi pubblici vanno riqualificati attraverso offerte culturali concrete.

Insieme al sindaco Nardella abbiamo liberato piazza San Firenze dalle bancarelle che costituiscono una finta povertà e un finto folklore: la gente che arriva dal Giappone, dall’America o dalla Russia pensa che questi siano poveri artigiani che vendono i loro prodotti, ma questi prodotti sono tutti fatti in Cina! Al posto delle bancarelle, abbiamo messo un’offerta culturale concreta con sculture di Helidon Xhixha in piazza San Firenze, piazza Pitti, agli aeroporti di Firenze e Pisa e, a culmine di tutto, la sua grande mostra al Giardino di Boboli.

Si parla anche di nuove tariffe dei biglietti per incentivare l’approfondimento culturale. Può spiegarci meglio come funzionerà?

Stiamo mettendo a punto una importante strategia che riguarda il nuovo sistema dei prezzi, improntato a una filosofia che si basa sui comportamenti e azioni concrete delle persone. La logica è che chi ritorna più volte agli Uffizi, Pitti e Boboli paga di meno, mentre chi viene una sola volta per una mezz’oretta – magari solo per farsi il ‘selfie cult’ davanti a Botticelli – deve pagare proporzionalmente di più. Non tanto di più, noi non arriviamo ai prezzi dei bagarini che sono i prezzi del mercato selvaggio perché questo sarebbe antidemocratico. Però sono prezzi che anche psicologicamente implicano un impegno, così la gente deve decidere cosa fare. Così, chi sceglie un’esperienza culturale superficiale, basata sul feticismo di certe opere, deve pagare un pochino di più. Chi invece sceglie di venire una volta alla settimana, oppure un turista che per due settimane viene regolarmente, allora riceverà uno sconto sostanzioso rispetto al biglietto standard. Questo nuovo sistema che implementeremo agli Uffizi, non è stato sperimentato da nessun altro museo. Così dai primi di marzo avremo un biglietto giornaliero da 16 euro in estate e da 10 in inverno, ma già da questo settembre è disponibile anche una tessera per tutti i Musei di Palazzo Pitti che dura un anno dal primo utilizzo e costa 35 euro. Mettiamola così: chi possiede la tessera annuale, già dalla terza visita ha un vantaggio economico notevole rispetto a chi viene solo una volta. In questo modo viene premiata la fedeltà e un tipo di approccio al museo “lento” e meditato, contro il turismo cosiddetto “mordi e fuggi”.

 

La digitalizzazione, come già stanno attuando i più grandi musei europei, è un progetto che interessa gli Uffizi?

Gli Uffizi hanno cominciato più di venti anni fa con la digitalizzazione, che però era rivolta ad un pubblico specialistico, agli studiosi. Con il nostro sito, ora estremamente basilare, abbiamo più di 60.000 utenti al mese. La nuova versione digitale del nostro sito è quasi pronta, ma oltre al bagarinaggio sul piazzale degli Uffizi, c’è anche il bagarinaggio on line; dobbiamo quindi aspettare di avere il copyright sulla grafica altrimenti potrebbero uscire siti fasulli. Dobbiamo aspettare che tutto sia registrato per proteggere i nostri visitatori. Quanto a Instagram, gli Uffizi hanno ora più di 75.000 seguaci e risultano il museo italiano più seguito su quella piattaforma, e al contempo quello con la massima quota di crescita.

Ha in programma cambiamenti nell’ordinamento espositivo degli Uffizi?

Con l’allestimento delle nuove Sale Botticelli abbiamo fatto un passo da gigante; però adesso dobbiamo andare avanti e il prossimo spazio che verrà riorganizzato saranno le sale di Caravaggio. E poi si prosegue con Leonardo, Michelangelo, Raffaello, gli autoritratti e la pittura del Cinquecento.

A che punto siamo con i lavori per la riapertura del Corridoio Vasariano?

Dal 5 luglio abbiamo aperto il passetto o cavalcavia, cioè i 5 metri che collegano Palazzo Vecchio agli Uffizi. Per quanto riguarda invece il Corridoio Vasariano, abbiamo finito i lavori termografici e ora viene messo a bando il piano esecutivo che consentirà di fare i lavori di adeguamento alle normative. Per fortuna i Medici avevano già pensato a costruire le vie di fuga perché loro stessi avevano necessità di entrare e uscire nei vari punti della città. Queste scale andranno adattate per diventare vie di fuga moderne. Per giunta ci occuperemo di riportare il Corridoio Vasariano alla sua configurazione cinquecentesca, liberandolo dagli elementi del dopoguerra. I quadri saranno tolti e ricollocati nelle sale del piano mediano (quelle dove in questo momento si trova la pittura del Cinquecento), che verranno inaugurate a partire dal 7 novembre in onore del cardinale Leopoldo dei Medici, il fondatore della collezione degli autoritratti. La pittura del Cinquecento verrà reinstallata in sale molto più grandi dopo l’infilata delle sale più piccole che sono molto più adatte ai ritratti.

Quali grandi eventi espositivi sono in programma?

Per il prossimo autunno-inverno abbiamo programmato sei mostre, alcune di enorme importanza internazionale. A settembre si sono inaugurate due esposizioni più piccole, centrate su tre nuovi acquisti e cioè due bozzetti per opere che si trovano nel territorio (uno di Luca Giordano per la Cappella Corsini) e un doppio ritratto dei figli del Granduca Pietro Leopoldo, del pittore boemo Anton Raphael Mengs. Questo ritratto fu probabilmente dipinto dentro Palazzo Pitti e quindi la sua acquisizione è importante per l’arricchimento della nostra collezione. Lo esponiamo insieme ad altri ritratti di Principi e Principesse che vengono dal Prado e dal Kunsthistorisches Museum. A inizio ottobre apre una grande mostra sulla pittura del Rinascimento Giapponese che riguarda il periodo tra 500 e fine 600. Durante la dinastia Muramachi fino all’inizio del periodo Edo, la concezione della natura e del paesaggio sono stati concepiti in modo assolutamente innovativo. Arriveranno opere da vari monasteri e musei giapponesi, molte delle quali sono nelle liste dei loro tesori nazionali. Molte di queste nemmeno in Giappone si vedono mai insieme perché ogni monastero non vuole confrontarsi con gli altri; ma a noi è consentito perchè siamo ‘neutrali’, e per la fama mondiale degli Uffizi. Sono tutte opere su carta che esporremo in 3 rotazioni; per gli specialisti, ma anche per chi voglia vedere tutte le opere previste in questa iniziativa, vale la pena tornare una volta ad ottobre, una a novembre e una a dicembre.

Poi abbiamo in programma altre tre mostre, parte della nostra strategia di de-stagionalizzazione che prevede di offrire eventi di grande importanza anche nei periodi autunnale e invernale. Avremo una mostra su Lutero in occasione dei 500 anni della riforma luterana che apre il 30 ottobre, proprio il giorno del Giubileo luterano. Poi un’altra mostra, che apre il 6 novembre, per il quattrocentesimo compleanno del Cardinal Leopoldo dei Medici che era tra i collezionisti più grandi e innovativi della storia dell’umanità e che ha fondato la collezione degli autoritratti e dei disegni e delle stampe. Un grande rivoluzionario, sul quale un team di esperti e curatori degli Uffizi ha studiato per anni: la mostra sarà spettacolare e farà capire moltissimo anche delle più profonde che fa da contrappeso a Lutero. Il 7 novembre, in occasione del centenario della rivoluzione russa, apriremo una mostra che si intitola ‘La rivoluzione delle immagini’ su Ejzenštejn: è la prima mostra che gli Uffizi dedicano al cinema, e si collega al nostro programma cinematografico sotto le stelle che si è concluso nel mese di giugno.


L’inchiesta

a cura di Cristina Donati

Introduzione

Ritratti di città. Firenze dai Medici al neoliberismo in tempo di crisi

Interviste

Dario Nardella: i miei primi mille giorni da sindaco di Firenze

Giovanni Bettarini (assessore all’Urbanistica): così non svendiamo Firenze

Eike Schmidt (direttore): il futuro degli Uffizi tra tutela e valorizzazione

Una domanda a

Fabrizio Rossi Prodi (Ordinario di progettazione urbana e architettonica; Fondatore Rossi Prodi associati): Architettura contemporanea prêt-à-porter

Francesco Gurrieri (Ordinario di restauro dei monumenti; Presidente della Classe di Architettura dell’Accademia delle Arti del Disegno): Città e Università, un unum del futuro

Gabriele Del Mese (Fondatore Arup-Italia e progettista TAV Firenze): Alta velocità: quale avvenire?

I progetti

Firenze, le grandi opere a “volumi zero” in otto cantieri (sulla carta)


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